Il significato dei fiori nelle culture

 

La primavera è la stagione dei fiori e della natura che rinasce. I colori e i profumi dei fiori sono apprezzati da tutti, quindi i fiori sono ampiamente utilizzati come decorazione, regalo o omaggio per consolidare una relazione.

Secondo il linguaggio dei fiori, ogni fiore ha un significato simbolico: la rosa rossa è associata all’amore e alla passione, la viola richiama il pensiero, la campanula comunica gratitudine. Sono soltanto alcuni esempi, ma sai bene che prima di regalare un bouquet è meglio scegliere con cura i fiori della composizione a seconda del destinatario dell’omaggio floreale.

Le difficoltà aumentano se consideriamo le differenze culturali: i fiori assumono un significato diverso nelle altre culture.

Pensa che in Giappone esiste un linguaggio dei fiori molto articolato, chiamato hanakotoba, che è di primaria importanza.

Se sei invitato a un pranzo o a una cena da un ospite di un’altra cultura e desideri offrire un mazzo di fiori, è meglio che tu conosca i diversi significati dei fiori a livello globale. Le differenze culturali riguardano ad esempio il tipo di fiore, il numero e i colori e possono anche influenzare un rapporto d’affari.

  • In Italia e in Russia il bouquet deve essere composto da un numero dispari di fiori. Ma occorre evitare il numero 13.
  • In molti Paesi arabi e asiatici, il bianco è il colore del lutto. Quindi è meglio non regalare fiori bianchi. Analogamente, il giallo è il colore del lutto in alcuni Paesi dell’America Centrale e Meridionale.
  • Alcuni fiori associati al lutto e alla morte: crisantemi (Italia), gigli (Inghilterra), garofani (Francia).
  • I papaveri rossi sono i fiori del Remembrance Day, il giorno di commemorazione delle vittime della Grande Guerra osservato a novembre nel Regno Unito. Così i papaveri rossi sono il simbolo del ricordo che vediamo spesso appuntato sugli abiti dei britannici in segno di memoria.
I fiori nel marketing

Spesso i fiori sono utilizzati nei materiali di marketing: cataloghi, logo, packaging e altri materiali includono foto di fiori oppure fiori stilizzati.

Però se un brand intende rivolgersi a una clientela internazionale, sarebbe meglio fare attenzione ai fiori presenti sul materiale promozionale. Consiglio di fare opportune ricerche sul target di riferimento per evitare brutte figure e per non suscitare una cattiva impressione.

I fiori hanno un’influenza misteriosa e sottile sui sentimenti, analogamente a certe melodie musicali. Rilassano la tensione della mente. Dissolvono in un attimo la sua rigidità.
Henry W. Beecher

Branding: 5 motivi per cui il verde è il mio colore

Il verde è da sempre il mio colore preferito, ma questo non è il motivo per cui ho deciso di utilizzarlo anche nel mio personal branding.
Ogni colore trasmette un messaggio ben preciso. Il potere dei colori di suscitare un’emozione è utilizzato nel marketing e, se ci fai caso, ogni brand sfrutta la psicologia del colore per comunicare sensazioni, valori e promesse.

Nel mio piccolo ho scelto il verde. Tuttavia il verde della mia identità professionale non è associato alle classiche immagini di speranza, giovinezza, natura e ambiente.

1. Equilibrio e armonia
Come traduttrice freelance, il mio lavoro consiste nel garantire il perfetto equilibrio fra testo di partenza e testo di arrivo. L’equilibrio caratterizza la traduzione attraverso il passaggio da un sistema linguistico e culturale a un altro.

2. Permesso e passaggio
La luce verde del semaforo è il segnale che permette il passaggio. E io devo aiutarti a superare le barriere linguistiche e culturali che ti impediscono l’accesso a una lingua o cultura diversa dalla tua. Tradurre (trans «oltre» e ducĕre «portare») è il trasferimento da una lingua all’altra: questo passaggio è la mia professione.

3. Crescita e prosperità
Non bisogna mai smettere di imparare. La formazione continua e tutto ciò che imparo lavorando come traduttrice freelance (nuovi significati, parole, espressioni, argomenti, strumenti) mi permettono di crescere ogni giorno e di far prosperare l’attività dei miei clienti che, grazie alla traduzione dei loro contenuti, possono scoprire nuovi mercati oltre i confini nazionali.

verde branding4. Il tricolore e le lingue di lavoro
Lavoro con l’inglese, il francese e l’italiano. Il bianco, il rosso e il blu sono i colori che si ripetono nelle bandiere della Gran Bretagna e della Francia. Il bianco e il rosso sono anche due colori del tricolore italiano: il terzo colore dell’Italia, il verde, è l’unico colore presente su una bandiera soltanto fra quelle che identificano le mie lingue di lavoro. E questa unicità del verde del tricolore italiano corrisponde alla mia madrelingua.

5. Costanza e perseveranza
L’impegno costante e la determinazione sono requisiti indispensabili per la mia professione. Senza la motivazione giusta non si ottengono risultati, soprattutto quando si è freelance. Così cerco sempre di non arrendermi anche nei momenti di difficoltà.

3 frasi da non usare nella comunicazione aziendale

I luoghi comuni della comunicazione aziendale sono tanti e li trovi ovunque: nelle brochure, nei siti web, nelle presentazioni aziendali, così come nei cataloghi.
Io ho individuato tre frasi in particolare che non dovresti usare nei tuoi testi.

1. Azienda leader del settore
Esiste una sola azienda leader del settore?
Io sono certa che, come me, hai letto che decine di aziende si definiscono leader del settore specifico in cui operano, magari proprio nella stessa fetta di mercato. E allora come fa un’azienda a essere leader se invece è una tra le tante?

Quindi sarebbe meglio utilizzare un’espressione meno abusata per descrivere un’azienda che si distingue particolarmente o che occupa una posizione di rilievo nel settore, magari giustificando in modo oggettivo questa rilevanza.

2. Azienda giovane e dinamica
Spesso trovi la variante “contesto giovane e dinamico”. Sì, ma che significa?
L’età media degli impiegati è molto bassa. Nell’azienda regna il caos. Ecco, confesso che sono le prime cose che mi vengono in mente quando leggo questa definizione.

Ti suggerirei di optare per soluzioni che descrivono una realtà stimolante, che punta sull’intraprendenza dei suoi impiegati.

3. Interfacciarsi con il cliente
Questo è un esempio in rapida ascesa che deriva dal linguaggio informatico (così come un verbo che non sopporto, “implementare”, che ora si usa in tutte le salse). E trasmette una totale freddezza.
Non preferiresti espressioni più chiare, come interagire, stabilire un contatto o semplicemente comunicare con il cliente?

Il mio consiglio è: evita di appiattire la comunicazione aziendale con queste tre espressioni.
Puoi rivolgerti a un copywriter, a un professionista della scrittura, per cercare soluzioni creative e rendere originali i tuoi testi.

Conosci altre frasi abusate nella comunicazione aziendale? Ci sono espressioni simili a queste che non sopporti?
Ti aspetto nei commenti.

Marketing emozionale o razionale? Conosci la risposta!

Il marketing razionale e il marketing emozionale sono due approcci diversi per promuovere un servizio o un prodotto.

Queste strategie di marketing vengono utilizzate da un’impresa, un brand o un professionista per convincere il cliente ad acquistare un determinato prodotto o servizio, risultando efficaci in alcuni casi e poco idonee in altri.

Ma in cosa si distinguono? Quale tra i due è il migliore approccio al marketing?
Marketing razionale

Il marketing razionale presenta un prodotto o un servizio in maniera oggettiva, descrivendo le sue caratteristiche e i benefici a vantaggio del consumatore finale.
Con una sorta di elenco degli elementi che lo contraddistinguono, il prodotto o servizio rivela la sua utilità al potenziale cliente, che decide di acquistarlo o meno secondo parametri oggettivi.

Il prodotto soddisfa il mio bisogno? Sì o no. La questione è basata sulla concretezza.

Marketing emozionale

Il marketing emozionale fa appello alle emozioni del potenziale cliente per persuaderlo all’acquisto. L’obiettivo è suscitare una sensazione, appassionare, commuovere, stupire, entusiasmare. Spesso si tratta di creare un bisogno che magari non esiste.
Il potenziale cliente decide di acquistare sulla base di motivi personali e irrazionali, che poi vengono giustificati in maniera razionale.

Perché voglio comprare proprio quel profumo? Magari perché mi appassiona la storia che è alle spalle della sua realizzazione o perché mi identifico nelle vicissitudini del profumiere, la cui creatività mi ha ispirato.

E oggi?

Oggi si tende ad adottare una strategia di marketing emozionale, come dimostrano recenti studi. Fare leva sulle emozioni risulta più efficace proprio perché le emozioni sono alla base delle nostre scelte (anche se non vogliamo ammetterlo).

Ma esiste un ostacolo. È difficile stabilire una connessione emotiva con un target molto vasto ed eterogeneo. Uomini e donne, adolescenti e anziani. Una strategia di marketing emozionale può essere efficace con un gruppo, ma suscitare la completa indifferenza dell’altro.

Quindi il brand dovrebbe puntare a una nicchia, a un target mirato per ottenere risultati.
O meglio: analizzare uno specifico target dovrebbe essere alla base di ogni strategia di marketing. Il segreto è tutto qui.

Anche perché è molto difficile riuscire ad emozionare un target vastissimo, come è accaduto nel 2012 in occasione dei Giochi Olimpici di Londra. Confesso che ancora oggi non riesco a trattenere le lacrime di fronte al magnifico spot Procter & Gamble diretto dal premio Oscar Alejandro González Iñárritu sulle note di Ludovico Einaudi.

Gli errori più comuni delle piccole aziende sui social network

La presenza di un’azienda sui social network apporta molti benefici: visibilità online, contatto diretto con i clienti, coinvolgimento e fidelizzazione degli utenti, vantaggi SEO.

Ma le piccole aziende spesso commettono errori più o meno gravi in assenza di un social media manager professionista, che gestisce i social network aziendali. Ecco gli errori più comuni commessi dalle piccole aziende.

Il profilo Facebook invece della pagina

Molte aziende o attività professionali decidono di promuoversi su Facebook e aprono un profilo personale invece della fanpage.
Si tratta innanzitutto di una violazione del regolamento di Facebook, ma è anche una pratica deleteria e poco professionale. Il profilo è appunto personale, per uso individuale e non commerciale, mentre la Pagina Facebook è una vetrina promozionale in cui si contano i followers, le “persone a cui piace”, non gli amici.

La Pagina Facebook consente di connettersi con altre aziende, brand e organizzazioni e dispone di uno strumento molto utile: gli insights, ossia le statistiche da monitorare per misurare il coinvolgimento degli utenti.

Nessun sito web, solo la fanpage

Il sito web di un’azienda è indispensabile. È il vero e proprio biglietto da visita virtuale, la piattaforma principale visitata dagli utenti per ottenere informazioni sull’azienda, conoscere la sua storia e lo staff, prendere visione dei suoi prodotti o servizi e scegliere la modalità di contatto.

La Pagina Facebook consente di interagire attivamente soltanto con gli iscritti, mentre un sito web è ben indicizzato dai motori di ricerca e ha un pubblico di riferimento più ampio.
Se un’azienda ha una fanpage ma nessun sito web, l’utente ha l’impressione che l’azienda abbia un approccio poco professionale.

Identica strategia comunicativa sui vari canali

Dato che la promozione di un’azienda sui social network è ormai imprescindibile, la tendenza più diffusa è sfruttare una varietà di canali: Facebook, Twitter, Linkedin, Google+, Instagram e Pinterest sono i più utilizzati, ma ce ne sono molti altri.

Tuttavia l’azienda non diversifica i contenuti sui vari canali, ma inserisce gli stessi post, foto, aggiornamenti di stato e condivisioni, utilizzando la stessa strategia comunicativa senza sfruttare le peculiarità di ogni profilo.

Ignorare Google+

Probabilmente Google+ è la piattaforma social che piace di meno. Giudicata troppo complessa e a volte incomprensibile, molti utenti lamentano di non comprenderne l’utilità.
Ed è un male, dato che Google+ è in forte espansione e assumerà un ruolo sempre più importante tra i social media.

Una presenza attiva su Google+ è fondamentale per la geolocalizzazione dell’azienda, permette di creare una community e di ottenere un buon posizionamento sul motore di ricerca. Quindi è una strategia SEO da tenere presente e da non trascurare.


Se non è possibile affidare la gestione dei canali social dell’azienda a una risorsa interna con le competenze necessarie, la cosa migliore da fare è affidarsi a una consulenza esterna.
Il Web Marketing non è un gioco e forse l’azienda non ha neppure il tempo di gestire la propria presenza sui social media. Infatti una tendenza piuttosto comune è aprire diversi canali sociali che poi vengono abbandonati e non aggiornati con costanza, facendo fuggire l’utente e il potenziale cliente verso piattaforme più attive.

Per ottenere risultati concreti, è preferibile affidarsi a un professionista, invece di commettere errori grossolani che possono danneggiare l’immagine aziendale.

A proposito: hai riscontrato altri errori da parte delle aziende? Quali sono le altre pratiche errate sui social network?