Alcune parole scompariranno con la crisi climatica

Un effetto inatteso della crisi climatica riguarda i cambiamenti linguistici. Sembrano due aspetti distanti, invece sono decisamente correlati.

Partiamo dal presupposto che il riscaldamento globale provoca lo scioglimento dei ghiacciai, un’evidenza sotto gli occhi di tutti (tranne dei negazionisti, ovvio).

Di fronte ai mutamenti climatici in atto sul pianeta, come si adattano le persone? Come si adatta la lingua?

Consideriamo una frase che probabilmente hai già sentito o letto: gli eschimesi usano 50 parole diverse per riferirsi alla neve. Ma è vero?
No, è un’affermazione falsa.

In realtà, nell’Ottocento l’antropologo Franz Boas osservò che gli Inuit, la popolazione indigena che vive nella regione artica, usano varie parole per descrivere la neve, come aput (neve sul terreno), qana (neve che cade), piqsirpoq (bufera di neve) e qimuqsug (cumulo di neve).

Il groenlandese o kalaallisut è una lingua polisintetica: la struttura delle parole è molto complessa, perché alla radice della parola vengono aggiunti vari prefissi e suffissi per trasmettere un’informazione dettagliata.
Quindi una parola è sufficiente per descrivere in modo minuzioso qualcosa per cui utilizzeremmo decine di parole diverse.

La lingua locale cambia con il clima e con i suoi effetti sulla natura

È tutto collegato.

La lingua descrive la realtà. La realtà cambia, la natura intorno a noi è devastata dalla crisi climatica.

Il ghiaccio marino non è più quello di pochi decenni fa, così in futuro non ci sarà più alcun motivo per utilizzare parole per descrivere il ghiaccio marino molto spesso che non esisterà più.

Il ghiaccio marino è sempre più sottile e inizia a scomparire. Questo mette a rischio anche la fauna e minaccia alcune specie.
Infatti, gli orsi polari prediligono il ghiaccio marino per la caccia: le foche riemergono in superficie e loro possono nutrirsi. Ma il ghiaccio marino si scioglie sempre più in fretta e molti orsi polari iniziano a morire di fame.

Per non parlare dell’innalzamento del livello del mare e degli eventi climatici devastanti correlati.

L’altra faccia della medaglia è il boom del turismo in Groenlandia, dove migliaia di visitatori da tutto il mondo si affrettano a osservare i ghiacciai prima che sia troppo tardi.

Come si chiede la giornalista Lisa Abend, in futuro ci saranno meno parole per descrivere la neve e il ghiaccio e più parole per descrivere la pioggia, le inondazioni e il caldo?

Non basta la riflessione. Occorre agire di conseguenza. Prima di lasciarci, una persona molto saggia ci ha invitato a fare la nostra parte.

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.
Ludwig Wittgenstein

Perché non dico chi sono i miei clienti

La riservatezza è un requisito imprescindibile del traduttore professionista.
Veniamo a conoscenza di dati sensibili, anteprime, segreti industriali, pratiche commerciali e informazioni confidenziali da trasferire in un’altra lingua e in un’altra cultura.

Spesso ciò implica la firma di veri e propri accordi di riservatezza e non divulgazione.
Ma anche in assenza di tali accordi, non è ammissibile sbandierare ai quattro venti i nomi dei propri clienti come principio generale, e a maggior ragione quando il lavoro che facciamo richiede un certo riserbo secondo la deontologia del settore.

Un’eccezione che fa rima con pubblicazione

Il caso dei traduttori letterari è diverso. Il loro nome viene pubblicato all’interno del libro, spesso anche in copertina. In tal caso, i riflettori sono puntati anche sul traduttore, il cui nome è di dominio pubblico. Quindi il committente della traduzione è palese e non resta un mistero.

Per chi traduce in ambito tecnico, scientifico o creativo, quindi in qualsiasi altro ambito che non sia quello editoriale, il discorso è diverso. Ed è il punto che mi preme sottolineare con questo post.

Per chi traduco?

Nella home del mio sito c’è la sezione “Dicono di me”, dove ho pubblicato i pareri di alcuni miei clienti sulla nostra collaborazione, ovviamente con il loro consenso.

Mi piacerebbe aggiungerne altri, però mi sento sempre un tantino in soggezione, come se la richiesta di un feedback da pubblicare recasse un disturbo ai miei clienti.
Sicuramente è un mio limite, ne prendo atto, e devo lavorarci su.

Però talvolta riscontro un atteggiamento opposto da parte di altri traduttori.
Sui siti web di molti traduttori è possibile trovare una sfilza di loghi alla voce “I miei clienti”. Mi auguro che i traduttori in questione abbiano il permesso di ciascun cliente per fare ciò.

Lungi da me pensare male, però stento a credere che un traduttore abbia ottenuto il consenso esplicito di un grande e famoso brand internazionale per la pubblicazione del logo sul suo sito.
Magari è così, tanto meglio! 🙂
Tuttavia, rimango un po’ scettica.

Del resto, un odontoiatra che cura pazienti di fascia alta direbbe a chicchessia i nomi dei suoi pazienti vip?

Per i nostri clienti, noi professionisti della lingua siamo fornitori come tutti gli altri.

Una panoramica dei miei clienti

Le agenzie di traduzione sono clienti molto importanti per me. Collaboro principalmente con agenzie francesi e inglesi, e mi trovo molto bene.

Tramite oppure oltre alle agenzie di traduzione, traduco per produttori di cosmetici, case di moda, uffici del turismo, make-up artist, agenzie di marketing, start-up del benessere, maison di orologeria, gruppi di soluzioni abitative, resort, società di sottotitolazione e localizzazione di audiovisivi, catene di campeggi e villaggi turistici, marche di abbigliamento, comprensori sciistici, gruppi del lusso.

Non posso rivelare nomi, cognomi o ragioni sociali, né intendo farlo.
Però ammetto che a volte la tentazione c’è, soprattutto quando mi capita di vedere in televisione lo spot italiano di una campagna pubblicitaria a cui ho lavorato, che presenta un mio cliente o un suo prodotto, e che mi riempie di orgoglio.
Sarebbe bello condividere la gloria con chi mi circonda. Invece mi limito a sorridere fra me e me.

D’altronde, Terenzio giustamente scriveva:

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Il paradosso dell’intelligenza culturale

L’intelligenza culturale è la capacità di adattarsi e mostrare flessibilità in contesti caratterizzati da differenze culturali.

Si acquisisce con l’esperienza e la formazione, non è una dote innata. Richiede apertura mentale e consiste nell’uscire dalla propria bolla culturale.

In un periodo storico in cui la prospettiva da cui si guarda il mondo è considerata, ahimè, l’unica valida e giudicante, uno sguardo che contempla tutte le sfumature che ci circondano dimostra maturità.

Ma c’è un paradosso in tutto questo, la cui parola chiave è adattamento.

L’intelligenza culturale presuppone che ci si adegui a un contesto culturale contraddistinto dalla diversità.
In tal modo, non si pregiudica la legittimità dei propri valori, usanze e abitudini culturali? Del resto, la diversità di questo contesto include anche la propria cultura di appartenenza.

Andiamo nel dettaglio per capire meglio questo paradosso.

Se sei una persona che rispetta abbastanza gli orari concordati, perché dovresti essere tu a tollerare i ritardi degli altri? Perché è preferibile la puntualità da parte tua senza darla per scontata nel prossimo?
Se le differenze culturali contemplano l’autenticità dei propri valori e usanze, perché devi essere tu ad adattarti a un determinato contesto?

L’adattamento culturale non compromette l’autenticità?

In questa sfilza di domande, per me l’interrogativo chiave è questo: quanto occorre adattarsi quando si interagisce con altre culture?

Tutto parte dal tuo obiettivo. Il mezzo per raggiungerlo è un cambiamento di prospettiva.
Si tratta di mettere in pratica le competenze necessarie per portare a termine una missione, dal negoziare una proposta fino a ricevere la conferma di un progetto.

Segui la tua bussola interiore

Ti faccio un esempio.

Amo la puntualità, rispetto sempre l’orario stabilito e, anzi, gioco d’anticipo, non solo per la consegna di un progetto di lavoro ma anche nella vita personale.

Se devo interagire con persone che non rispettano la puntualità, come le culture latinoamericane, dovrei adattarmi al loro modo di fare e non sentirmi frustrata dal ritardo [per approfondire, iscrivendoti alla mia newsletter riceverai il file scaricabile 5 consigli per una riunione con un cliente straniero che tratta anche questo aspetto].

Abbiamo fissato una videoconferenza alle 16:00? In questo caso, so che il mio interlocutore non sarà puntuale e che dovrò aspettare una mezz’oretta.

Allora mi adatto. Magari non sarò già pronta a iniziare la videoconferenza alle 15:50, come farei di norma, e spaccherò il minuto dell’orario stabilito per ridurre il tempo in cui dovrò attendere il mio interlocutore.

Il motivo?
Perché presentarmi in ritardo, anche se so che l’altro non sarà puntuale, contraddice il valore che io do al tempo.
Quindi mi adatto al contesto specifico senza compromettere la mia autenticità.

Viviamo un mondo di complessità in cui non è tutto bianco o nero, bensì impreziosito da sfumature, tutte valide, tutte importanti. 🙂

Uniti nella traduzione

Il tema della Giornata Mondiale della Traduzione 2021 è Uniti nella traduzione.

Dopo un anno e mezzo di pandemia, chiusure e distanziamento, parlare di unione e comunità diventa antidoto alla condizione di solitudine che ha riguardato tutti, chi più chi meno.

Oltre agli effetti fisici, non dobbiamo dimenticare che questi mesi difficili hanno ripercussioni anche sulla salute mentale.

Se lo stress e l’ansia sono incrementati a causa del carico di tensione e preoccupazione costante, il sovraccarico cognitivo ed emotivo ha comportato anche l’aumento dell’agitazione e dei disturbi del sonno negli adulti e nei bambini.

Ma cosa c’entra tutto questo con la traduzione e la sua giornata mondiale?

C’entra eccome. Grazie a un progetto a cui ho lavorato tra la fine della primavera e la prima parte dell’estate 2021.

Un progetto per ritrovare la calma

Questo progetto mi è stato proposto dall’International Business Manager di una startup francese che sta per lanciare i suoi prodotti sul mercato italiano.

Non posso entrare nel dettaglio per via della riservatezza che è parte della deontologia del mio lavoro di traduttrice.

Però mi piacerebbe trasmetterti il senso di unità e condivisione di questo progetto di gruppo: un team di quattro traduttori (una in particolare è stata una collaboratrice davvero preziosa), tecnici del suono in grado di fare magie e una voice actress che stimo da tempo, oltre allo staff della startup direttamente coinvolto in questo progetto.

Il prodotto in questione aiuta l’ascoltare a ritrovare la calma attraverso viaggi meditativi: non è un podcast né ASMR né un dispositivo connesso, dato che le onde elettromagnetiche e la luce blu sono il principale nemico del sonno e della tranquillità.

Tra le altre cose, mi sono occupata della traduzione degli script e dell’ascolto degli audio per verificare che tutto fosse coerente con i parametri stabiliti in partenza.

Tra email, telefonate e aggiornamenti dei file su Google Drive, per velocizzare il confronto e i feedback abbiamo creato un gruppo WhatsApp, il che ha rappresentato un’eccezione al mio modo di lavorare.

Infatti, preferisco non spostare le conversazioni di lavoro su questa applicazione, fuorché in casi eccezionali dove diventa oggettivamente necessario per ottenere riscontri immediati.

Non sono mancati imprevisti, tra cui le vacanze già programmate di alcuni membri del team da conciliare con i tempi stretti di consegna del lavoro. 🙂

Ecco un esempio di traduzione collaborativa, di progetto di cui condivido la visione, di prodotto che nel suo piccolo può migliorare la vita di qualcuno.

Del resto non salvo vite umane con il mio lavoro di traduttrice, ma cerco di lasciare un piccolo segno dietro le quinte per abbattere distanze linguistiche e culturali. Uniti nella traduzione.

Esiste il razzismo linguistico?

Le differenze linguistiche possono provocare pregiudizi e atteggiamenti discriminanti.

Una persona che parla una lingua straniera con accento marcato potrebbe essere considerata meno intelligente o meno competente semplicemente perché è una persona che parla una lingua straniera con accento marcato.

In tal caso, le competenze del soggetto vengono misurate soltanto dall’espressione linguistica, ignorando le sue reali abilità.

Purtroppo questa percezione è reale, come dimostrano gli studi.
Questi ultimi riguardano soprattutto la lingua inglese, in particolare il confronto tra i madrelingua e chi parla inglese come lingua straniera.

In genere, l’inglese parlato con accento italiano, francese e tedesco è apprezzato dai madrelingua inglesi: viene considerato sofisticato o persino sexy.

Ma le cose cambiano se a parlare inglese è un asiatico, un africano o una persona del Medio Oriente. In tali casi, l’accento è meno apprezzato o considerato sgradevole.

Questo fenomeno, che non è sempre intenzionale, non riguarda soltanto l’inglese.

Consideriamo la nostra lingua.

In genere, se una persona italiana sta per interagire in italiano con un asiatico, le aspettative sono queste: l’interlocutore parlerà con marcato accento straniero, avrà esitazioni, commetterà errori o sarà difficile da capire.
Invece potrebbe trattarsi ad esempio di un giapponese di seconda generazione, nato a Milano da genitori giapponesi, che ha sempre parlato italiano con naturalezza, scioltezza e accento milanese.

Questo pregiudizio più o meno inconsapevole potrebbe essere una forma di razzismo linguistico.

La psicologia dietro il razzismo linguistico

Qual è il motivo alla base di tutto questo?
Entrano in gioco meccanismi psicologici.

Il cervello fa più fatica a capire un accento meno familiare. Lo sforzo in più nell’atto della comprensione e l’innata predisposizione favorevole verso le persone simili e non nei confronti del diverso possono suscitare sentimenti negativi verso chi ha origini straniere e parla una lingua straniera con accento marcato.

Ciò potrebbe indurre alcuni ad assumere atteggiamenti discriminanti, come escludere o ridicolizzare questi soggetti che sviluppano un complesso di inferiorità, dando vita al vero e proprio razzismo linguistico.

Come affrontare il razzismo linguistico

La base di tutto è la consapevolezza. Ecco cosa fare per evitare forme di razzismo linguistico:

  • Migliorare le proprie capacità di ascolto, prestando più attenzione a quello che dice l’altro e non a quello che ci si aspetta di sentire
  • Parlare più lentamente e utilizzare meno espressioni idiomatiche in presenza di interlocutori non madrelingua
  • Ascoltare una pluralità di accenti diversi per abituare l’orecchio e il cervello a suoni meno familiari

Conoscevi già questo fenomeno o hai vissuto qualcosa di simile quando parli una lingua straniera?

Come richiedere una traduzione

Ognuno ha i suoi contatti di lavoro privilegiati, dal telefono all’email.
Ecco quali sono i miei e perché, così evitiamo perdite di tempo da entrambe le parti. 🙂

Un’informazione da mettere in chiaro come premessa importante: non fornisco il mio numero di cellulare a chiunque, infatti non lo trovi neppure sul mio sito web, perché per il mio lavoro i contatti privilegiati sono per iscritto.

Del resto si tratta di traduzione, quindi ho bisogno di prendere visione del testo da tradurre.

Certo, poi possiamo sentirci anche telefonicamente per confrontarci su aspetti specifici del progetto, oppure consultarci via skype, ma concordando sempre e comunque il giorno e l’ora della chiamata.

Per questo i clienti esistenti hanno il mio numero di telefono, mentre preferisco non comunicarlo a chiunque in modo indifferenziato.

Il lavoro di traduttrice richiede concentrazione. Se sto traducendo o revisionando un testo, non posso essere interrotta per rispondere continuamente al telefono o controllare le notifiche. Lo faccio quando lo decido io, cioè quando posso.

Le richieste da non fare

Mi è capitato di ricevere richieste sulla Pagina Facebook o su LinkedIn, talvolta anche via WhatsApp.
In tal caso sposto la conversazione sulle email, perché è questo il canale che prediligo nel mio lavoro di traduttrice freelance.

Se mi contatti per un progetto di traduzione, non puoi aspettarti un preventivo scrivendo due righe via social come “Mi serve una traduzione, potresti aiutarmi?”.

Mancano dettagli essenziali: quali sono le lingue coinvolte? Per quando ti serve la traduzione? A chi è destinata? E soprattutto… dov’è il testo?

Se non leggo il testo di partenza, non posso preventivare proprio niente. La lunghezza e il formato del file, il settore e le lingue di lavoro sono informazioni fondamentali per poter elaborare un preventivo.

Le richieste da fare

Se hai bisogno della traduzione in italiano di un testo inglese o francese che rientra nei miei settori di specializzazione, puoi contattarmi dalla sezione Contatti del mio sito web o all’indirizzo email info@raffaellalippolis.com.

Ti chiedo due cose molto semplici:
– Specifica i dettagli del progetto, come la combinazione linguistica, ed eventuali tempistiche di consegna
– Allega il testo da tradurre

In questo modo potrò elaborare un preventivo personalizzato.

Non c’è nulla di troppo complicato.

Si tratta semplicemente di fare richieste mirate per evitare di perdere tempo in prima persona e di farmi perdere tempo.

Tutto questo è un ottimo punto di partenza per avviare una collaborazione. 😉

Localizzazione di qualità per lo streaming

Le piattaforme di streaming come Netflix, Amazon Prime e Disney+ hanno beneficiato delle restrizioni dovute alla pandemia e della chiusura globale dei cinema, dato che sono gli unici canali che trasmettono contenuti audiovisivi originali oltre alla tv tradizionale.

Eppure, anche prodotti di qualità risentono delle tempistiche ridotte del settore audiovisivo: sottotitoli e doppiaggio realizzati in fretta e furia, spesso da neofiti, refusi o errori peggiori nei sottotitoli tradotti, ecc.

Così il mondo del doppiaggio spesso lamenta il calo di qualità che riguarda tutta la filiera per abbreviare i tempi di lavoro, perché manca l’importante supervisione finale.

Infatti, molti studios si rivolgono a società a basso costo che affidano i lavori di traduzione, voice-over e adattamento a operatori esterni poco qualificati e sottopagati, riducendo i tempi (e la qualità).

Forse le cose iniziano a cambiare.

Finalmente la localizzazione di un prodotto audiovisivo viene considerata un passaggio cruciale, che non deve essere sacrificato sull’altare del risparmio. Si tratta di un processo che richiede cura, attenzione e professionalità quanto la produzione stessa.

Investire in produzioni locali

I prodotti audiovisivi disponibili sulle piattaforme di streaming sono soprattutto in inglese. Dalla lingua originale vengono doppiati o sottotitolati in decine di altre lingue per essere fruibili in tutto il mondo.

Ma la crescita esponenziale dello streaming induce il settore audiovisivo a investire in produzioni locali, realizzando film, documentari e serie tv in lingue diverse (come il francese Lupin), da doppiare e sottotitolare in altre lingue, tra cui l’inglese.

Insomma, il processo si inverte.

Così è possibile attirare un maggior numero di iscritti.

Ad esempio, una produzione coreana lanciata su Netflix indurrà migliaia di coreani a iscriversi a Netflix, per poi acquisire popolarità anche in altri Paesi grazie ai sottotitoli tradotti o al doppiaggio.

Tutto questo richiede un grande lavoro di adattamento attraverso il confronto continuo tra script, audio e video. Il copione da tradurre non basta: occorre adattare il testo in base a ciò che accade sullo schermo, alle inquadrature, agli effetti sonori e al linguaggio del corpo.

Il controllo qualità

La crescita internazionale rende ancora più cruciale il controllo qualità.
Se una serie tv italiana disponibile in streaming viene sottotitolata in inglese, occorre un revisore (sempre e comunque) che verifichi la conformità della traduzione dall’italiano all’inglese e poi un madrelingua inglese che si metta nei panni dello spettatore del prodotto finale sottotitolato per controllare che il contenuto sia perfettamente fruibile nella sua lingua.

Tempus fugit, la domanda è alta… però è sempre meglio curare il prodotto nel minimo dettaglio, così quegli screenshot che denunciano gli errori grossolani nei sottotitoli saranno un lontano ricordo.

Il lavoro da remoto non è lavoro di serie B

Da quando il lavoro da remoto (il cosiddetto smart working) si è diffuso in tempi di pandemia, esistono due nuove categorie di lavoratori oltre a chi lavorava già secondo queste modalità:

  1. Quelli che “Ma io non ce la faccio, non fa per me”
  2. Quelli che “Preferisco continuare così invece di tornare in ufficio”.

Non intendo i lavoratori autonomi e i freelance che lavoravano da casa anche prima della pandemia, bensì i dipendenti che hanno scoperto il lavoro da remoto.

Per quanto il lavoro da remoto abbia sia benefici sia limiti, alcuni dipendenti oggi preferiscono questa modalità e non desiderano tornare fisicamente in azienda.

La motivazione principale alla base di questa scelta riguarda il risparmio di tempo e di costi:

  • Niente tragitto casa-lavoro in auto o sui mezzi pubblici, risparmiando ore all’andata e al ritorno
  • Niente pausa pranzo al bar o al ristorante
  • Nessun trasferimento nella città dove ha sede l’azienda, dove magari l’affitto e il costo della vita sono più alti rispetto alla propria città di origine o in cui ci si è stabiliti.

In effetti, bisogna tenere conto dell’indotto che beneficia di quest’ultimo punto: agenzie immobiliari, ristorazione e trasporti fanno grandi profitti grazie ai dipendenti che riempiono gli uffici cittadini.

Però bisogna fare i conti con il proprio datore di lavoro, secondo cui il lavoro da remoto è lavoro di serie B.

In molti casi, il titolare di un’azienda richiama subito i dipendenti in sede appena possibile. Alla base di questa esigenza possono esserci una mania di controllo o una scarsa fiducia nell’autodisciplina degli impiegati, che vengono costretti a tornare in ufficio anche se potrebbero continuare a lavorare da remoto perché il loro tipo di lavoro lo permette.

Così alcuni giungono a una scelta drastica.

Come conferma Bloomberg, molti dipendenti stanno rinunciando al posto di lavoro quando vengono costretti dal capo a tornare in ufficio.

Questo fenomeno riguarda soprattutto le generazioni più giovani, già abituate alla flessibilità sul lavoro e che non hanno mai conosciuto un mondo del lavoro senza precarietà in cui domina il posto fisso, come accadeva pochi decenni fa.

I datori di lavoro ritengono che la presenza dei dipendenti in azienda sia fondamentale per preservare la cultura aziendale, tanto che un sondaggio rivela che debbano lavorare in presenza almeno tre giorni alla settimana.

Forse sarebbe meglio interrogarsi su questo: in cosa consiste la cultura aziendale?

La cultura aziendale comprende la visione e gli obiettivi dell’azienda, ma anche i comportamenti e i valori che accomunano tutti i dipendenti.

La soddisfazione e la produttività di un lavoratore non si misurano soltanto nello spazio fisico in cui lavora. Se l’organizzazione stessa è traballante, se il dipendente parla male dell’azienda per cui lavora, vuol dire che c’è qualcosa di fondo che non va.

Secondo te, il coinvolgimento e la motivazione di un dipendente sono possibili soltanto se lavora in presenza?

È vero che si può imparare una lingua mentre si dorme?

Quando si studia una lingua straniera, spesso si rimane affascinati da una rivelazione: ascoltare parole straniere durante il sonno facilita l’apprendimento.

Non è un falso mito, ma un dato di fatto dimostrato da diversi studi.

Nel corso degli anni, vari partecipanti di diverse fasce d’età e nazionalità si sono sottoposti a test per provare questa ipotesi.

Il sonno favorisce l’apprendimento

Bisogna fare attenzione alle aspettative suscitate da queste scoperte.

Del resto, non si tratta di diventare fluenti in una lingua mentre si dorme. Non c’è una ricetta magica o una formula con cui gli studi non hanno niente a che fare.

L’apprendimento di una lingua straniera potenziato dal sonno riguarda soltanto il lessico. Insomma, un’area circoscritta di una lingua, non la lingua nel suo complesso.

Pertanto questi effetti riguardano il vocabolario di una lingua straniera che occorre ampliare con costanza.

In pratica

Supponiamo che tu stia imparando l’inglese.

Ti sei applicato durante il giorno e hai trascritto una serie di nuovi termini che prima non conoscevi. Li hai associati al significato in italiano e vorresti riuscire a ricordarli in futuro per utilizzarli all’occorrenza.

Ascoltando quelle parole mentre dormi, è possibile farle sedimentare nella memoria.

Quindi non si tratta di prendere un elenco di parole a caso del vocabolario inglese. Al contrario, l’esperimento riguarda parole straniere con cui hai acquisito una certa familiarità e che vorresti fissare nella memoria.

Secondo gli studi, l’apprendimento del lessico potenziato dal sonno è più efficace nella fase NREM (o non REM), in particolare durante il sonno profondo senza sogni.

Le associazioni semantiche immagazzinate durante la veglia si rafforzano con il sonno: si tratta di fissare nella memoria ciò che hai imparato da sveglio.

Insomma, non credere a fantomatiche formulette per imparare una lingua straniera senza sforzo, a maggior ragione durante un bel sonno ristoratore. Occorre applicarsi sempre e comunque affinché le informazioni acquisite consapevolmente vengano rielaborate in modo produttivo nella fase notturna.

Lavorare con altre culture: una questione di fiducia

Cosa lega i rapporti di lavoro più di ogni altra cosa?

La fiducia.

Una volta stabilita, la fiducia facilita le negoziazioni perché si impiega meno tempo ed energia nell’analisi del potenziale cliente o partner d’affari.

Ma come nasce?

Non da una stretta di mano o dal semplice passaparola. E le cose diventano più complesse quando si intende avviare una collaborazione con qualcuno di un’altra cultura.

Allora come si decide di fidarsi di un potenziale partner estero per stabilire un rapporto di lavoro?

Tutto varia in base ai fattori culturali e dipende da quanto si è incline a fidarsi degli altri nei rapporti sociali quotidiani.

Le differenze culturali influiscono sulla percezione della fiducia

Europa e Nord America

Le culture occidentali tendono a fidarsi del prossimo fino a prova contraria, anche in ambito lavorativo. Nonostante tale apertura nei confronti dell’altro, in genere si predilige verificare l’affidabilità di un potenziale partner o cliente o la credibilità di un’azienda.

Inoltre si preferisce separare l’aspetto personale da quello lavorativo. Pertanto la cordialità reciproca e la simpatia dell’interlocutore d’affari non corrispondono necessariamente a un rapporto solido: la sfera sociale è scissa da quella professionale.

Un rapporto cordiale va a beneficio di entrambe le parti, però non è la condizione essenziale per una collaborazione.

Estremo Oriente

In Estremo Oriente, la fiducia si basa sulla reputazione: occorre verificare la reputazione di un potenziale partner d’affari prima di avviare un’eventuale collaborazione.

Per farlo, un’azienda giapponese o coreana tende a fidarsi di quest’ultimo se c’è una terza parte coinvolta, nota a entrambe le parti. È essenziale non perdere la faccia, quindi la reputazione va preservata.

Poi occorre verificare le competenze.

Dato che queste culture non tollerano un no esplicito, talvolta tendono ad affermare di essere in grado di svolgere determinate mansioni o attività. Così occorre metterle alla prova dei fatti e appurare se tali competenze sono reali.

In caso di esito positivo, il passo successivo è socializzare: una cena d’affari dopo un incontro importante e le occasioni conviviali vengono incoraggiate per unire la sfera sociale a quella professionale.

Medio Oriente

Il rispetto è alla base della fiducia. Anche se l’altro non condivide i propri valori, ciò non impedisce di instaurare un rapporto di lavoro. La condizione fondamentale è mostrare rispetto per tali valori, benché non condivisi.

Come per le culture dell’Estremo Oriente, si verifica la reputazione di un potenziale partner o cliente prima di avviare una collaborazione. Le informazioni positive raccolte devono essere verificate, non vengono date per scontate.

Poi il rapporto si consolida confrontandosi su altri argomenti che esulano dal rapporto d’affari. Non si tratta soltanto di convenevoli, ma di un effettivo scambio di punti di vista in un contesto di convivialità.

America Latina

Il rapporto sociale precede quello professionale. Si cercano le similitudini, i valori condivisi, basando poi la collaborazione su tali affinità.

La fiducia si costruisce parlando ad esempio delle proprie famiglie o dei propri interessi, ossia ricorrendo ad argomenti in cui è difficile non essere sinceri. Dall’apertura e dalla trasparenza dimostrata in questo modo, nasce la fiducia necessaria per parlare di lavoro soltanto in un secondo momento.

Paese che vai

Ovviamente si tratta di principi generali per capire come muoversi. La loro rilevanza dipende dal caso specifico, dalla cultura di chi hai di fronte, dal settore merceologico.

Ma alla base della fiducia ci sono sempre questi quattro elementi: rispetto, reputazione, apertura e competenze.