Linguaggio non verbale nel digitale: come comunicarlo correttamente

Negli ultimi mesi, molti hanno dovuto imparare a lavorare e interagire a distanza con clienti e dipendenti.

Riunioni virtuali, email continue, formazione a distanza, videoconferenze: quando siamo distanti e c’è uno schermo che ci separa, confusione e incomprensioni sono dietro l’angolo.

Ad esempio, cosa si nasconde dietro un breve silenzio durante una videoconferenza? Distrazione, noia, ritardo nella comunicazione a causa di problemi di connessione?

Cosa provi quando ricevi la notifica di lettura relativa a una tua mail e il destinatario tarda a rispondere al tuo messaggio? Pensi che ti stia ignorando, che metta la tua richiesta in secondo piano o che sia semplicemente un maleducato?

Ebbene, si tratta di esempi di linguaggio non verbale in ambito digitale, una vera e propria sfida interpretativa quando per via dello schermo fra gli interlocutori.

Cos’è il linguaggio non verbale nel digitale?

La parola chiave per capirlo è come.

Oltre ai contenuti (cosa), significa prestare attenzione a come ti presenti e a come comunichi online.
Il linguaggio non verbale nel digitale aiuta a stabilire e mantenere buoni rapporti professionali con i propri interlocutori, creando un ambiente di lavoro positivo e virtuale.

Occorre intelligenza emotiva, ossia la capacità di individuare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui, ma anche empatia.

Le regole per una corretta comunicazione non verbale nel digitale
  • Rispetta sempre i termini di consegna di un progetto.
  • Cura l’immagine del profilo (in particolare su LinkedIn): scegli una foto professionale evitando foto tratte dalle vacanze o insieme ad amici, figli o animali da compagnia.
  • Sii puntuale negli incontri virtuali.
  • Mantieni il contatto visivo durante la videoconferenza guardando lo schermo o la webcam e non spiando la tua immagine.
  • Presta attenzione allo sfondo nelle videochiamate: un letto sfatto, una pila di robe o il disordine comunicano trascuratezza e compromettono la tua professionalità.
  • Scegli l’ora più appropriata per inviare un messaggio, tenendo conto degli orari di lavoro e del fuso orario.
  • Non prolungare i tempi di risposta alle email, dato che in questo periodo si tenderebbe a pensare al peggio.
  • Non utilizzare emoji ambigue nelle email o sui canali social, ma veicola le tue emozioni con l’emoji giusta.
  • Evita il maiuscolo nell’oggetto e nel testo delle email: chi ti legge penserebbe che stai urlando. Intere frasi scritte in maiuscolo (con il tasto CAPS LOCK) comunicano aggressività, frustrazione e impazienza.

Non sono solo parole

Come puoi vedere, gli aspetti qui sopra riguardano la gestione del tempo e dello spazio e il linguaggio del corpo. La comunicazione verbale non è tutto, anzi.

Solo il 7% della comunicazione è influenzato dalle parole, ossia ciò che crediamo sia il fattore determinante: la comunicazione verbale è invece la parte che influisce meno.

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Le parole non bastano: con il linguaggio non verbale poni le basi per la fiducia e il rispetto con i tuoi collaboratori e clienti, a prescindere dalla distanza.

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4 cose da fare per la tua salute mentale quando lavori da casa

Non c’è salute senza salute mentale è un’ovvietà.

Lavorando da remoto da diversi anni, vorrei concentrarmi sulle azioni pratiche per prenderci cura della nostra salute mentale quando si lavora da casa.

Partiamo da un dato di fatto e da una premessa.

Dato di fatto: Per chi non è abituato a lavorare da casa, la flessibilità oraria e il lavoro a distanza potrebbero far aumentare i livelli di stress, nonché il rischio di solitudine, ansia e depressione.

Premessa: È meglio rivolgersi ai professionisti della salute mentale per occuparsi di situazioni delicate di tipo psicologico.

Nel mio piccolo, ti suggerisco qualche accorgimento basilare che ti aiuterà a trovare un maggiore equilibrio e a favorire la produttività.

1. Inizia la giornata senza controllare mail e messaggi di lavoro appena ti svegli

Non leggere le mail prima di aver fatto colazione.

Occupati delle prime mansioni abituali della giornata, come portare fuori il cane o accompagnare tuo figlio a scuola (se non è chiusa).

Accendi il computer soltanto in un secondo momento. Leggerai le mail e ti metterai all’opera quando inizia ufficialmente la giornata lavorativa.

2. Imposta un limite di disponibilità oraria

Specifica la fascia oraria in cui sei operativo e raggiungibile comunicandolo chiaramente al tuo datore di lavoro, a colleghi, collaboratori e clienti.

Non rispondere alle telefonate o ai messaggi di lavoro dopo una certa ora, in modo da definire in maniera più netta il tempo del lavoro rispetto a quello della vita privata.

3. Fai esercizio fisico e prova la mindfulness

Il movimento è essenziale per prenderti cura della tua salute fisica oltreché mentale. Puoi fare una passeggiata in bicicletta, yoga, stretching in casa.

L’attività aerobica induce l’organismo a rilasciare endorfine, migliora l’umore, riduce il livello di cortisolo nel sangue, l’ormone coinvolto nello stress e nella depressione, e aiuta a scongiurare il burnout.

La mindfulness è una tecnica che ci rende più consapevoli delle nostre emozioni e percezioni radicandoci nel presente.

4. Concediti piccole gratificazioni per premiarti

Un bicchiere di vino, un podcast stimolante, una fetta di torta, il tuo film preferito. La videochiamata con gli amici o i parenti più stretti, qualche pagina di un libro.

Alla fine della giornata, lascia perdere programmi spazzatura e strillanti e concediti momenti di relax possibilmente lontani dal computer.

La fatica e le preoccupazioni di questi mesi interminabili non spariscono con la bacchetta magica. Dobbiamo prenderci cura della nostra salute mentale che influisce anche su quella fisica.

Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare.

Un ponte verso i tuoi obiettivi oltre le distese conosciute

Stai attraversando una strada stretta tra i boschi.

Non c’è nessuno lì con te.

Sai bene in che direzione vuoi andare. Percorri l’unico itinerario possibile, non ci sono percorsi brevi o alternativi per raggiungere la tua meta.

Troverai un orizzonte di mille possibilità: tante altre strade che conducono in luoghi inesplorati, ricchi di opportunità e di persone da conoscere. Occasioni da cogliere soltanto raggiungendo questa destinazione, e non nei luoghi che conosci già che hanno limitato il tuo mondo fino a questo momento.

All’improvviso capisci che per raggiungere la meta dovrai affrontare un ostacolo che sembra insormontabile. Ti fermi ed esiti: davanti a te la strada è interrotta, ma in cuor tuo lo sapevi già.

Aspetta un secondo, osserva meglio. E quel ponticello?

Qualcuno lo sta costruendo per superare il corso d’acqua. Ti aiuterà ad attraversarlo, traghettandoti verso la sponda davanti a te.

Quella persona è lì per aiutarti. Senza di lei non potresti andare oltre e proseguire verso la strada che diventerà più ampia e si diramerà in altre vie da esplorare.

Quella persona conosce il corso d’acqua ed è là per facilitare il tuo percorso. Gli ultimi ritocchi e il piccolo ponte è pronto.

All’inizio esiti. Vorresti contare soltanto sulle tue forze, magari tornare sui tuoi passi. Rinunciare?

Senti un senso di vuoto soltanto all’idea di abbandonare l’impresa.

Anche se tornassi indietro, non saresti più la persona che eri prima di affrontare questo percorso. Ti ha cambiato.

Non ti accontenti più di un campo limitato, vuoi esplorare altri panorami. E potrai farlo soltanto con l’aiuto di quel costruttore di ponti.

Decidi di fidarti.

Pensavi fosse instabile, ma mentre lo attraversi ti rendi conto che il ponte è saldo e sicuro, non hai paura di cadere.

Quella persona sorride e ha fiducia in te.

Ti allontani sempre di più e alla fine eccoti, ce l’hai fatta. Hai attraversato il ponte e sei dall’altra parte.

I colori sembrano più vividi, c’è una luce che non avevi mai visto prima. Guarda quante strade lì davanti a te.

Proseguire è una sfida, certo, il rischio è sempre dietro l’angolo.

Ma grazie a quel ponte che non è crollato hai così tante opportunità fra cui scegliere.

Ora sì che comincia l’avventura.

Questa storia è una metafora

Una metafora che descrive l’impatto del lavoro del traduttore sul mondo.

Il mio lavoro di traduttrice freelance è proprio questo: costruire ponti linguistici per farti raggiungere orizzonti inesplorati. Nuove prospettive e opportunità ti attendono andando oltre lo scenario che ti è familiare, quello della tua lingua e della tua cultura.

Non sapevi dove ti avrebbe condotto questa storia. Prova a rileggerla con la consapevolezza della metafora.

Ho voluto omaggiare così la Giornata Mondiale della Traduzione. 🙂

Chi ha paura dei numeri?

La localizzazione è l’adattamento di un testo (o di un sito web, un’applicazione, un prodotto) alle aspettative linguistiche e culturali di una cultura specifica.

Quando si vende un prodotto all’estero, occorre adattarlo al target di riferimento, che ha esigenze comunicative diverse rispetto a quelle del contesto di origine.

Ecco alcuni interventi tipici nella localizzazione di un contenuto per un’altra cultura:

  • sostituire le valute e le unità di misura
  • aggiornare le foto e i colori del materiale promozionale con immagini più familiari e colori più idonei
  • modificare il formato delle date e degli indirizzi
  • cambiare il layout o il design di un sito web
I numeri nei nomi di prodotto

La localizzazione può interessare anche i nomi dei prodotti commercializzati.

I numeri sono spesso presenti nei nomi di prodotto. Il primo esempio che può venire in mente è il profumo Chanel n. 5.

I numeri contraddistinguono soprattutto i nomi dei diversi modelli di un prodotto tecnologico, come lo smartphone.

Andiamo nel dettaglio e consideriamo i modelli di iPhone.

Hai mai fatto caso che dopo l’iPhone 8 è uscito l’iPhone X? E il modello numero 9?

Ecco i motivi culturali.

Evitare il numero 9 è stata una scelta deliberata della Apple in questo caso, proprio come fanno altre aziende quando lanciano prodotti sul mercato internazionale. Esattamente come Microsoft che, dopo Windows 8, ha introdotto Windows 10.

Due esempi eclatanti: il numero 4 e il numero 9

Dal punto di vista del marketing, alcuni numeri sono volutamente assenti sul mercato perché potrebbero creare problemi di carattere culturale all’estero.

In Giappone, il numero 9 si pronuncia “ku” o “kyu”, il cui suono ricorda quello della parola “sofferenza” o “tormento”. Dato che il Giappone è tecnologicamente all’avanguardia, ha senso che giganti come Apple e Microsoft abbiano preferito evitare gaffe culturali. Insomma, una strategia da tener presente.

E il 4?

In coreano e per molte culture asiatiche, il numero 4 si pronuncia “si”, omofono della parola che significa “morte”.
L’avversione per il 4 è talmente diffusa in Cina, Taiwan, Corea e Giappone che si parla di una vera e propria fobia: la tetrafobia. Così in molti edifici non esiste il quarto piano.

I numeri sfortunati più famosi: il 13 e il 17

Il discorso è analogo a quello che facciamo in Italia con il numero 17, considerato un numero sfortunato perché il corrispondente numero romano, XVII, è l’anagramma di VIXI (“vissi”), che appariva come epigrafe su molte tombe romane.

Per le culture occidentali il numero universalmente associato alla sfortuna è il 13. L’origine più nota di questa superstizione è legata alla tradizione cristiana secondo cui Giuda Iscariota, che tradì Gesù, era il tredicesimo commensale dell’Ultima Cena.

La paura per il numero 13 è radicata nella cultura popolare occidentale. Esistono film al riguardo e alcune compagnie aeree, come Air France e Ryanair, non prevedono una fila 13 sui loro voli.

I numeri e la localizzazione: tiriamo le somme

Nel mercato globale, l’adattamento di prodotti, marchi e contenuti ai valori e alle tradizioni delle culture locali ha un valore immenso.

Come hai letto, bisogna tener conto anche dei numeri e del significato che assumono in altre culture.

Mostrare cura e rispetto per le tradizioni culturali è una marcia in più per aziende di qualsiasi dimensione che intendono internazionalizzare la propria attività.

La domanda a bruciapelo da non fare a un traduttore

Quanto costa una traduzione?

Una domanda a cui difficilmente troverai risposta sul sito web di un traduttore professionista, incluso il mio.

Un argomento tabù

Infatti il prezzo è un argomento su cui c’è poco confronto innanzitutto per motivi di competitività fra i colleghi traduttori, che sono al tempo stesso concorrenti soprattutto se si occupano delle stesse combinazioni linguistiche e sono specializzati negli stessi settori.

Così si parla raramente delle tariffe applicate.

Ma è anche vero che il prezzo di una traduzione non è fisso.

Le variabili

Le tariffe di un traduttore possono essere applicate in vari modi: a parola, a cartella, a progetto, a ora.

Tutto dipende dal testo da tradurre tenendo conto di fattori quali il formato, la lunghezza, lo scopo, i tempi di consegna, ecc.

Quindi il traduttore professionista presenterà un preventivo personalizzato che può essere ritenuto “più alto” soprattutto in virtù dell’esperienza e delle qualifiche del traduttore, il cui lavoro sarà di qualità superiore rispetto a quella di un neolaureato.

Il prezzo non è il punto di partenza

In tutta franchezza, è ovvio cercare informazioni sulle tariffe applicate da un traduttore come da qualsiasi altro professionista. Anche perché spesso si tratta del parametro principale che guida verso la scelta di un traduttore freelance piuttosto che un altro.

Tuttavia, dire di aver bisogno di una traduzione e chiedere semplicemente “Quanto costa?” è un passo falso. O meglio, una domanda fuori luogo che necessita di tante precisazioni per avere la risposta di cui si ha bisogno.

Per elaborare un preventivo, il traduttore deve innanzitutto prendere visione del testo da tradurre.

Se rientra nelle sue competenze e specializzazioni, terrà conto del tempo necessario per svolgere il lavoro e consegnarlo nei termini richiesti, ma anche dell’impegno che occorre per lavorare al progetto.

Un esempio classico: il testo è in PDF o in formato modificabile? Occorre del tempo extra per convertire il file o estrarre il testo?

Chiedere quanto costa non basta

Pertanto è meglio contattare il traduttore professionista contestualizzando la domanda “Quanto costa la traduzione?”. Illustra il progetto nel dettaglio e allega il testo da tradurre, specificando:

  • le combinazioni linguistiche
  • la data di consegna
  • il destinatario e lo scopo della traduzione
  • eventuali materiali di riferimento già utilizzati o approvati (come glossari e guide di stile)

Soltanto in questo modo sarà possibile presentare un preventivo su misura che poi, ovviamente, si può anche rifiutare.

Del resto un semplice “no grazie” è sempre meglio del silenzio che segue ad alcune richieste di questo tipo. 😉

Lunga vita al blog

Ho pubblicato il primo post del mio blog esattamente sei anni fa, poco dopo aver aperto la Partita Iva.

Su questo blog ci sono 150 articoli.

In sei anni è cambiata la frequenza di pubblicazione. All’inizio pubblicavo un articolo alla settimana, poi due al mese. Da due anni scrivo un articolo al mese.

Del resto il flusso di lavoro è diventato più intenso col passare del tempo, quindi ho dovuto aumentare l’intervallo tra un post e l’altro del mio blog per questioni organizzative.

Ma questo spazio resta fondamentale per la mia attività.

C’è chi comincia a fare blogging con entusiasmo, poi smarrisce motivazione e costanza e ci si ritrova con blog fermi da mesi o da anni senza neppure un ultimo post che comunica al lettore: “scusa, non ho più tempo di scrivere sul blog”.

Poi magari si infarcisce il profilo Instagram di didascalie chilometriche un giorno sì e l’altro pure.

Perché non dire chiaramente come stanno le cose?
Perché non dire che non c’è più interesse a curare il blog?

La scusa del “non ho tempo”

Spesso si dice di non avere tempo per scrivere sul blog, ma poi ci si perde in decine di Storie al giorno su Instagram.

Il motivo? Si dà la precedenza ai contenuti brevi ed estemporanei: poco investimento intellettivo, minori sforzi riflessivi.

Quando curi un blog e vuoi pubblicare un nuovo articolo, ti metti seduto con l’intenzione di scrivere la bozza del post, eliminando le distrazioni e senza cedere alle notifiche che interrompono il flusso di scrittura e fanno perdere la concentrazione.

Ovviamente ci vuole tempo. Tempo che oggi frammentiamo di continuo con uno stillicidio di interruzioni, soprattutto tecnologiche.

Il cervello si abitua a saltare da un’attività all’altra, a passare di continuo fra vari stimoli, tanto che persino vedere un film al cinema senza neppure lo schermo del cellulare di uno spettatore che si illumina all’improvviso è un lontano ricordo – e c’è chi osa fare altrettanto anche a teatro…

La soglia dell’attenzione è drasticamente ridotta.

Curare un blog richiede una serie di attività: la scrittura dell’articolo, la revisione, la scelta dell’immagine correlata, delle categorie e dei tag, i link interni ed esterni, la pubblicazione, la condivisione dell’articolo sui canali social e la newsletter.

Non è detto che debba fare tutto questo in un giorno: le attività possono essere spalmate in momenti diversi.

Sì, ma ci guadagni?

Non ho un guadagno diretto. Non sono pagata per scrivere sul mio blog e in passato ho rifiutato ambigue proposte di affiliazione.

Però il blog mi consente di fare inbound marketing, ossia di farmi leggere da persone potenzialmente interessate ai miei servizi, consolidando la mia autorevolezza nel settore.

E guarda caso, c’è chi mi sceglie come traduttrice anche per il mio blog, come mi hanno detto chiaro e tondo tre clienti.

Fare promesse e mantenerle è un bel modo per costruire un brand.
Seth Godin

Siamo sempre lì. La parola chiave è strategia, intesa più come metodo che come tattica.

Puoi decidere di avere o non avere un blog a seconda della strategia da adottare. Magari preferisci concentrarti sui video o sui podcast e hai tutto il diritto di farlo.

Si tratta di scelte. Ma che siano consapevoli, senza nascondersi dietro scuse traballanti o atti incoerenti.

“Quale sarà il tuo verso?”

Come gestire un incontro virtuale fra persone di culture diverse

A causa dell’emergenza sanitaria, molte riunioni e incontri sono approdati online durante il confinamento.

La necessità di continuare a garantire il distanziamento fisico induce a proseguire in questa direzione. Così gli incontri virtuali, non soltanto nel B2B, avvengono su Zoom, GoToMeeting, Webex e Skype.

Se i partecipanti parlano lingue diverse, la prima cosa da fare è ricorrere a un interprete professionista che opererà da remoto.

Anche se la piattaforma è online, entrano in gioco più o meno gli stessi fattori dei meeting in presenza, incluse le differenze culturali fra gli interlocutori, ossia collaboratori, clienti effettivi o potenziali, partner di culture diverse.

Ad esempio, cambiano le aspettative e gli stili comunicativi.

Come gestire le differenze culturali che si manifestano negli incontri virtuali?

Evitare i ritardi

Non ci sono scuse sul traffico o il ritardo dei mezzi pubblici che ti hanno impedito di arrivare puntuale al luogo della riunione. L’incontro è virtuale e dovresti organizzarti con il giusto anticipo per essere puntuale.

Infatti la concezione del tempo e la puntualità variano da una cultura all’altra: la puntualità è un requisito essenziale per un tedesco o un inglese, mentre è poco rispettata da un italiano o uno spagnolo.

Dopo aver fissato l’orario dell’incontro tenendo conto del fuso orario (e averlo specificato chiaramente), occorre rispettarlo a tutti i costi.

Meglio giocare d’anticipo per verificare la connessione internet e le impostazioni audio e video, evitando di perdere tempo con problemi tecnici che ritardano l’inizio della riunione.

Non rispettare il tempo dell’altro è un atto sgarbato ed egoista: con il tuo ritardo stai sprecando il suo tempo. Ed è un pessimo punto di partenza.

Concedere spazio ai convenevoli

Per alcune culture il tempo è denaro. Ad esempio, gli americani vanno subito dritti al punto per evitare di perdere tempo.

Invece per molte culture latinoamericane, arabe e orientali, occorre lasciare spazio ai convenevoli prima di andare al cuore della questione, perché si tratta di una forma di garbo.

Alla luce della pandemia che ha colpito tutto il pianeta, chiedere all’interlocutore come sta è una gentilezza da non trascurare che dimostra l’interesse per il suo benessere.

Esplicitare le regole della videoconferenza

Prima di passare ai punti all’ordine del giorno, è meglio chiarire come si svolgerà l’incontro virtuale: tenere il microfono muto durante l’intervento di un partecipante, alzare la mano o scrivere nella chat per prenotare un intervento, porre le domande alla fine di una presentazione.

L’interruzione è mal tollerata soprattutto nel contesto virtuale.

Rispettare i turni di parola

Non bisogna interrompere chi parla, il che può essere difficile per un italiano o un latinoamericano che tendono a introdursi in un intervento per dire la propria.

Se questa tendenza è generalmente considerata come una dimostrazione di scortesia e maleducazione, online è ancora più evidente e crea fastidiosi accavallamenti: tra i ritardi dell’etere, l’effetto eco e le voci che si sovrappongono, la concentrazione cala, si perde il filo del discorso e anche la pazienza.

Non dimenticare il follow up

Dato che gli incontri virtuali richiedono più energia e concentrazione di quelli in presenza, non è detto che tutti abbiano assimilato i punti trattati.

Allora è preferibile un follow up per iscritto alla fine della riunione: condividere i file di lavoro opportunamente tradotti, sollecitare commenti scritti e proseguire la conversazione per email, soprattutto se qualche partecipante si è sentito escluso o non è intervenuto durante la videoconferenza.

Vorresti approfondire?

Iscrivendoti alla mia newsletter, potrai scaricare gratuitamente il file 5 consigli per una riunione con il cliente straniero che ti permetterà di prepararti al meglio su questi punti.

I benefici e i limiti del lavoro da remoto

Una premessa importante: non parlo di smart working, un anglicismo improprio e assolutamente inutile utilizzato da media e istituzioni per darsi un tono. Lo spiega benissimo Licia Corbolante, precisando che occorre parlare di lavoro da remoto o lavoro a distanza.

Spesso di “smart” non c’è un bel niente, dato che chi è costretto a lavorare da casa per via dell’emergenza sanitaria deve condividere postazioni, strumenti e connessione internet con partner, figli, genitori, e in alcuni casi non c’è traccia né di processi migliorati né di tecnologie che rendono il lavoro più funzionale.

Parliamo quindi di lavoro da remoto.

C’era una volta il lavoro da casa

Fino a poco tempo fa, l’espressione lavoro da casa definiva l’attività professionale tipica del freelance, creatura mitologica agli occhi della maggioranza che strabuzzava gli occhi e formulava di solito una o più di queste frasi: “Lavori da casa? Beato te che puoi alzarti quando vuoi / che puoi lavorare quando vuoi / che non hai orari da rispettare / che puoi gestire come vuoi i tempi del lavoro e della vita privata”.

Poi qualcuno osava anche domandare: “Quando cerchi un vero lavoro?”.

Tutto cambia “ai tempi del”

Oggi la consapevolezza nei confronti del lavoro da remoto è aumentata per forza di cose. Secondo le stime, sono 8 milioni gli italiani che lavorano da casa. Chi non era abituato a questa modalità di lavoro e ogni giorno si recava in azienda o in ufficio sta facendo una fatica immensa.

Probabilmente è aumentata la produttività, perché l’orientamento al risultato e la flessibilità sono i presupposti del lavoro da remoto. Ma di pari passo aumentano la frustrazione e l’impossibilità di separare il lavoro dalla vita privata: tra gestione della casa, della famiglia, degli spazi da condividere, delle esigenze dei conviventi, nonché le commissioni necessarie fuori casa, per molti il lavoro da remoto è diventato un incubo.

C’è chi rimpiange il percorso casa-lavoro, chi rischia di impazzire per le continue interruzioni e gli eccessivi stimoli che lo distraggono dal lavoro confinato nelle mura domestiche. E chi si è finalmente ricreduto su tutte le frasi fatte e le percezioni errate di cui sopra perché, in molti casi, lavorare da remoto significa lavorare di più.

Parola d’ordine: autodisciplina

Le capacità di organizzazione sono essenziali per lavorare da remoto in modo produttivo.

Nel caso del rapporto di lavoro a distanza fra dipendente e datore di lavoro, la fiducia reciproca è consolidata dal conseguimento dei risultati.

Il primo non sente costantemente gli occhi addosso del capo e non deve far vedere che sta lavorando: sta a lui portare a termine il progetto e raggiungere gli obiettivi prefissati, dimostrando proattività e coinvolgimento e sviluppando un forte senso di responsabilità.

Il secondo risparmia sui costi di gestione degli spazi fisici e osserva una riduzione del tasso di assenteismo.

E poi c’è il tempo risparmiato rispetto agli spostamenti del tragitto casa-lavoro e la possibilità di evitare l’imbottigliamento nel traffico.

Attenzione alla reperibilità continua

Con l’aumento delle videoconferenze e degli scambi interattivi a distanza fra collaboratori, il tempo dedicato al lavoro potrebbe paradossalmente aumentare.

Tuttavia, è necessario fissare dei limiti perché stare a casa non significa essere reperibili sempre e comunque: rispondere alle email, confrontarsi in chat, lavorare a un progetto senza sosta…

Per non compromettere ulteriormente l’equilibrio, è meglio stabilire orari di lavoro e rispettarli. Se possibile, cerchiamo di riservare almeno la domenica al riposo, benché fra le mura domestiche, sognando di poter uscire in sicurezza e quanto prima a riveder le stelle.

Cosa comunicare nei periodi di emergenza?

Non è soltanto il momento di restare a casa. Se il Coronavirus non ha avuto un forte impatto economico sul tuo lavoro (con chiusure, rinvii e annullamenti), è il momento di ripensare alle strategie di marketing e di comunicazione.

Covid-19 ha messo in discussione tutto. Nessuno era pronto a fronteggiare una pandemia.

Cosa non deve mancare innanzitutto? Solidarietà, senso di responsabilità civile e incoraggiamento.

Dato che il piano editoriale ha subito uno sconvolgimento, cosa è meglio comunicare di questi tempi?

Trasparenza, autenticità, empatia

Questa situazione riguarda tutti, senza distinzioni di cultura, religione, credo politico, situazione socio-economica.

Da un lato non è possibile fare finta di niente, pubblicando o condividendo contenuti che possono urtare la sensibilità altrui.

Dall’altro c’è chi non ne può più di articoli, trasmissioni, post, video e contenuti di ogni tipo riguardanti la pandemia e desidera distrarsi con qualcosa che non abbia nulla a che vedere con il Coronavirus.

Se non te la senti di continuare a postare online, dillo chiaramente. Non sparire senza avvertire il tuo pubblico di riferimento perché si potrebbe pensare al peggio.

Comunica ai tuoi clienti e fornitori qual è la tua situazione attuale

Puoi farlo sul sito web aziendale, sui social e nella newsletter.

Hai chiuso momentaneamente l’attività oppure hai adottato le misure necessarie per lavorare da casa? I tuoi collaboratori e clienti lavorano da remoto?

Hai modificato o ridotto gli orari di lavoro?

Fallo sapere.

Evita l’ironia e i meme sulla pandemia

All’inizio i video e le immagini che ironizzavano sul Coronavirus e sulle reazioni generali potevano pure divertire, ma da un po’ di tempo sono decisamente fuori luogo.

Si tratta di una pandemia, ci sono migliaia di morti e persone malate e forse un utente che legge o guarda un meme che hai pubblicato ha perso una persona cara. Non c’è niente da ridere.

Concedi rimborsi

Oltre ai negozi, al settore della cultura e dello spettacolo, tra i più colpiti a livello economico ci sono hotel, ristoranti, bar, villaggi turistici, b&b, stazioni sciistiche.

Probabilmente molti avevano prenotato e acquistato soggiorni, vacanze, biglietti per eventi, concerti e spettacoli che sono stati annullati o rimandati.

In tal caso occorre soddisfare le richieste di rimborso. Se è possibile, potresti fornire bonus o codici promozionali con cui inviti a posticipare la prenotazione.

Potenzia l’e-commerce e le consegne a domicilio

Se hai un’attività locale, potresti incoraggiare i tuoi clienti a restare a casa e organizzarti per garantire le consegne a domicilio.

Se vendi prodotti e hai già un e-commerce, è il momento di potenziarlo perché ora è l’unico canale che puoi utilizzare.

Cerchiamo di essere utili, ognuno nel suo piccolo. Condividiamo informazioni attendibili, scegliamo le parole con cura.

Il minimo movimento è importante per tutta la natura. L’intero oceano è influenzato da un sassolino.
Blaise Pascal

2 vantaggi dell’apprendimento di una lingua straniera in età adulta

In una newsletter di qualche mese fa rispondevo alla domanda: c’è un’età per imparare una lingua straniera?

Infatti è noto che l’apprendimento delle lingue straniere risulta più facile in un determinato periodo della vita che va dai 2 anni alla pubertà.

In questa fascia d’età i bambini hanno maggiore flessibilità, spontaneità, capacità di memorizzazione e apertura al cambiamento rispetto agli adulti, quindi apprendono più facilmente aspetti linguistici come la pronuncia e l’intonazione.

Inoltre i bambini hanno meno paura di commettere errori, mentre in età adulta siamo abituati a temere l’errore e il giudizio.

Anche se gli adulti fanno più fatica a imparare una lingua perché ad esempio il tempo a disposizione è inferiore, ci sono due vantaggi che facilitano l’apprendimento da adulti.

1. Maturità cognitiva

Gli adulti che intendono imparare una lingua straniera hanno già una certa esperienza dei sistemi linguistici, a differenza dei bambini. Grazie alla conoscenza della lingua madre, è più facile apprendere le regole di grammatica attraverso maggiori capacità di astrazione e ragionamento, mentre un bambino in età prescolare tende ad assimilare per imitazione e non perché capisce fino in fondo i meccanismi di una lingua.

Tuttavia, per apprendere al meglio, bisogna evitare di fare continui confronti con la grammatica della propria lingua madre, perché si creerebbe confusione tra i sistemi linguistici.

Data la sua esperienza di vita, un adulto riesce a memorizzare più facilmente il lessico associando le parole a ricordi o a termini già acquisiti oppure facendo riferimenti culturali.

2. Motivazione

Un adulto decide di imparare l’inglese o un’altra lingua straniera per motivi specifici: opportunità professionali, avanzamento di carriera, integrazione sociale, maggiore sicurezza durante i viaggi.

Non c’è la scuola o l’istituzione accademica a imporre di imparare una lingua, come nel caso dei bambini e dei ragazzi. Magari è un corso aziendale organizzato dal dirigente dell’impresa, però il dipendente è motivato a seguire le lezioni per acquisire competenze specifiche da mettere in pratica, come nel customer care.

Può spaventare l’impegno necessario a imparare una lingua, la costanza e la perseveranza richieste per fare progressi. Ma dire che è troppo tardi è una scusa.

Conoscere un’altra lingua significa avere una seconda anima.
Carlo Magno