Dietro le quinte

Uno dei motivi per cui ho sempre preferito la traduzione all’interpretariato è la possibilità di rimanere dietro le quinte: non mi piace sentirmi esposta in prima persona come deve fare un interprete, preferisco la visuale che si ammira nel backstage.

Dietro le quinte di un teatro si svolgono attività indispensabili e invisibili: gli attori si preparano ad andare in scena, i macchinisti e i fonici sistemano eventuali apparecchiature, i costumisti contribuiscono ai cambi d’abito tra una scena e l’altra…

Il pubblico non deve vedere ciò che accade nel retroscena, ossia le attività preparatorie: assisterà allo spettacolo, il momento culminante di un lavoro che dura giorni, mesi, settimane.

Il risultato definitivo, ossia l’opera mostrata al pubblico, è frutto di un lavoro del singolo che confluisce nel lavoro di gruppo.

Per un’azienda, accade la stessa cosa.

Prima di lanciare un nuovo prodotto, il lavoro dietro le quinte è fondamentale. Progettare, realizzare un prototipo e poi il prodotto definitivo è una fase essenziale a cui si aggiungono altre tappe necessarie a presentare il prodotto finito: la scrittura delle descrizioni prodotto, le foto e l’impaginazione del catalogo, la cura del packaging, lo spot per la campagna pubblicitaria, il comunicato stampa e la newsletter che presentano la novità, fino al lancio effettivo, magari in occasione di una fiera.

Quante persone lavorano in questo processo? Tante. E il traduttore professionista è una delle figure che partecipano alla produzione.

Come? Traducendo i contenuti scritti per renderli accessibili a una platea più vasta.

La traduzione è proprio una di quelle attività preparatorie che avvengono dietro il sipario, che il pubblico non può e non deve vedere. La traduzione deve rimanere invisibile agli occhi del pubblico, ossia il lettore, il cliente, il turista, l’utente che sta leggendo un testo tradotto nella sua lingua: sfoglia una brochure turistica che gli presenta una destinazione all’estero dove trascorrere le vacanze, visita il sito web di un hotel per un soggiorno invernale in montagna, legge il comunicato stampa di una campagna promozionale che presenta una nuova collezione di moda.

Cosa c’è sul palco, al centro della scena, sotto i riflettori, davanti al pubblico multilingue che lo guarda? Il tuo prodotto, il tuo sito web, la tua struttura ricettiva, la tua collezione…

Eccolo lì, il traduttore. Dietro il sipario, in silenzio, mentre osserva l’opera in svolgimento che ha contribuito a realizzare.

Le lingue straniere plasmano la tua identità

Sono la persona che sono grazie alle lingue straniere.

Ne parlo spesso con la gemella: quante esperienze non avremmo mai fatto se non sapessimo l’inglese? Quante persone non avremmo mai conosciuto?

E non parlo di lavoro, che ovviamente non farei se non fosse per le lingue. Ma penso alla dimensione più privata e alle passioni che coltiviamo.

Libri, cinema, musica, teatro. I miei interessi sono plasmati dalla conoscenza delle lingue straniere che mi consente di non limitarmi a una fruizione passiva o mediata. Invece posso toccare con mano, respirare e vivere esperienze legate ai miei interessi proprio grazie alle lingue.

Vedere film e serie tv in lingua originale, talvolta con i sottotitoli, può essere una delle esperienza più scontate che è possibile fare grazie alle lingue straniere. Eppure è una cosa molto preziosa, mentre per molti è insolita perché dicono di fare fatica a leggere i sottotitoli guardando contemporaneamente il video. Certo, non sta a me giudicare, però ho sempre ritenuto che basta farci l’abitudine. Un po’ come quando impari a leggere e inizialmente le lettere sono soltanto segni da decifrare, a cui devi dare un suono e che soltanto in un momento successivo ti fanno accedere al significato e, per estensione, alla comprensione del testo. L’abbiamo imparato tutti, no?

Il passo successivo riguarda la lettura. Un libro in lingua originale ha un altro sapore. Benché io sia traduttrice e sostenga che la traduzione letteraria sia uno dei patrimoni assoluti dell’umanità, quando leggo un libro in lingua originale mi emoziono ancora di più. Sono le parole dell’autore, scelte con cura, che sto leggendo. È la sua voce non filtrata da un altro codice linguistico. Le sue pause, le frasi meditate ed elaborate dalla sua mente.

E poi ci sono le persone. Quelle che conosci durante un soggiorno all’estero e che ti stupiscono per la cortesia e gentilezza dei modi. Gli artisti di fama mondiale che ascolti dal vivo e che raccontano aneddoti sulla loro esperienza musicale tra un brano e l’altro.

O come quando un cantante olandese canta (in inglese) per la prima volta in Italia durante un concerto intimo e poi hai il piacere di chiacchierare con lui sulla sua musica e di scoprire una persona molto riservata e dall’umiltà disarmante malgrado il palco sia la sua dimensione.

E il teatro?

Vedere gli attori recitare a teatro non ha paragoni. Certo, ci emozionano anche nei film o nelle serie tv, ma gli attori sul palcoscenico (e non doppiati in italiano!) sono sempre una scoperta.
Alla fine dello spettacolo, è così bello incontrare di persona i tuoi attori preferiti. E vedere quella luce che si accende nei loro occhi mentre li ringrazi per le emozioni che ti danno.

Per non parlare degli incontri inaspettati.

Una sera di settembre 2014, dopo aver visto uno splendido spettacolo teatrale a Londra con le amiche, abbiamo conosciuto uno straordinario attore inglese con quarant’anni di carriera. Da una stretta di mano e una chiacchierata fuori dal teatro ci siamo ritrovate due anni dopo a vederlo nuovamente in un altro spettacolo. E dal piacere di incontrarci ancora una volta è nata una conversazione di un’ora sulle nostre vite, scoprendo persino la nostra comune passione per Albert Camus.

Insomma, se non fosse per la lingua inglese…!

Francesi, tedeschi, americani, inglesi: è solo grazie alla conoscenza delle lingue che nuove persone di altre nazionalità e culture entrano nella tua vita e ti arricchiscono come persona, lasciando ricordi che custodirai per sempre nel cuore.

Spero che tutto questo possa dare una maggiore motivazione a chi si scontra con le difficoltà, i pregiudizi e la frustrazione dell’apprendimento delle lingue. In realtà ne vale la pena, non credi? 😉

Le voci nella testa

Molti studi sottolineano i benefici del bilinguismo, tra cui la capacità di identificare più facilmente la voce di qualcuno rispetto a chi parla una sola lingua: l’attenzione non è posta soltanto su ciò che si ascolta, ma vengono anche elaborate informazioni su chi parla.

Magari non sei bilingue, quindi non hai un genitore che parla un’altra lingua, né hai una conoscenza assolutamente perfetta di due lingue. Eppure io credo che la conoscenza approfondita di una lingua straniera possa contribuire a qualcosa di simile.

Esercitare ogni giorno l’ascolto della lingua straniera per lavoro e per interesse personale può renderti più sensibile all’ascolto della voce umana.

C’è chi ricorda facilmente un volto dopo averlo visto una volta soltanto e riesce ad apprendere ed elaborare meglio le informazioni grazie alla memoria visiva. Ma la stessa cosa avviene attraverso l’ascolto, che ti consente di memorizzare e archiviare le informazioni. Come quando scopri una parola straniera per te nuova e per ricordarla la pronunci ad alta voce diverse volte, oppure la ascolti a ripetizione. E così riesci a ricordare per sempre il suo significato.

All’inizio dell’anno ho visto l’ultima stagione di Sherlock, che ha introdotto gradualmente un personaggio femminile fondamentale nella serie e di cui abbiamo scoperto l’identità con un misto di stupore e meraviglia.
Quella rapida occhiata nella prima puntata mi aveva lasciato la sensazione “Dove ho già visto quest’attrice?”. Ma non ho approfondito temendo gli spoiler su Sherlock.

"Faith"

“Faith”

Per me la rivelazione è stata durante il secondo episodio, quando viene introdotto il personaggio di “Faith” Smith nello studio di Sherlock. Mentre lei parlava, è scattato qualcosa nel mio cervello: ho immediatamente riconosciuto la voce.

Era la stessa attrice che ho visto nell’Amleto con Benedict Cumberbatch a ottobre 2015. All’epoca ero seduta in fondo alla platea del Barbican Theatre di Londra e, anche se la visuale era ottima, gli attori sul palco erano piuttosto distanti.

Lei interpretava Ofelia e, dopo più di un anno da quando l’avevo vista recitare, ricordavo benissimo la sua voce. Anche se sia sul palco del Barbican che in Sherlock indossava una parrucca e i suoi lineamenti erano alterati dal trucco, come quello della psicologa di John Watson nell’episodio 4X02. Ottima mimesi e ottimo lavoro con la voce per interpretare diversi personaggi (in Sherlock era quattro donne diverse, o meglio una donna e tre identità fasulle).

Ma per me l’ascolto ha prevalso e, nonostante le parrucche e l’eccezionale trasformismo del personaggio, alla fine il colpo di scena per me non c’è stato semplicemente perché l’avevo riconosciuta dalla voce.

Ofelia

Ofelia

Qualcosa di simile accade quando guardo film e serie tv doppiati in italiano. Cercare di riconoscere i vari doppiatori è diventato una sorta di automatismo che in effetti mi distrae per qualche secondo da ciò che accade sullo schermo, perché mi concentro inevitabilmente sulla voce.
Riconosco subito il doppiatore italiano e lo associo agli attori a cui presta di solito la sua voce, come se nella testa avessi degli scompartimenti ad hoc per le voci che ascolto. 😀

Non so se sia una cosa diffusa, però credo che parlare lingue diverse e una certa predisposizione verso le lingue straniere possano aiutarti a identificare e riconoscere qualcuno semplicemente dalla voce.

Tu che ne pensi? Ti è capitato qualcosa di simile?

Dal teatro alla vita: 4 lezioni di Shakespeare

In occasione dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare, il mondo celebra il grande drammaturgo inglese con una serie di eventi fra teatro, letture, sceneggiati e film tratti dalle sue opere immortali.

Visto che il modo migliore per ricordare Shakespeare è immergerci nelle sue parole, le citazioni shakespeariane diventano d’obbligo.
Ma invece di soffermarci sulle frasi più famose (“Essere o non essere” e non solo), ho pensato di proporre alcune citazioni non famosissime da cui possiamo trarre importanti lezioni di vita.

Quindi ho scelto quattro citazioni tratte dalle opere di Shakespeare offrendo una chiave di lettura esistenziale, in modo che possano ispirarti nel quotidiano.

1. “Non dare la colpa alle stelle, ma guarda in te stesso.” (Giulio Cesare)
È facile nascondersi dietro la colpa degli altri per non fare i conti con la propria responsabilità. Ma prova a cambiare prospettiva pensando che quella cosa non è da imputare al destino, al sistema, a un’altra persona. Magari sei tu che hai commesso un errore e sei da biasimare. Guarda innanzitutto dentro di te quando vai a caccia di una colpa, così come del merito. Trova il coraggio di considerare le tue responsabilità.

2. “Nulla riesce più gradito degli eventi che accadono di rado.” (Enrico IV, Parte I)
Se avessi la possibilità di svolgere di continuo un’attività che ti diverte, essa perderebbe la sua attrattiva. Un concerto, un viaggio, uno spettacolo, un’esperienza insolita: il loro valore e il piacere che ci procurano derivano proprio dal fatto che non fanno parte del quotidiano, ma diventano possibilità di svago che, oltre a dilettare, finiscono per arricchirci.

3. “Io sono soltanto me stesso.” (Riccardo III)
È inutile provare a essere qualcuno che non sei soltanto per conformarti agli altri oppure all’idea che vuoi gli altri abbiano di te. Fai pace con te stesso e con ciò che ti rende unico, difetti compresi. Invece di essere una mera copia degli altri, è meglio essere originali.

4. “Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere.” (Amleto)
Conosci le tue potenzialità, sei consapevole dei tuoi limiti e delle tue competenze, ma in realtà non sai fino in fondo cosa saresti in grado di fare domani. Magari riuscirai a superare proprio quell’ostacolo che oggi ti sembra insormontabile e coglierai nuove opportunità che ti permetteranno di crescere e migliorare.

Di duellanti, traduttori e competizione

Ho visto I Duellanti a teatro. Due volte. E il groviglio di emozioni e suggestioni che mi ha lasciato lo spettacolo con Alessio Boni e Marcello Prayer mi ha portato a riflettere sul gioco di riflessi che cattura lo spettatore.

I Duellanti è tratto dall’omonimo racconto di Joseph Conrad, che ispirò anche il bellissimo film di Ridley Scott del 1977 con Harvey Keitel e Keith Corradine.

Assistiamo allo scontro di due ufficiali di cavalleria della Grande Armée di Napoleone.
Come descrive la sinossi dello spettacolo teatrale, si tratta degli ussari Gabriel Florian Feraud, guascone iroso e scontento, e Armand D’Hubert, posato e affascinante uomo del nord.

“Per motivi a tutti ignoti – e in realtà banalissimi, al punto da rasentare il ridicolo – inanellano sfide a duello che li accompagnano lungo le rispettive carriere, senza che nessuno sappia il perché di questo odio così profondo. E, proprio per il mistero che riescono a conservare, i due diventano famosissimi in tutto l’esercito napoleonico: non tanto e non solo per i meriti sui campi di battaglia di tutta Europa, quanto per la loro eroica fedeltà alla loro sfida reciproca, che li accompagnerà per vent’anni, fino al duello decisivo.”

È la prima volta che I Duellanti viene adattato per il teatro e il risultato dello spettacolo diretto da Alessio Boni e Roberto Aldorasi è straordinario.

duellanti-prayer-boni

Ti identifichi nell’impetuoso Feraud (Marcello Prayer) e nel riflessivo D’Hubert (Alessio Boni) e non puoi fare a meno di leggere la loro rivalità come rappresentazione di un conflitto altro.
Il loro gioco di luci e ombre, lo scontro ripetuto nel tempo, fisico e verbale, riflette un tormento ossessivo che trovi scavando dentro di te.
Istinto contro ragione. E un conflitto più profondo e soggettivo che si manifesta sul piano personale e professionale.

Chi è il tuo eterno sfidante?
Conosci la risposta.

Faccio un esempio.
Nel mio ambito professionale la competizione è un elemento inevitabile, soprattutto quando non fai a meno di chiederti in che modo potresti distinguerti da un altro traduttore che lavora con le tue stesse combinazioni linguistiche e negli stessi settori di specializzazione.

Ma sai qual è la verità?
Fra i traduttori c’è un grande spirito di collaborazione perché la rivalità si combatte altrove: lo scontro è interiore, è quella voce che ti sprona a misurarti con un progetto che ti spaventa, o un testo magari un po’ ostico che però ti stimola come non potrebbe fare un lavoro semplice. La competizione è nel desiderio di fare sempre meglio, di inseguire la perfezione.

Il terreno di scontro è dentro di te: è il nemico interiore che non puoi ingannare perché sa tutto di te.
Per conoscere l’identità del tuo duellante, pensa al feroce avversario che si nasconde dentro di te. La tua ombra che ti sfida sempre a misurarti con i tuoi limiti e con cui finirai sempre per duellare.

La cosa importante è trasformare la forza distruttrice del duello in una potenza costruttiva che ti incalza senza sosta verso la conquista del risultato.

La battaglia sarà vinta?
Sì, ma solo fino al prossimo duello.

“Duellare è la vita”.

Foto: Federico Riva