Chi ha paura dei numeri?

La localizzazione è l’adattamento di un testo (o di un sito web, un’applicazione, un prodotto) alle aspettative linguistiche e culturali di una cultura specifica.

Quando si vende un prodotto all’estero, occorre adattarlo al target di riferimento, che ha esigenze comunicative diverse rispetto a quelle del contesto di origine.

Ecco alcuni interventi tipici nella localizzazione di un contenuto per un’altra cultura:

  • sostituire le valute e le unità di misura
  • aggiornare le foto e i colori del materiale promozionale con immagini più familiari e colori più idonei
  • modificare il formato delle date e degli indirizzi
  • cambiare il layout o il design di un sito web
I numeri nei nomi di prodotto

La localizzazione può interessare anche i nomi dei prodotti commercializzati.

I numeri sono spesso presenti nei nomi di prodotto. Il primo esempio che può venire in mente è il profumo Chanel n. 5.

I numeri contraddistinguono soprattutto i nomi dei diversi modelli di un prodotto tecnologico, come lo smartphone.

Andiamo nel dettaglio e consideriamo i modelli di iPhone.

Hai mai fatto caso che dopo l’iPhone 8 è uscito l’iPhone X? E il modello numero 9?

Ecco i motivi culturali.

Evitare il numero 9 è stata una scelta deliberata della Apple in questo caso, proprio come fanno altre aziende quando lanciano prodotti sul mercato internazionale. Esattamente come Microsoft che, dopo Windows 8, ha introdotto Windows 10.

Due esempi eclatanti: il numero 4 e il numero 9

Dal punto di vista del marketing, alcuni numeri sono volutamente assenti sul mercato perché potrebbero creare problemi di carattere culturale all’estero.

In Giappone, il numero 9 si pronuncia “ku” o “kyu”, il cui suono ricorda quello della parola “sofferenza” o “tormento”. Dato che il Giappone è tecnologicamente all’avanguardia, ha senso che giganti come Apple e Microsoft abbiano preferito evitare gaffe culturali. Insomma, una strategia da tener presente.

E il 4?

In coreano e per molte culture asiatiche, il numero 4 si pronuncia “si”, omofono della parola che significa “morte”.
L’avversione per il 4 è talmente diffusa in Cina, Taiwan, Corea e Giappone che si parla di una vera e propria fobia: la tetrafobia. Così in molti edifici non esiste il quarto piano.

I numeri sfortunati più famosi: il 13 e il 17

Il discorso è analogo a quello che facciamo in Italia con il numero 17, considerato un numero sfortunato perché il corrispondente numero romano, XVII, è l’anagramma di VIXI (“vissi”), che appariva come epigrafe su molte tombe romane.

Per le culture occidentali il numero universalmente associato alla sfortuna è il 13. L’origine più nota di questa superstizione è legata alla tradizione cristiana secondo cui Giuda Iscariota, che tradì Gesù, era il tredicesimo commensale dell’Ultima Cena.

La paura per il numero 13 è radicata nella cultura popolare occidentale. Esistono film al riguardo e alcune compagnie aeree, come Air France e Ryanair, non prevedono una fila 13 sui loro voli.

I numeri e la localizzazione: tiriamo le somme

Nel mercato globale, l’adattamento di prodotti, marchi e contenuti ai valori e alle tradizioni delle culture locali ha un valore immenso.

Come hai letto, bisogna tener conto anche dei numeri e del significato che assumono in altre culture.

Mostrare cura e rispetto per le tradizioni culturali è una marcia in più per aziende di qualsiasi dimensione che intendono internazionalizzare la propria attività.

La domanda a bruciapelo da non fare a un traduttore

Quanto costa una traduzione?

Una domanda a cui difficilmente troverai risposta sul sito web di un traduttore professionista, incluso il mio.

Un argomento tabù

Infatti il prezzo è un argomento su cui c’è poco confronto innanzitutto per motivi di competitività fra i colleghi traduttori, che sono al tempo stesso concorrenti soprattutto se si occupano delle stesse combinazioni linguistiche e sono specializzati negli stessi settori.

Così si parla raramente delle tariffe applicate.

Ma è anche vero che il prezzo di una traduzione non è fisso.

Le variabili

Le tariffe di un traduttore possono essere applicate in vari modi: a parola, a cartella, a progetto, a ora.

Tutto dipende dal testo da tradurre tenendo conto di fattori quali il formato, la lunghezza, lo scopo, i tempi di consegna, ecc.

Quindi il traduttore professionista presenterà un preventivo personalizzato che può essere ritenuto “più alto” soprattutto in virtù dell’esperienza e delle qualifiche del traduttore, il cui lavoro sarà di qualità superiore rispetto a quella di un neolaureato.

Il prezzo non è il punto di partenza

In tutta franchezza, è ovvio cercare informazioni sulle tariffe applicate da un traduttore come da qualsiasi altro professionista. Anche perché spesso si tratta del parametro principale che guida verso la scelta di un traduttore freelance piuttosto che un altro.

Tuttavia, dire di aver bisogno di una traduzione e chiedere semplicemente “Quanto costa?” è un passo falso. O meglio, una domanda fuori luogo che necessita di tante precisazioni per avere la risposta di cui si ha bisogno.

Per elaborare un preventivo, il traduttore deve innanzitutto prendere visione del testo da tradurre.

Se rientra nelle sue competenze e specializzazioni, terrà conto del tempo necessario per svolgere il lavoro e consegnarlo nei termini richiesti, ma anche dell’impegno che occorre per lavorare al progetto.

Un esempio classico: il testo è in PDF o in formato modificabile? Occorre del tempo extra per convertire il file o estrarre il testo?

Chiedere quanto costa non basta

Pertanto è meglio contattare il traduttore professionista contestualizzando la domanda “Quanto costa la traduzione?”. Illustra il progetto nel dettaglio e allega il testo da tradurre, specificando:

  • le combinazioni linguistiche
  • la data di consegna
  • il destinatario e lo scopo della traduzione
  • eventuali materiali di riferimento già utilizzati o approvati (come glossari e guide di stile)

Soltanto in questo modo sarà possibile presentare un preventivo su misura che poi, ovviamente, si può anche rifiutare.

Del resto un semplice “no grazie” è sempre meglio del silenzio che segue ad alcune richieste di questo tipo. 😉

Lunga vita al blog

Ho pubblicato il primo post del mio blog esattamente sei anni fa, poco dopo aver aperto la Partita Iva.

Su questo blog ci sono 150 articoli.

In sei anni è cambiata la frequenza di pubblicazione. All’inizio pubblicavo un articolo alla settimana, poi due al mese. Da due anni scrivo un articolo al mese.

Del resto il flusso di lavoro è diventato più intenso col passare del tempo, quindi ho dovuto aumentare l’intervallo tra un post e l’altro del mio blog per questioni organizzative.

Ma questo spazio resta fondamentale per la mia attività.

C’è chi comincia a fare blogging con entusiasmo, poi smarrisce motivazione e costanza e ci si ritrova con blog fermi da mesi o da anni senza neppure un ultimo post che comunica al lettore: “scusa, non ho più tempo di scrivere sul blog”.

Poi magari si infarcisce il profilo Instagram di didascalie chilometriche un giorno sì e l’altro pure.

Perché non dire chiaramente come stanno le cose?
Perché non dire che non c’è più interesse a curare il blog?

La scusa del “non ho tempo”

Spesso si dice di non avere tempo per scrivere sul blog, ma poi ci si perde in decine di Storie al giorno su Instagram.

Il motivo? Si dà la precedenza ai contenuti brevi ed estemporanei: poco investimento intellettivo, minori sforzi riflessivi.

Quando curi un blog e vuoi pubblicare un nuovo articolo, ti metti seduto con l’intenzione di scrivere la bozza del post, eliminando le distrazioni e senza cedere alle notifiche che interrompono il flusso di scrittura e fanno perdere la concentrazione.

Ovviamente ci vuole tempo. Tempo che oggi frammentiamo di continuo con uno stillicidio di interruzioni, soprattutto tecnologiche.

Il cervello si abitua a saltare da un’attività all’altra, a passare di continuo fra vari stimoli, tanto che persino vedere un film al cinema senza neppure lo schermo del cellulare di uno spettatore che si illumina all’improvviso è un lontano ricordo – e c’è chi osa fare altrettanto anche a teatro…

La soglia dell’attenzione è drasticamente ridotta.

Curare un blog richiede una serie di attività: la scrittura dell’articolo, la revisione, la scelta dell’immagine correlata, delle categorie e dei tag, i link interni ed esterni, la pubblicazione, la condivisione dell’articolo sui canali social e la newsletter.

Non è detto che debba fare tutto questo in un giorno: le attività possono essere spalmate in momenti diversi.

Sì, ma ci guadagni?

Non ho un guadagno diretto. Non sono pagata per scrivere sul mio blog e in passato ho rifiutato ambigue proposte di affiliazione.

Però il blog mi consente di fare inbound marketing, ossia di farmi leggere da persone potenzialmente interessate ai miei servizi, consolidando la mia autorevolezza nel settore.

E guarda caso, c’è chi mi sceglie come traduttrice anche per il mio blog, come mi hanno detto chiaro e tondo tre clienti.

Fare promesse e mantenerle è un bel modo per costruire un brand.
Seth Godin

Siamo sempre lì. La parola chiave è strategia, intesa più come metodo che come tattica.

Puoi decidere di avere o non avere un blog a seconda della strategia da adottare. Magari preferisci concentrarti sui video o sui podcast e hai tutto il diritto di farlo.

Si tratta di scelte. Ma che siano consapevoli, senza nascondersi dietro scuse traballanti o atti incoerenti.

“Quale sarà il tuo verso?”

Come gestire un incontro virtuale fra persone di culture diverse

A causa dell’emergenza sanitaria, molte riunioni e incontri sono approdati online durante il confinamento.

La necessità di continuare a garantire il distanziamento fisico induce a proseguire in questa direzione. Così gli incontri virtuali, non soltanto nel B2B, avvengono su Zoom, GoToMeeting, Webex e Skype.

Se i partecipanti parlano lingue diverse, la prima cosa da fare è ricorrere a un interprete professionista che opererà da remoto.

Anche se la piattaforma è online, entrano in gioco più o meno gli stessi fattori dei meeting in presenza, incluse le differenze culturali fra gli interlocutori, ossia collaboratori, clienti effettivi o potenziali, partner di culture diverse.

Ad esempio, cambiano le aspettative e gli stili comunicativi.

Come gestire le differenze culturali che si manifestano negli incontri virtuali?

Evitare i ritardi

Non ci sono scuse sul traffico o il ritardo dei mezzi pubblici che ti hanno impedito di arrivare puntuale al luogo della riunione. L’incontro è virtuale e dovresti organizzarti con il giusto anticipo per essere puntuale.

Infatti la concezione del tempo e la puntualità variano da una cultura all’altra: la puntualità è un requisito essenziale per un tedesco o un inglese, mentre è poco rispettata da un italiano o uno spagnolo.

Dopo aver fissato l’orario dell’incontro tenendo conto del fuso orario (e averlo specificato chiaramente), occorre rispettarlo a tutti i costi.

Meglio giocare d’anticipo per verificare la connessione internet e le impostazioni audio e video, evitando di perdere tempo con problemi tecnici che ritardano l’inizio della riunione.

Non rispettare il tempo dell’altro è un atto sgarbato ed egoista: con il tuo ritardo stai sprecando il suo tempo. Ed è un pessimo punto di partenza.

Concedere spazio ai convenevoli

Per alcune culture il tempo è denaro. Ad esempio, gli americani vanno subito dritti al punto per evitare di perdere tempo.

Invece per molte culture latinoamericane, arabe e orientali, occorre lasciare spazio ai convenevoli prima di andare al cuore della questione, perché si tratta di una forma di garbo.

Alla luce della pandemia che ha colpito tutto il pianeta, chiedere all’interlocutore come sta è una gentilezza da non trascurare che dimostra l’interesse per il suo benessere.

Esplicitare le regole della videoconferenza

Prima di passare ai punti all’ordine del giorno, è meglio chiarire come si svolgerà l’incontro virtuale: tenere il microfono muto durante l’intervento di un partecipante, alzare la mano o scrivere nella chat per prenotare un intervento, porre le domande alla fine di una presentazione.

L’interruzione è mal tollerata soprattutto nel contesto virtuale.

Rispettare i turni di parola

Non bisogna interrompere chi parla, il che può essere difficile per un italiano o un latinoamericano che tendono a introdursi in un intervento per dire la propria.

Se questa tendenza è generalmente considerata come una dimostrazione di scortesia e maleducazione, online è ancora più evidente e crea fastidiosi accavallamenti: tra i ritardi dell’etere, l’effetto eco e le voci che si sovrappongono, la concentrazione cala, si perde il filo del discorso e anche la pazienza.

Non dimenticare il follow up

Dato che gli incontri virtuali richiedono più energia e concentrazione di quelli in presenza, non è detto che tutti abbiano assimilato i punti trattati.

Allora è preferibile un follow up per iscritto alla fine della riunione: condividere i file di lavoro opportunamente tradotti, sollecitare commenti scritti e proseguire la conversazione per email, soprattutto se qualche partecipante si è sentito escluso o non è intervenuto durante la videoconferenza.

Vorresti approfondire?

Iscrivendoti alla mia newsletter, potrai scaricare gratuitamente il file 5 consigli per una riunione con il cliente straniero che ti permetterà di prepararti al meglio su questi punti.

I benefici e i limiti del lavoro da remoto

Una premessa importante: non parlo di smart working, un anglicismo improprio e assolutamente inutile utilizzato da media e istituzioni per darsi un tono. Lo spiega benissimo Licia Corbolante, precisando che occorre parlare di lavoro da remoto o lavoro a distanza.

Spesso di “smart” non c’è un bel niente, dato che chi è costretto a lavorare da casa per via dell’emergenza sanitaria deve condividere postazioni, strumenti e connessione internet con partner, figli, genitori, e in alcuni casi non c’è traccia né di processi migliorati né di tecnologie che rendono il lavoro più funzionale.

Parliamo quindi di lavoro da remoto.

C’era una volta il lavoro da casa

Fino a poco tempo fa, l’espressione lavoro da casa definiva l’attività professionale tipica del freelance, creatura mitologica agli occhi della maggioranza che strabuzzava gli occhi e formulava di solito una o più di queste frasi: “Lavori da casa? Beato te che puoi alzarti quando vuoi / che puoi lavorare quando vuoi / che non hai orari da rispettare / che puoi gestire come vuoi i tempi del lavoro e della vita privata”.

Poi qualcuno osava anche domandare: “Quando cerchi un vero lavoro?”.

Tutto cambia “ai tempi del”

Oggi la consapevolezza nei confronti del lavoro da remoto è aumentata per forza di cose. Secondo le stime, sono 8 milioni gli italiani che lavorano da casa. Chi non era abituato a questa modalità di lavoro e ogni giorno si recava in azienda o in ufficio sta facendo una fatica immensa.

Probabilmente è aumentata la produttività, perché l’orientamento al risultato e la flessibilità sono i presupposti del lavoro da remoto. Ma di pari passo aumentano la frustrazione e l’impossibilità di separare il lavoro dalla vita privata: tra gestione della casa, della famiglia, degli spazi da condividere, delle esigenze dei conviventi, nonché le commissioni necessarie fuori casa, per molti il lavoro da remoto è diventato un incubo.

C’è chi rimpiange il percorso casa-lavoro, chi rischia di impazzire per le continue interruzioni e gli eccessivi stimoli che lo distraggono dal lavoro confinato nelle mura domestiche. E chi si è finalmente ricreduto su tutte le frasi fatte e le percezioni errate di cui sopra perché, in molti casi, lavorare da remoto significa lavorare di più.

Parola d’ordine: autodisciplina

Le capacità di organizzazione sono essenziali per lavorare da remoto in modo produttivo.

Nel caso del rapporto di lavoro a distanza fra dipendente e datore di lavoro, la fiducia reciproca è consolidata dal conseguimento dei risultati.

Il primo non sente costantemente gli occhi addosso del capo e non deve far vedere che sta lavorando: sta a lui portare a termine il progetto e raggiungere gli obiettivi prefissati, dimostrando proattività e coinvolgimento e sviluppando un forte senso di responsabilità.

Il secondo risparmia sui costi di gestione degli spazi fisici e osserva una riduzione del tasso di assenteismo.

E poi c’è il tempo risparmiato rispetto agli spostamenti del tragitto casa-lavoro e la possibilità di evitare l’imbottigliamento nel traffico.

Attenzione alla reperibilità continua

Con l’aumento delle videoconferenze e degli scambi interattivi a distanza fra collaboratori, il tempo dedicato al lavoro potrebbe paradossalmente aumentare.

Tuttavia, è necessario fissare dei limiti perché stare a casa non significa essere reperibili sempre e comunque: rispondere alle email, confrontarsi in chat, lavorare a un progetto senza sosta…

Per non compromettere ulteriormente l’equilibrio, è meglio stabilire orari di lavoro e rispettarli. Se possibile, cerchiamo di riservare almeno la domenica al riposo, benché fra le mura domestiche, sognando di poter uscire in sicurezza e quanto prima a riveder le stelle.

Cosa comunicare nei periodi di emergenza?

Non è soltanto il momento di restare a casa. Se il Coronavirus non ha avuto un forte impatto economico sul tuo lavoro (con chiusure, rinvii e annullamenti), è il momento di ripensare alle strategie di marketing e di comunicazione.

Covid-19 ha messo in discussione tutto. Nessuno era pronto a fronteggiare una pandemia.

Cosa non deve mancare innanzitutto? Solidarietà, senso di responsabilità civile e incoraggiamento.

Dato che il piano editoriale ha subito uno sconvolgimento, cosa è meglio comunicare di questi tempi?

Trasparenza, autenticità, empatia

Questa situazione riguarda tutti, senza distinzioni di cultura, religione, credo politico, situazione socio-economica.

Da un lato non è possibile fare finta di niente, pubblicando o condividendo contenuti che possono urtare la sensibilità altrui.

Dall’altro c’è chi non ne può più di articoli, trasmissioni, post, video e contenuti di ogni tipo riguardanti la pandemia e desidera distrarsi con qualcosa che non abbia nulla a che vedere con il Coronavirus.

Se non te la senti di continuare a postare online, dillo chiaramente. Non sparire senza avvertire il tuo pubblico di riferimento perché si potrebbe pensare al peggio.

Comunica ai tuoi clienti e fornitori qual è la tua situazione attuale

Puoi farlo sul sito web aziendale, sui social e nella newsletter.

Hai chiuso momentaneamente l’attività oppure hai adottato le misure necessarie per lavorare da casa? I tuoi collaboratori e clienti lavorano da remoto?

Hai modificato o ridotto gli orari di lavoro?

Fallo sapere.

Evita l’ironia e i meme sulla pandemia

All’inizio i video e le immagini che ironizzavano sul Coronavirus e sulle reazioni generali potevano pure divertire, ma da un po’ di tempo sono decisamente fuori luogo.

Si tratta di una pandemia, ci sono migliaia di morti e persone malate e forse un utente che legge o guarda un meme che hai pubblicato ha perso una persona cara. Non c’è niente da ridere.

Concedi rimborsi

Oltre ai negozi, al settore della cultura e dello spettacolo, tra i più colpiti a livello economico ci sono hotel, ristoranti, bar, villaggi turistici, b&b, stazioni sciistiche.

Probabilmente molti avevano prenotato e acquistato soggiorni, vacanze, biglietti per eventi, concerti e spettacoli che sono stati annullati o rimandati.

In tal caso occorre soddisfare le richieste di rimborso. Se è possibile, potresti fornire bonus o codici promozionali con cui inviti a posticipare la prenotazione.

Potenzia l’e-commerce e le consegne a domicilio

Se hai un’attività locale, potresti incoraggiare i tuoi clienti a restare a casa e organizzarti per garantire le consegne a domicilio.

Se vendi prodotti e hai già un e-commerce, è il momento di potenziarlo perché ora è l’unico canale che puoi utilizzare.

Cerchiamo di essere utili, ognuno nel suo piccolo. Condividiamo informazioni attendibili, scegliamo le parole con cura.

Il minimo movimento è importante per tutta la natura. L’intero oceano è influenzato da un sassolino.
Blaise Pascal

2 vantaggi dell’apprendimento di una lingua straniera in età adulta

In una newsletter di qualche mese fa rispondevo alla domanda: c’è un’età per imparare una lingua straniera?

Infatti è noto che l’apprendimento delle lingue straniere risulta più facile in un determinato periodo della vita che va dai 2 anni alla pubertà.

In questa fascia d’età i bambini hanno maggiore flessibilità, spontaneità, capacità di memorizzazione e apertura al cambiamento rispetto agli adulti, quindi apprendono più facilmente aspetti linguistici come la pronuncia e l’intonazione.

Inoltre i bambini hanno meno paura di commettere errori, mentre in età adulta siamo abituati a temere l’errore e il giudizio.

Anche se gli adulti fanno più fatica a imparare una lingua perché ad esempio il tempo a disposizione è inferiore, ci sono due vantaggi che facilitano l’apprendimento da adulti.

1. Maturità cognitiva

Gli adulti che intendono imparare una lingua straniera hanno già una certa esperienza dei sistemi linguistici, a differenza dei bambini. Grazie alla conoscenza della lingua madre, è più facile apprendere le regole di grammatica attraverso maggiori capacità di astrazione e ragionamento, mentre un bambino in età prescolare tende ad assimilare per imitazione e non perché capisce fino in fondo i meccanismi di una lingua.

Tuttavia, per apprendere al meglio, bisogna evitare di fare continui confronti con la grammatica della propria lingua madre, perché si creerebbe confusione tra i sistemi linguistici.

Data la sua esperienza di vita, un adulto riesce a memorizzare più facilmente il lessico associando le parole a ricordi o a termini già acquisiti oppure facendo riferimenti culturali.

2. Motivazione

Un adulto decide di imparare l’inglese o un’altra lingua straniera per motivi specifici: opportunità professionali, avanzamento di carriera, integrazione sociale, maggiore sicurezza durante i viaggi.

Non c’è la scuola o l’istituzione accademica a imporre di imparare una lingua, come nel caso dei bambini e dei ragazzi. Magari è un corso aziendale organizzato dal dirigente dell’impresa, però il dipendente è motivato a seguire le lezioni per acquisire competenze specifiche da mettere in pratica, come nel customer care.

Può spaventare l’impegno necessario a imparare una lingua, la costanza e la perseveranza richieste per fare progressi. Ma dire che è troppo tardi è una scusa.

Conoscere un’altra lingua significa avere una seconda anima.
Carlo Magno

Consigli per gestire una traduzione urgente

Nella realtà iperconnessa, andiamo sempre di fretta e cerchiamo di ottenere tutto in poco tempo. Anzi, subito.

Siamo talmente abituati alla rapidità da dimenticare che alcune cose richiedono i tempi giusti per essere realizzate al meglio.

Così oggi la traduzione urgente è diventata una richiesta frequente da parte del cliente.
Ma “urgente” significa tante cose: hai bisogno della traduzione oggi stesso? Oppure domani o la prossima settimana?

Cosa significa traduzione urgente?

La traduzione urgente è una traduzione da svolgere e consegnare al più presto.

Si tratta di definizioni approssimative, dato che la vita del traduttore professionista è scandita dalle precise date di consegna di un progetto.

Del resto ogni freelance convive con una deadline da rispettare (cioè una scadenza improrogabile), specificata nel preventivo e da onorare senza eccezioni.

Certo, se il computer si rompe o se si verifica un grave imprevisto, rispettare quella data potrebbe essere complicato. Però in tal caso bisogna sempre avvisare il cliente e non lasciarlo nel dubbio.

Molto spesso un traduttore deve rispettare anche un orario di consegna.

Ad esempio, la traduzione di un comunicato stampa da inviare ai media alle 11:00 richiederà una consegna ben prima di quell’ora.

Cosa comporta una traduzione urgente

Una premessa importante: ogni traduzione necessita di tempi non trascurabili per verificare le disponibilità del professionista, analizzare il testo, preparare l’offerta, effettuare il lavoro vero e proprio e consegnarlo al cliente. Anche se si tratta di duecento parole oppure meno.

Avere qualche ora a disposizione (o almeno un giorno, nel migliore dei casi) favorisce la rilettura a freddo, che consente di prendere le distanze dal testo tradotto e rileggerlo con la mente riposata per intervenire in modo più efficace e apportare correzioni: refusi, frasi da ristrutturare, formattazione da modificare per rispettare l’originale, versioni più creative.

Magari il traduttore è impegnato in altri progetti e, per accettare l’incarico urgente, deve metterli momentaneamente da parte e occuparsi della traduzione urgente.
In tal caso potrebbe applicare una maggiorazione rispetto alla solita tariffa. Quindi il cliente non deve dimenticare questa possibilità e verificare se è in grado di sostenere la tariffa più alta. Talvolta è proprio in quei momenti che si accorge che la traduzione non è poi così urgente…

Suggerimenti per gestire una traduzione urgente
  • Innanzitutto verifica le tue reali esigenze. Se non sai quando potrai inviare il materiale al traduttore, è inutile comunicargli l’urgenza. Pianifica il lavoro nei dettagli e specifica i tempi di consegna: in questo modo il traduttore si terrà libero per occuparsi del tuo progetto.
  • Se il volume del testo è notevole, verifica se ci sono passaggi più urgenti di altri. Il traduttore potrà dare la precedenza a quelle parti di cui hai bisogno in tempi brevi e lavorare con più calma sul resto.
  • Tieni conto della capacità del traduttore: in genere traduce fra 2000 e 3000 parole al giorno a seconda del formato del testo e della tecnicità. Alcuni passaggi possono essere tradotti in poco tempo, poi magari c’è un termine ostico che richiede mezz’ora di ricerche oppure una frase da tradurre in modo molto creativo, che viene rielaborata varie volte o in più versioni da proporre al cliente.
  • Attenzione al venerdì. Se commissioni un incarico il venerdì pomeriggio per ricevere la traduzione il lunedì mattina, è molto probabile che il traduttore dovrà lavorare tutto il fine settimana per rispettare la tua richiesta. Probabilmente applicherà una tariffa più alta, dato che dedicherà il weekend al lavoro mentre tu magari farai una bella gita fuori porta.

Insomma, agire prontamente è un requisito che diamo per scontato. Però, come dicono Enrica Crivello e Ivan Rachieli, non siamo cardiochirurghi. 😉

Retrospettiva introspettiva su questo decennio

Con l’arrivo del 2020 e di un nuovo decennio, ho deciso di scrivere a me stessa, alla Raffaella del 2009 appena diplomata che cercava di realizzare il suo sogno di lavorare come traduttrice professionista.

Cara Raffaella

Il decennio 2009-2019 darà la direzione fondamentale alla tua vita.

Lascerai la realtà di provincia e ti trasferirai con la tua gemella nella capitale, dove frequenterai l’università e conseguirai la laurea con lode, per poi tornare nella tua terra d’origine. Insieme a lei anche questa volta, ma poi soffrirai la mancanza della tua gemella che tornerà nuovamente a Roma, da sola, per lavoro e non per studio.

Tu invece aprirai la Partita Iva e lavorerai da casa. All’inizio per gli altri il tuo non sarà un vero lavoro, diranno che lavoricchi senza sapere quanto studierai e ti impegnerai per raggiungere il tuo obiettivo.

Molte persone a te vicine non capiranno, non crederanno nel tuo progetto di lavoro, tenteranno di portarti su altre strade, più comuni e rassicuranti. Si chiederanno perché hai studiato per tradurre nella tua madrelingua, ma prima con esasperazione e poi con pazienza riuscirai a spiegarti.

Ripeterai le stesse cose tante volte e chiarirai cosa significa lavorare come freelance.

Ti affliggerai per le risposte che non arriveranno, per i preventivi non accettati, per i periodi di magra che inizialmente supereranno quelli di grassa.

Affiancherai altre esperienze alla traduzione per guadagnare di più, finché con perseveranza lavorerai a tempo pieno come traduttrice freelance.

Avrai quasi le lacrime agli occhi al primo versamento di imposte e contributi perché l’importo ti sembrerà altissimo, anche se anno dopo anno lo supererai grazie al fatturato in crescita.

Commetterai errori, busserai a tante porte, letteralmente e metaforicamente, conoscerai professionisti con cui ti confronterai fino in fondo, con altri sarà soltanto uno scambio superficiale.

Non mancheranno esperienze uniche, come la settimana a Pechino come interprete per un evento di moda, che ricorderai sempre con letizia e poi con tanta malinconia quando una delle persone con cui hai lavorato in quei giorni lascerà questa Terra troppo presto.

Aprirai il tuo sito internet, curerai i tuoi canali professionali, il blog, farai importanti investimenti, ti intervisteranno, entrerai in AITI.

Ci sarà anche chi ti imiterà, chi ti chiederà consigli, chi ti scriverà pensando che tu sia un’agenzia e non una libera professionista.

Spesso lavorerai anche il sabato e la domenica, talvolta di sera e fino a tardi, ma poi capirai che non può diventare un’abitudine e che dovrà essere un’eccezione.

Alcuni clienti approfitteranno della tua disponibilità, altri apprezzeranno il tuo lavoro più di quanto ti aspetti. Ti daranno fiducia, ti ringrazieranno per la tua professionalità, ti faranno capire che è proprio con te che vogliono lavorare e, se non puoi accettare un incarico perché sei impegnata con altri progetti, saranno disposti ad attendere il momento migliore in cui potrai dedicarti a loro.

Dopo anni dalla laurea, un giorno su un treno incontrerai per caso un professore dell’università che si congratulerà per il tuo percorso professionale dopo gli anni brillanti di studi, ti chiederà di dargli del tu e ti parlerà come suo pari.

Imparerai a non curarti di chi ti vede come anticonformista perché non hai il posto fisso, perché lavorando da casa sei perfettamente a tuo agio, perché preferisci stare dietro le quinte.

Affidandoti soltanto alle tue forze, ti sentirai spronata a dare il meglio di te, a essere responsabile di ogni scelta, errore o successo.

Conterai sempre sull’amore per il tuo lavoro, per la traduzione, una certezza incrollabile che ti prenderà per mano e ti accompagnerà a compiere il prossimo passo verso il futuro.

Esci dalla tua bolla culturale

Ognuno di noi vive in una bolla, che in genere oggi assume i contorni di ciò che accade online.

I social media filtrano la vita, fanno passare alcune cose mentre si tace su altre e si finisce per osservare la vita dell’altro che appare così perfetta e instagrammabile.

Eppure è soltanto una (drammatica) bolla. Ce ne sono altre, come la bolla culturale.

Cos’è la bolla culturale?

È il modo in cui guardi il mondo filtrato dalla tua cultura di appartenenza.

Proprio come sui social i tuoi valori, opinioni e credenze sono consolidati dal feed personalizzato, anche in questo caso ti limiti a ciò che è già parte della tua cultura. Del resto tendi a seguire chi ha un’opinione simile alla tua e tali idee si irrobustiscono perché trovano conferma nelle poche fonti a cui ti affidi ogni giorno.

Ecco il paradosso: internet spalanca una finestra più grande sul mondo, ma in realtà restringe il campo visivo.

“Dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse”

Ricordi L’attimo fuggente?

Il professor Keating diceva agli studenti: “È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva“.

Se guardi le cose da un’angolazione diversa, impari a non cadere nella trappola del giudizio.

Riconoscere e capire i vari punti di vista ti aiuta a comprendere valori, usanze e differenze culturali. Certo, sono diversi dai tuoi, nessuno ti chiede di condividerli, ma non puoi giudicare qualcosa come inferiore o sbagliato semplicemente perché è diverso.

Si tratta di uscire dai confini della tua tribù, una comunità ristretta con cui condividi valori, usanze e convinzioni, e guardare dagli occhi dell’altro.

Mutando prospettiva, ti accorgi che esistono aspettative, bisogni, desideri, esigenze e priorità differenti. E se lavori con clienti, fornitori o partner di altre lingue e culture, tutto questo ti aiuta a raggiungere compromessi e accordi, a risolvere conflitti e a negoziare con maggiore consapevolezza.

Questa empatia è essenziale in un contesto multiculturale, un luogo tutt’altro che frustrante da abitare. Perché ci ricorda la complessità intrinseca di cui siamo fatti e che siamo la somma di tutto ciò che incontriamo sul nostro percorso.

Un percorso che non ha le pareti sottili di una bolla, ma che si perde nella vastità dell’orizzonte.