Uniti nella traduzione

Il tema della Giornata Mondiale della Traduzione 2021 è Uniti nella traduzione.

Dopo un anno e mezzo di pandemia, chiusure e distanziamento, parlare di unione e comunità diventa antidoto alla condizione di solitudine che ha riguardato tutti, chi più chi meno.

Oltre agli effetti fisici, non dobbiamo dimenticare che questi mesi difficili hanno ripercussioni anche sulla salute mentale.

Se lo stress e l’ansia sono incrementati a causa del carico di tensione e preoccupazione costante, il sovraccarico cognitivo ed emotivo ha comportato anche l’aumento dell’agitazione e dei disturbi del sonno negli adulti e nei bambini.

Ma cosa c’entra tutto questo con la traduzione e la sua giornata mondiale?

C’entra eccome. Grazie a un progetto a cui ho lavorato tra la fine della primavera e la prima parte dell’estate 2021.

Un progetto per ritrovare la calma

Questo progetto mi è stato proposto dall’International Business Manager di una startup francese che sta per lanciare i suoi prodotti sul mercato italiano.

Non posso entrare nel dettaglio per via della riservatezza che è parte della deontologia del mio lavoro di traduttrice.

Però mi piacerebbe trasmetterti il senso di unità e condivisione di questo progetto di gruppo: un team di quattro traduttori (una in particolare è stata una collaboratrice davvero preziosa), tecnici del suono in grado di fare magie e una voice actress che stimo da tempo, oltre allo staff della startup direttamente coinvolto in questo progetto.

Il prodotto in questione aiuta l’ascoltare a ritrovare la calma attraverso viaggi meditativi: non è un podcast né ASMR né un dispositivo connesso, dato che le onde elettromagnetiche e la luce blu sono il principale nemico del sonno e della tranquillità.

Tra le altre cose, mi sono occupata della traduzione degli script e dell’ascolto degli audio per verificare che tutto fosse coerente con i parametri stabiliti in partenza.

Tra email, telefonate e aggiornamenti dei file su Google Drive, per velocizzare il confronto e i feedback abbiamo creato un gruppo WhatsApp, il che ha rappresentato un’eccezione al mio modo di lavorare.

Infatti, preferisco non spostare le conversazioni di lavoro su questa applicazione, fuorché in casi eccezionali dove diventa oggettivamente necessario per ottenere riscontri immediati.

Non sono mancati imprevisti, tra cui le vacanze già programmate di alcuni membri del team da conciliare con i tempi stretti di consegna del lavoro. 🙂

Ecco un esempio di traduzione collaborativa, di progetto di cui condivido la visione, di prodotto che nel suo piccolo può migliorare la vita di qualcuno.

Del resto non salvo vite umane con il mio lavoro di traduttrice, ma cerco di lasciare un piccolo segno dietro le quinte per abbattere distanze linguistiche e culturali. Uniti nella traduzione.

Esiste il razzismo linguistico?

Le differenze linguistiche possono provocare pregiudizi e atteggiamenti discriminanti.

Una persona che parla una lingua straniera con accento marcato potrebbe essere considerata meno intelligente o meno competente semplicemente perché è una persona che parla una lingua straniera con accento marcato.

In tal caso, le competenze del soggetto vengono misurate soltanto dall’espressione linguistica, ignorando le sue reali abilità.

Purtroppo questa percezione è reale, come dimostrano gli studi.
Questi ultimi riguardano soprattutto la lingua inglese, in particolare il confronto tra i madrelingua e chi parla inglese come lingua straniera.

In genere, l’inglese parlato con accento italiano, francese e tedesco è apprezzato dai madrelingua inglesi: viene considerato sofisticato o persino sexy.

Ma le cose cambiano se a parlare inglese è un asiatico, un africano o una persona del Medio Oriente. In tali casi, l’accento è meno apprezzato o considerato sgradevole.

Questo fenomeno, che non è sempre intenzionale, non riguarda soltanto l’inglese.

Consideriamo la nostra lingua.

In genere, se una persona italiana sta per interagire in italiano con un asiatico, le aspettative sono queste: l’interlocutore parlerà con marcato accento straniero, avrà esitazioni, commetterà errori o sarà difficile da capire.
Invece potrebbe trattarsi ad esempio di un giapponese di seconda generazione, nato a Milano da genitori giapponesi, che ha sempre parlato italiano con naturalezza, scioltezza e accento milanese.

Questo pregiudizio più o meno inconsapevole potrebbe essere una forma di razzismo linguistico.

La psicologia dietro il razzismo linguistico

Qual è il motivo alla base di tutto questo?
Entrano in gioco meccanismi psicologici.

Il cervello fa più fatica a capire un accento meno familiare. Lo sforzo in più nell’atto della comprensione e l’innata predisposizione favorevole verso le persone simili e non nei confronti del diverso possono suscitare sentimenti negativi verso chi ha origini straniere e parla una lingua straniera con accento marcato.

Ciò potrebbe indurre alcuni ad assumere atteggiamenti discriminanti, come escludere o ridicolizzare questi soggetti che sviluppano un complesso di inferiorità, dando vita al vero e proprio razzismo linguistico.

Come affrontare il razzismo linguistico

La base di tutto è la consapevolezza. Ecco cosa fare per evitare forme di razzismo linguistico:

  • Migliorare le proprie capacità di ascolto, prestando più attenzione a quello che dice l’altro e non a quello che ci si aspetta di sentire
  • Parlare più lentamente e utilizzare meno espressioni idiomatiche in presenza di interlocutori non madrelingua
  • Ascoltare una pluralità di accenti diversi per abituare l’orecchio e il cervello a suoni meno familiari

Conoscevi già questo fenomeno o hai vissuto qualcosa di simile quando parli una lingua straniera?

Come richiedere una traduzione

Ognuno ha i suoi contatti di lavoro privilegiati, dal telefono all’email.
Ecco quali sono i miei e perché, così evitiamo perdite di tempo da entrambe le parti. 🙂

Un’informazione da mettere in chiaro come premessa importante: non fornisco il mio numero di cellulare a chiunque, infatti non lo trovi neppure sul mio sito web, perché per il mio lavoro i contatti privilegiati sono per iscritto.

Del resto si tratta di traduzione, quindi ho bisogno di prendere visione del testo da tradurre.

Certo, poi possiamo sentirci anche telefonicamente per confrontarci su aspetti specifici del progetto, oppure consultarci via skype, ma concordando sempre e comunque il giorno e l’ora della chiamata.

Per questo i clienti esistenti hanno il mio numero di telefono, mentre preferisco non comunicarlo a chiunque in modo indifferenziato.

Il lavoro di traduttrice richiede concentrazione. Se sto traducendo o revisionando un testo, non posso essere interrotta per rispondere continuamente al telefono o controllare le notifiche. Lo faccio quando lo decido io, cioè quando posso.

Le richieste da non fare

Mi è capitato di ricevere richieste sulla Pagina Facebook o su LinkedIn, talvolta anche via WhatsApp.
In tal caso sposto la conversazione sulle email, perché è questo il canale che prediligo nel mio lavoro di traduttrice freelance.

Se mi contatti per un progetto di traduzione, non puoi aspettarti un preventivo scrivendo due righe via social come “Mi serve una traduzione, potresti aiutarmi?”.

Mancano dettagli essenziali: quali sono le lingue coinvolte? Per quando ti serve la traduzione? A chi è destinata? E soprattutto… dov’è il testo?

Se non leggo il testo di partenza, non posso preventivare proprio niente. La lunghezza e il formato del file, il settore e le lingue di lavoro sono informazioni fondamentali per poter elaborare un preventivo.

Le richieste da fare

Se hai bisogno della traduzione in italiano di un testo inglese o francese che rientra nei miei settori di specializzazione, puoi contattarmi dalla sezione Contatti del mio sito web o all’indirizzo email info@raffaellalippolis.com.

Ti chiedo due cose molto semplici:
– Specifica i dettagli del progetto, come la combinazione linguistica, ed eventuali tempistiche di consegna
– Allega il testo da tradurre

In questo modo potrò elaborare un preventivo personalizzato.

Non c’è nulla di troppo complicato.

Si tratta semplicemente di fare richieste mirate per evitare di perdere tempo in prima persona e di farmi perdere tempo.

Tutto questo è un ottimo punto di partenza per avviare una collaborazione. 😉

Localizzazione di qualità per lo streaming

Le piattaforme di streaming come Netflix, Amazon Prime e Disney+ hanno beneficiato delle restrizioni dovute alla pandemia e della chiusura globale dei cinema, dato che sono gli unici canali che trasmettono contenuti audiovisivi originali oltre alla tv tradizionale.

Eppure, anche prodotti di qualità risentono delle tempistiche ridotte del settore audiovisivo: sottotitoli e doppiaggio realizzati in fretta e furia, spesso da neofiti, refusi o errori peggiori nei sottotitoli tradotti, ecc.

Così il mondo del doppiaggio spesso lamenta il calo di qualità che riguarda tutta la filiera per abbreviare i tempi di lavoro, perché manca l’importante supervisione finale.

Infatti, molti studios si rivolgono a società a basso costo che affidano i lavori di traduzione, voice-over e adattamento a operatori esterni poco qualificati e sottopagati, riducendo i tempi (e la qualità).

Forse le cose iniziano a cambiare.

Finalmente la localizzazione di un prodotto audiovisivo viene considerata un passaggio cruciale, che non deve essere sacrificato sull’altare del risparmio. Si tratta di un processo che richiede cura, attenzione e professionalità quanto la produzione stessa.

Investire in produzioni locali

I prodotti audiovisivi disponibili sulle piattaforme di streaming sono soprattutto in inglese. Dalla lingua originale vengono doppiati o sottotitolati in decine di altre lingue per essere fruibili in tutto il mondo.

Ma la crescita esponenziale dello streaming induce il settore audiovisivo a investire in produzioni locali, realizzando film, documentari e serie tv in lingue diverse (come il francese Lupin), da doppiare e sottotitolare in altre lingue, tra cui l’inglese.

Insomma, il processo si inverte.

Così è possibile attirare un maggior numero di iscritti.

Ad esempio, una produzione coreana lanciata su Netflix indurrà migliaia di coreani a iscriversi a Netflix, per poi acquisire popolarità anche in altri Paesi grazie ai sottotitoli tradotti o al doppiaggio.

Tutto questo richiede un grande lavoro di adattamento attraverso il confronto continuo tra script, audio e video. Il copione da tradurre non basta: occorre adattare il testo in base a ciò che accade sullo schermo, alle inquadrature, agli effetti sonori e al linguaggio del corpo.

Il controllo qualità

La crescita internazionale rende ancora più cruciale il controllo qualità.
Se una serie tv italiana disponibile in streaming viene sottotitolata in inglese, occorre un revisore (sempre e comunque) che verifichi la conformità della traduzione dall’italiano all’inglese e poi un madrelingua inglese che si metta nei panni dello spettatore del prodotto finale sottotitolato per controllare che il contenuto sia perfettamente fruibile nella sua lingua.

Tempus fugit, la domanda è alta… però è sempre meglio curare il prodotto nel minimo dettaglio, così quegli screenshot che denunciano gli errori grossolani nei sottotitoli saranno un lontano ricordo.

Il lavoro da remoto non è lavoro di serie B

Da quando il lavoro da remoto (il cosiddetto smart working) si è diffuso in tempi di pandemia, esistono due nuove categorie di lavoratori oltre a chi lavorava già secondo queste modalità:

  1. Quelli che “Ma io non ce la faccio, non fa per me”
  2. Quelli che “Preferisco continuare così invece di tornare in ufficio”.

Non intendo i lavoratori autonomi e i freelance che lavoravano da casa anche prima della pandemia, bensì i dipendenti che hanno scoperto il lavoro da remoto.

Per quanto il lavoro da remoto abbia sia benefici sia limiti, alcuni dipendenti oggi preferiscono questa modalità e non desiderano tornare fisicamente in azienda.

La motivazione principale alla base di questa scelta riguarda il risparmio di tempo e di costi:

  • Niente tragitto casa-lavoro in auto o sui mezzi pubblici, risparmiando ore all’andata e al ritorno
  • Niente pausa pranzo al bar o al ristorante
  • Nessun trasferimento nella città dove ha sede l’azienda, dove magari l’affitto e il costo della vita sono più alti rispetto alla propria città di origine o in cui ci si è stabiliti.

In effetti, bisogna tenere conto dell’indotto che beneficia di quest’ultimo punto: agenzie immobiliari, ristorazione e trasporti fanno grandi profitti grazie ai dipendenti che riempiono gli uffici cittadini.

Però bisogna fare i conti con il proprio datore di lavoro, secondo cui il lavoro da remoto è lavoro di serie B.

In molti casi, il titolare di un’azienda richiama subito i dipendenti in sede appena possibile. Alla base di questa esigenza possono esserci una mania di controllo o una scarsa fiducia nell’autodisciplina degli impiegati, che vengono costretti a tornare in ufficio anche se potrebbero continuare a lavorare da remoto perché il loro tipo di lavoro lo permette.

Così alcuni giungono a una scelta drastica.

Come conferma Bloomberg, molti dipendenti stanno rinunciando al posto di lavoro quando vengono costretti dal capo a tornare in ufficio.

Questo fenomeno riguarda soprattutto le generazioni più giovani, già abituate alla flessibilità sul lavoro e che non hanno mai conosciuto un mondo del lavoro senza precarietà in cui domina il posto fisso, come accadeva pochi decenni fa.

I datori di lavoro ritengono che la presenza dei dipendenti in azienda sia fondamentale per preservare la cultura aziendale, tanto che un sondaggio rivela che debbano lavorare in presenza almeno tre giorni alla settimana.

Forse sarebbe meglio interrogarsi su questo: in cosa consiste la cultura aziendale?

La cultura aziendale comprende la visione e gli obiettivi dell’azienda, ma anche i comportamenti e i valori che accomunano tutti i dipendenti.

La soddisfazione e la produttività di un lavoratore non si misurano soltanto nello spazio fisico in cui lavora. Se l’organizzazione stessa è traballante, se il dipendente parla male dell’azienda per cui lavora, vuol dire che c’è qualcosa di fondo che non va.

Secondo te, il coinvolgimento e la motivazione di un dipendente sono possibili soltanto se lavora in presenza?

È vero che si può imparare una lingua mentre si dorme?

Quando si studia una lingua straniera, spesso si rimane affascinati da una rivelazione: ascoltare parole straniere durante il sonno facilita l’apprendimento.

Non è un falso mito, ma un dato di fatto dimostrato da diversi studi.

Nel corso degli anni, vari partecipanti di diverse fasce d’età e nazionalità si sono sottoposti a test per provare questa ipotesi.

Il sonno favorisce l’apprendimento

Bisogna fare attenzione alle aspettative suscitate da queste scoperte.

Del resto, non si tratta di diventare fluenti in una lingua mentre si dorme. Non c’è una ricetta magica o una formula con cui gli studi non hanno niente a che fare.

L’apprendimento di una lingua straniera potenziato dal sonno riguarda soltanto il lessico. Insomma, un’area circoscritta di una lingua, non la lingua nel suo complesso.

Pertanto questi effetti riguardano il vocabolario di una lingua straniera che occorre ampliare con costanza.

In pratica

Supponiamo che tu stia imparando l’inglese.

Ti sei applicato durante il giorno e hai trascritto una serie di nuovi termini che prima non conoscevi. Li hai associati al significato in italiano e vorresti riuscire a ricordarli in futuro per utilizzarli all’occorrenza.

Ascoltando quelle parole mentre dormi, è possibile farle sedimentare nella memoria.

Quindi non si tratta di prendere un elenco di parole a caso del vocabolario inglese. Al contrario, l’esperimento riguarda parole straniere con cui hai acquisito una certa familiarità e che vorresti fissare nella memoria.

Secondo gli studi, l’apprendimento del lessico potenziato dal sonno è più efficace nella fase NREM (o non REM), in particolare durante il sonno profondo senza sogni.

Le associazioni semantiche immagazzinate durante la veglia si rafforzano con il sonno: si tratta di fissare nella memoria ciò che hai imparato da sveglio.

Insomma, non credere a fantomatiche formulette per imparare una lingua straniera senza sforzo, a maggior ragione durante un bel sonno ristoratore. Occorre applicarsi sempre e comunque affinché le informazioni acquisite consapevolmente vengano rielaborate in modo produttivo nella fase notturna.

Lavorare con altre culture: una questione di fiducia

Cosa lega i rapporti di lavoro più di ogni altra cosa?

La fiducia.

Una volta stabilita, la fiducia facilita le negoziazioni perché si impiega meno tempo ed energia nell’analisi del potenziale cliente o partner d’affari.

Ma come nasce?

Non da una stretta di mano o dal semplice passaparola. E le cose diventano più complesse quando si intende avviare una collaborazione con qualcuno di un’altra cultura.

Allora come si decide di fidarsi di un potenziale partner estero per stabilire un rapporto di lavoro?

Tutto varia in base ai fattori culturali e dipende da quanto si è incline a fidarsi degli altri nei rapporti sociali quotidiani.

Le differenze culturali influiscono sulla percezione della fiducia

Europa e Nord America

Le culture occidentali tendono a fidarsi del prossimo fino a prova contraria, anche in ambito lavorativo. Nonostante tale apertura nei confronti dell’altro, in genere si predilige verificare l’affidabilità di un potenziale partner o cliente o la credibilità di un’azienda.

Inoltre si preferisce separare l’aspetto personale da quello lavorativo. Pertanto la cordialità reciproca e la simpatia dell’interlocutore d’affari non corrispondono necessariamente a un rapporto solido: la sfera sociale è scissa da quella professionale.

Un rapporto cordiale va a beneficio di entrambe le parti, però non è la condizione essenziale per una collaborazione.

Estremo Oriente

In Estremo Oriente, la fiducia si basa sulla reputazione: occorre verificare la reputazione di un potenziale partner d’affari prima di avviare un’eventuale collaborazione.

Per farlo, un’azienda giapponese o coreana tende a fidarsi di quest’ultimo se c’è una terza parte coinvolta, nota a entrambe le parti. È essenziale non perdere la faccia, quindi la reputazione va preservata.

Poi occorre verificare le competenze.

Dato che queste culture non tollerano un no esplicito, talvolta tendono ad affermare di essere in grado di svolgere determinate mansioni o attività. Così occorre metterle alla prova dei fatti e appurare se tali competenze sono reali.

In caso di esito positivo, il passo successivo è socializzare: una cena d’affari dopo un incontro importante e le occasioni conviviali vengono incoraggiate per unire la sfera sociale a quella professionale.

Medio Oriente

Il rispetto è alla base della fiducia. Anche se l’altro non condivide i propri valori, ciò non impedisce di instaurare un rapporto di lavoro. La condizione fondamentale è mostrare rispetto per tali valori, benché non condivisi.

Come per le culture dell’Estremo Oriente, si verifica la reputazione di un potenziale partner o cliente prima di avviare una collaborazione. Le informazioni positive raccolte devono essere verificate, non vengono date per scontate.

Poi il rapporto si consolida confrontandosi su altri argomenti che esulano dal rapporto d’affari. Non si tratta soltanto di convenevoli, ma di un effettivo scambio di punti di vista in un contesto di convivialità.

America Latina

Il rapporto sociale precede quello professionale. Si cercano le similitudini, i valori condivisi, basando poi la collaborazione su tali affinità.

La fiducia si costruisce parlando ad esempio delle proprie famiglie o dei propri interessi, ossia ricorrendo ad argomenti in cui è difficile non essere sinceri. Dall’apertura e dalla trasparenza dimostrata in questo modo, nasce la fiducia necessaria per parlare di lavoro soltanto in un secondo momento.

Paese che vai

Ovviamente si tratta di principi generali per capire come muoversi. La loro rilevanza dipende dal caso specifico, dalla cultura di chi hai di fronte, dal settore merceologico.

Ma alla base della fiducia ci sono sempre questi quattro elementi: rispetto, reputazione, apertura e competenze.

Cosa tradurre per il tuo e-commerce

La crescita esponenziale dell’e-commerce è sotto gli occhi di tutti.

Quando è difficile ricevere i clienti nel proprio punto vendita ed è possibile aumentare il numero di potenziali acquirenti grazie all’e-commerce, il passo successivo sembra immediato: tradurre il sito e-commerce, almeno in inglese.

Le opportunità aumentano a dismisura perché una cosa è palese: le immagini non parlano da sole.

I tuoi prodotti hanno bisogno della migliore presentazione possibile che non si limita alla descrizione, bensì include tanti altri elementi di un sito web.

La scheda prodotto non basta

Non basta tradurre una scheda prodotto e poi caricarla sul tuo e-commerce per illustrare le sue caratteristiche.

Certo, l’utente adora spulciare le foto del prodotto nel dettaglio, ma l’aspetto visivo non è sufficiente per convincerlo ad acquistare.

La descrizione dettagliata, tra aspetti tecnici e contenuto persuasivo, deve indurlo ad aggiungere il prodotto nel carrello.

Pertanto un ottimo testo tradotto in modo impeccabile è già metà dell’opera.

Metà, appunto.

Occorre considerare altre pagine di un sito e-commerce che sarebbe meglio tradurre. E si può anche andare oltre, puntando alla traduzione delle email destinate alla clientela.

I termini e condizioni generali

Per garantire la massima trasparenza nei confronti degli utenti, è sempre meglio tradurre in inglese le seguenti pagine del sito e-commerce:

  • i termini di utilizzo del sito
  • l’informativa sulla privacy
  • le condizioni generali di vendita
Domande?

La sezione delle domande frequenti (o F.A.Q., ossia Frequently Asked Questions) è una delle più visitate di un sito web, non soltanto di un e-commerce.

Qui scioglierai tutti i dubbi in modo veloce per facilitare il processo di acquisto.

Le email di assistenza

Sembra scontato, ma per molti non lo è: le email devono essere tradotte, altrimenti la fiducia dell’acquirente viene meno.

Se il cliente che ha appena acquistato un prodotto dal tuo e-commerce non riceve una email di conferma nella sua lingua, aumenta il senso di incertezza.

Quali email tradurre?

Innanzitutto l’email di conferma dell’ordine, ma anche di ricevuta del pagamento e notifica della consegna.

La clientela ha bisogno di essere rassicurata in vari momenti del processo di acquisto, anche dopo la spedizione e la consegna dei prodotti.

Per anticipare richieste di resi o reclami, è opportuno tradurre modelli che verranno di volta in volta integrati e personalizzati con le informazioni necessarie per rispondere alle richieste della clientela.

Quindi le email di assistenza non possono essere trascurate.

La newsletter per sconti e nuovi lanci

Per promuovere uno sconto o svelare in anteprima il lancio di un nuovo prodotto, la newsletter è il canale privilegiato.

Si possono anche avviare campagne di email marketing ad hoc, tenendo conto di occasioni e ricorrenze tipiche di un Paese ma assenti in altre.

Per farlo, è consigliabile segmentare la lista di contatti.

Ad esempio, per il Capodanno cinese potresti inviare una newsletter agli iscritti cinesi della mailing list con sconti e promozioni personalizzati per l’occasione.

Le recensioni

I contenuti scritti da altri utenti sono ritenuti più affidabili della descrizione standard di un prodotto.

Pertanto le recensioni tradotte possono persuadere il potenziale acquirente, che tende a fidarsi di chi ha già acquistato e utilizzato il prodotto.

Tutto questo è troppo?

Probabilmente è quello che pensi. Ma prova a rovesciare la prospettiva: se non ti rivolgi a un traduttore professionista per tradurre questi contenuti, quante opportunità in meno avrebbe il tuo e-commerce? 😉

Un torbido chiarore attraverso l’oscurità

“È la vita stessa, è il movimento preso dal vivo”.

Così riportava la prima cronaca cinematografica pubblicata sul quotidiano francese La Poste il 30 dicembre del 1895.

Sono passati 125 anni da quella prima proiezione di una pellicola grazie al cinematografo, inventato dai fratelli Auguste e Louis Lumière. Era La sortie de l’usine Lumière à Lyon (L’uscita dalla fabbrica Lumière a Lione), il primo film mostrato a un pubblico pagante.

Da allora l’evoluzione del cinema è stata inarrestabile: gli effetti speciali introdotti dall’illusionista Georges Méliès, il cinema muto e poi l’avvento del sonoro e del colore, il declino dei film in bianco e nero; la distribuzione mondiale, il doppiaggio, il moltiplicarsi delle sale e delle scuole cinematografiche, i premi e i festival, kolossal, saghe, blockbuster, la legge del box office.

La Settima Arte è diventata un’industria complessa in pochi decenni.

Dal grande schermo siamo passati a schermi sempre più piccoli, a partire dall’home video.

Per citare la diva Norma Desmond di Sunset Boulevard (Viale del tramonto), “è il cinema che è diventato piccolo”.

Così VHS, DVD e Blu-ray hanno consentito di replicare la magia del cinema a casa propria.

Ma diciamo la verità.

Non è mai come al cinema.

Oggi quasi tutte le sale cinematografiche del mondo sono chiuse a causa della pandemia.

In questi mesi la magia si è interrotta e la conseguente crescita esponenziale delle piattaforme di streaming video sembra irrefrenabile.

Dov’è finito l’incanto della Settima Arte?

Svanito. Perché è possibile soltanto nella sala buia, circondati da una platea di sconosciuti.

La narrazione per immagini non può essere troncata dal tasto “pausa”, da una notifica sullo smartphone, da altre attività svolte durante la visione distratta, come avviene quando si guarda un film a casa, trasmesso in tv o su un altro dispositivo.

Proprio come lo spettacolo dal vivo, il cinema è un’àncora nel presente. Quando guardi un film al cinema, condividi un’esperienza irripetibile con decine di persone estranee che in quel preciso momento sono i tuoi compagni di viaggio.

Lo schermo bianco che prende vita nella sala buia non è soltanto una proiezione. Nell’immobilità, guardi e ascolti, mentre il mondo esterno si dissolve e dimentichi dove ti trovi.

Oggi ne abbiamo bisogno più che mai.

In questo periodo oscuro, è una luce irrinunciabile.

Del resto la lumière, la luce, è già nel cognome dei fratelli pionieri.

Quel fascio lucente proietta tutte le nostre speranze, angosce, paure, gioie, ossessioni, desideri.

Lo schermo luminoso diffonde un torbido chiarore attraverso l’oscurità.
Robert Smithson

Linguaggio non verbale nel digitale: come comunicarlo correttamente

Negli ultimi mesi, molti hanno dovuto imparare a lavorare e interagire a distanza con clienti e dipendenti.

Riunioni virtuali, email continue, formazione a distanza, videoconferenze: quando siamo distanti e c’è uno schermo che ci separa, confusione e incomprensioni sono dietro l’angolo.

Ad esempio, cosa si nasconde dietro un breve silenzio durante una videoconferenza? Distrazione, noia, ritardo nella comunicazione a causa di problemi di connessione?

Cosa provi quando ricevi la notifica di lettura relativa a una tua mail e il destinatario tarda a rispondere al tuo messaggio? Pensi che ti stia ignorando, che metta la tua richiesta in secondo piano o che sia semplicemente un maleducato?

Ebbene, si tratta di esempi di linguaggio non verbale in ambito digitale, una vera e propria sfida interpretativa quando per via dello schermo fra gli interlocutori.

Cos’è il linguaggio non verbale nel digitale?

La parola chiave per capirlo è come.

Oltre ai contenuti (cosa), significa prestare attenzione a come ti presenti e a come comunichi online.
Il linguaggio non verbale nel digitale aiuta a stabilire e mantenere buoni rapporti professionali con i propri interlocutori, creando un ambiente di lavoro positivo e virtuale.

Occorre intelligenza emotiva, ossia la capacità di individuare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui, ma anche empatia.

Le regole per una corretta comunicazione non verbale nel digitale
  • Rispetta sempre i termini di consegna di un progetto.
  • Cura l’immagine del profilo (in particolare su LinkedIn): scegli una foto professionale evitando foto tratte dalle vacanze o insieme ad amici, figli o animali da compagnia.
  • Sii puntuale negli incontri virtuali.
  • Mantieni il contatto visivo durante la videoconferenza guardando lo schermo o la webcam e non spiando la tua immagine.
  • Presta attenzione allo sfondo nelle videochiamate: un letto sfatto, una pila di robe o il disordine comunicano trascuratezza e compromettono la tua professionalità.
  • Scegli l’ora più appropriata per inviare un messaggio, tenendo conto degli orari di lavoro e del fuso orario.
  • Non prolungare i tempi di risposta alle email, dato che in questo periodo si tenderebbe a pensare al peggio.
  • Non utilizzare emoji ambigue nelle email o sui canali social, ma veicola le tue emozioni con l’emoji giusta.
  • Evita il maiuscolo nell’oggetto e nel testo delle email: chi ti legge penserebbe che stai urlando. Intere frasi scritte in maiuscolo (con il tasto CAPS LOCK) comunicano aggressività, frustrazione e impazienza.

Non sono solo parole

Come puoi vedere, gli aspetti qui sopra riguardano la gestione del tempo e dello spazio e il linguaggio del corpo. La comunicazione verbale non è tutto, anzi.

Solo il 7% della comunicazione è influenzato dalle parole, ossia ciò che crediamo sia il fattore determinante: la comunicazione verbale è invece la parte che influisce meno.

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Le parole non bastano: con il linguaggio non verbale poni le basi per la fiducia e il rispetto con i tuoi collaboratori e clienti, a prescindere dalla distanza.

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