Il francese, una storia d’amore

Il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Francofonia, che mira a valorizzare la cultura francofona e la lingua francese nel mondo.

Ti segnalo giusto un paio di dati significativi:

  • Il francese è la quinta lingua più parlata del mondo
  • Nel mondo ci sono 274 milioni di francofoni

Ma patrie, c’est la langue française.
Albert Camus

Insieme all’inglese (e ovviamente all’italiano, la mia lingua madre), il francese è la mia lingua di lavoro. Ed è una lingua che amo profondamente alla pari dell’inglese.

Tra marketing, turismo e moda, ogni giorno leggo, analizzo e traduco testi nella mia madrelingua per clienti che, guarda caso, sono per la maggior parte francesi.

Spesso noto un certo pregiudizio nei confronti di questa lingua e cultura da parte di chi mi circonda: il francese non piace a tutti, c’è chi lo ritiene simile all’italiano ma in verità troppo difficile da capire, chi rimane bloccato nella grammatica complessa, chi mastica il francese scolastico e chi preferisce trincerarsi nel cliché “i Francesi sono snob”.

Quante volte si parla male dei parigini che non sono disponibili nei confronti dei forestieri? Ecco l’immagine diffusa: il forestiero chiede informazioni e il francese finge di non capire o si rifiuta di parlare inglese. Detesto questo stereotipo perché è tipico di noi italiani che dovremmo essere gli ultimi a tacciare i francesi di arroganza, visto il pessimo livello generale nelle lingue straniere.

Del resto, un forestiero che chiede informazioni a un romano non si trova generalmente di fronte a barriere linguistiche insormontabili? Quanti saprebbero rispondergli in inglese e non in italiano?

Insomma, questo atteggiamento superficiale mi fa pensare all’ostilità calcistica Italia-Francia. Essendo adulti, potremmo avere una maggiore apertura mentale, non credi? 🙂

Dopo essermi tolta questo sassolino dalla scarpa, vorrei raccontarti la mia storia d’amore con la lingua francese.

Tutto è cominciato a scuola, quando lo studio del francese alle elementari è stato il mio primo approccio con le lingue straniere. Ero la bambina che si applicava con maggiore entusiasmo nei confronti di questa lingua, di cui mi piaceva così tanto il suono, la pronuncia, la magia delle parole che non capivo e che poi assumevano un significato. Una caccia al tesoro, una caccia al senso e una ricerca linguistica che un giorno sarebbero diventate il mio pane quotidiano.

La scuola media è stata l’occasione di scoprire l’inglese, che ho affiancato al francese anche al liceo linguistico e all’università.

Ma mi piaceva andare oltre ciò che imparavo nelle cinque ore di frequenza e così le gite scolastiche, le certificazioni linguistiche e i soggiorni all’estero sono stati l’occasione di toccare con mano la lingua vera, quella che esiste oltre i testi scolastici: gli insegnanti madrelingua, i parigini, i monumenti, i negozi, i musei, i viaggi. Un universo così vivido che mi ha fatto perdere la testa per la musicalità della lingua, l’eloquio rapido e la raffinatezza che mi ispira il francese.

Mi sono innamorata della cultura francese anche con la letteratura. Uno dei primi approcci è stato Notre-Dame de Paris di Victor Hugo e lo splendido musical che ha rapito il mio immaginario da ragazzina quando, oltre alla versione italiana di Riccardo Cocciante, ho perso la testa per la versione originale in francese.

A 18 anni ho avuto una vera e propria folgorazione per Albert Camus, che ancora oggi è il mio scrittore preferito su cui ho basato la tesi di laurea in Mediazione Linguistica.

E negli anni in cui ho scoperto il cinema francese, ho cementato il mio amore per questa lingua e cultura all’università: traduzioni, potenziamento della grammatica, terminologia specialistica, storia della lingua e letteratura francese e una splendida docente francese che mi ha trasmesso un’etica professionale inestimabile.

Oggi mi ritengo privilegiata nel lavorare con il francese e con clienti che sono fieri della loro lingua. Pensa che i francesi traducono tutto, francesizzano praticamente ogni termine straniero. Invece noi abbiamo un tale servilismo nei confronti dell’inglese da introdurre anglicismi e inglese maccheronico quando parliamo e scriviamo.

Insomma, sarebbe meglio scendere dal piedistallo con cui si giudicano i francesi per la loro altezzosità o distacco. Il metro di misura? La socievolezza e l’espansività tipici della nostra cultura, ma il comune denominatore tra le due culture è il rispetto. Che per i nostri cugini è una certa riservatezza e cortesia manifesti in quel “Vous” ampiamente diffuso, a differenza del nostro darci del tu con maggiore frequenza.

Paese che vai… 😉

Sage est le juge qui écoute et tard juge
(Saggio è il giudice che ascolta e tardi giudica)

Il traduttore freelance è solitario o solidale?

Il traduttore è il professionista solitario per eccellenza oppure è votato alla condivisione con gli altri?

Provo a dare una risposta con una metafora tratta dal mio adorato Albert Camus il cui pensiero è articolato nell’apparente opposizione tra solitaire e solidaire, due concetti che in realtà si completano sottolineando il ruolo del singolo nella comunità.

Il traduttore è un essere invisibile, spesso considerato come una figura appartata e riservata nella solitudine della sua attività.

Ma è davvero così?
Può sembrare un’immagine romantica, ma analizziamola meglio.

Il traduttore freelance lavora da remoto, in genere da casa.

Come libero professionista, è un lavoratore indipendente che si occupa di progetti commissionati da diversi clienti.

Può essere una professione piuttosto solitaria, soprattutto secondo l’immagine diffusa del lavoratore solo soletto nel suo studio che macina parole al computer. È sempre sotto consegna, ha poche interazioni nel corso della giornata in virtù dell’assenza dei colleghi dei tradizionali lavori d’ufficio.

Il traduttore freelance interagisce essenzialmente con gli eventuali conviventi (genitori/partner/figli) che condividono i suoi spazi, oppure in modo virtuale.

In quanto freelance, può lavorare dove vuole e quando vuole.

Ma è proprio vero che il traduttore freelance è un lavoratore solitario che lavora fuori dai normali orari di lavoro?

Direi di no. Perché i clienti del traduttore seguono gli orari d’ufficio e il traduttore freelance deve essere reperibile in quegli orari per la corrispondenza con i clienti, le email, i preventivi, le consegne e quant’altro.

Certo, può lavorare anche alle 20:00 mentre in azienda la giornata si è conclusa, talvolta fino a tarda notte o a partire dal mattino presto. Da un lato si tratta di abitudini poco salutari se portate avanti a lungo termine, perché è importante staccare. Senza dubbio può capitare per gestire un’urgenza o diversi progetti contemporaneamente, ma deve restare un’eccezione. E d’altro canto come si fa a non seguire orari specifici per organizzare la propria giornata?

Trattandosi di una professione in cui l’organizzazione e l’autodisciplina sono essenziali, non ci si può alzare al mattino senza mettere in pratica un minimo di routine lavorativa.

Non esistono traduttori che lavorano improvvisando. Intendo i professionisti, quelli che fatturano e il cui reddito dipende dalla traduzione, non gli hobbisti o chi traduce occasionalmente per arrotondare.

Chi non ama lavorare da casa e preferisce “fare cose e vedere gente”, sceglie un coworking, cioè uno spazio condiviso dove incontrare altri professionisti.

Il traduttore solitario e solidale

In realtà, la traduzione è un’attività che poggia sulla solitudine del singolo e lo rende un essere solidale, partecipe della comunità, grazie al suo lavoro. Perché il traduttore rende possibile la comunicazione ostacolata dalle barriere linguistiche, diventando un traghettatore di messaggi e facilitando lo scambio tra più individui. Quindi è una professione che contribuisce in modo determinante nella collettività.

E poi c’è il networking, la creazione di una rete di contatti tramite incontri in carne e ossa e chat con gli altri traduttori, gli scambi su Skype, i momenti di formazione e di collaborazione fra traduttori, le videoconferenze con i clienti. E il traduttore che ha clienti nella zona fa loro visita e va a trovarli direttamente in azienda.

Insomma, non pensare al traduttore come a quel poveretto che traduce a lume di candela nel buio di una stanza nel cuore della notte. Non esiste. Il traduttore freelance è una parte attiva della comunità.

Come dico sempre: Traduco, ergo sumus. Traduco, dunque siamo.

Gli eroi tra cinema, Carnevale e realtà

Il 28 gennaio ci sarà la prima sfilata del Carnevale di Putignano, la principale attrazione turistica del mio paese, che quest’anno giunge alla 624^ edizione.
È il Carnevale più antico d’Europa dove spiccano i carri allegorici realizzati in cartapesta che mettono in evidenza la maestranza artigianale del paese.

Di solito i carri si ispirano alla politica e alla società, ma da qualche anno l’allegoria è accompagnata da una scelta tematica. Infatti ogni anno la Fondazione del Carnevale impone un tema comune per tutti i carri.
Mi è piaciuto molto il tema scelto nel 2016, la Diversità, ma anche quest’anno l’ispirazione è davvero stimolante. Il tema? Gli eroi!

Il mondo del cinema è letteralmente invaso dagli eroi. Tra Avengers, Justice League, X-Men e compagnia bella, la tendenza attuale è l’incontro/scontro tra gli eroi stessi in blockbuster che celebrano la coralità.
Non amo molto questi film, devo ammetterlo. Alcuni mi sono piaciuti diversi anni fa, ma ormai c’è una vera e propria saturazione di eroi e supereroi al cinema che mi ha stufato.

Chi è l’eroe?
In genere è un semidio che compie gesta leggendarie oppure un uomo dotato di virtù straordinarie e coraggio esemplare.
Dalla mitologia al cinema, l’eroe (o il supereroe) è una figura salvifica celebrata, ammirata e invocata dai comuni mortali.

Gli eroi del quotidiano

Ricordi le bellissime parole che Zia May rivolge a Peter Parker in Spider-Man 2 di Sam Raimi?

Io penso che ci sia un eroe in tutti noi… Che ci mantiene onesti, ci dà forza, ci rende nobili… E alla fine ci permette di morire con dignità. Anche se a volte dobbiamo mostrare carattere e rinunciare alla cosa che desideriamo di più. Anche ai nostri sogni.

Confesso che questa è la figura dell’eroe che preferisco. L’eroe a misura d’uomo, con le sue debolezze e i suoi difetti. Ma che è in grado di insegnarti qualcosa.

Senza dubbio c’è bisogno di eroi nel mondo in cui viviamo che va sempre più alla deriva. Eppure non occorre alzare lo sguardo al cielo. Basta guardarti intorno e probabilmente troverai quella figura che ti ispira a dare il meglio di te.

Per me ci sono due riferimenti essenziali: gli insegnanti (soprattutto alcuni dell’università) da cui ho appreso il valore dell’impegno, della disciplina e del merito, ma soprattutto i miei genitori.

Lo spirito di sacrificio, l’abnegazione, l’umiltà, l’amore per il lavoro, la responsabilità, la gratitudine: sono soltanto alcuni dei valori preziosi che mi hanno trasmesso i miei genitori. Sono loro i miei eroi che hanno contribuito a fare di me ciò che sono nel privato e nel lavoro.

Niente fama, niente gloria, bensì il semplice desiderio di fare del proprio meglio nella vita di ogni giorno: un sogno di grandezza nel tuo piccolo.

Dimmi un po’, chi sono i tuoi eroi? 🙂

Equilibrio e crescita: cosa insegna il fattore tempo

Il tempo è sottovalutato. E se c’è una cosa che ho imparato quest’anno è proprio questa: non si può dilatarlo all’infinito per inserire tutte le incombenze di cui devi occuparti, ma occorre fare delle scelte e metterle in pratica con responsabilità.

Lavorare il fine settimana o la sera: ma anche no.

Può capitare occasionalmente, ma non deve diventare una routine. L’ho imparato sulla mia pelle, quando a inizio anno ne ha risentito anche la salute psico-fisica: stress a non finire, lavoro ininterrotto per settimane, sere e weekend inclusi, senza mai riuscire a staccare, traduzione dopo traduzione.

Cosa ho imparato: Non trascurare la salute! L’equilibrio fisico è fondamentale tanto quanto quello mentale. Il riposo è essenziale. Dire di no lo è altrettanto. Perché il sovraccarico può compromettere la salute e tante altre cose. Allora ho detto basta alla collaborazione con alcuni clienti che non sembrano capire che il traduttore non è una macchina e che non può essere vigile e scattante e pronto ad accettare un progetto anche alle 22:00.

Non controllare la posta elettronica a qualsiasi ora.

Se sono sul Frecciargento di venerdì mattina perché sto andando a Roma, ho già segnalato la mia assenza ai clienti da diversi giorni. Quindi non devo pensare a potenziali incarichi che potrebbero giungere proprio in quelle ore.

Ed è successo, ovvio. Quante volte ti è capitato che, proprio quando comunichi di non essere disponibile in determinati giorni, i progetti fioccano come se non ci fosse un domani?

Non so spiegare questo paradosso, ma è reale. E se in passato era inevitabile dare una sbirciatina alla posta elettronica pensando “magari c’è un’urgenza o è una questione di minuti, che male c’è?”, oggi la penso in modo diverso. Perché dopo aver segnalato la mia assenza al cliente, mi aspetto che venga rispettata. Se mi propone comunque un progetto proprio in quelle ore o in quei giorni in cui sa che non sono disponibile, la percepisco come una mancanza di rispetto. Del resto al cliente non piacerebbe essere importunato per questioni di lavoro di domenica, durante una gita fuori porta con la famiglia, vero?

Cosa ho imparato: È meglio godermi il viaggio in treno o il giorno di riposo o la vacanza e non controllare le email. Se ho specificato che non sono disponibile il giorno X, non accetto incarichi. Punto. E leggo la posta elettronica quando torno operativa. È stato difficile, ma è un punto su cui ormai non transigo.

Produttività, equilibrio e Sheila

È difficilissimo dire di no quando sto lavorando a diversi progetti e si presentano altre proposte interessanti. Ma talvolta bisogna farlo, perché è praticamente impossibile gestire millemila traduzioni, consegne che si accavallano e avere anche il tempo di riposare gli occhi dal computer. Così do al cliente il nome di un traduttore che potrebbe occuparsi di quel progetto che devo rifiutare: in questo modo fornisco comunque una soluzione e ho la possibilità di fare una piccola gentilezza a un collega.

Cosa ho imparato: La qualità del proprio tempo deve essere valorizzata, perché esiste altro che richiede la tua attenzione oltre al lavoro: gli affetti, la famiglia, i tuoi interessi e passioni.

Sheila

Sheila

Da quando quest’anno Sheila è entrata nella mia vita, ho imparato a impiegare il mio tempo in modo più produttivo e consapevole. Se a un certo punto stacco per dedicarmi a lei, riesco a farlo perché porto a termine ciò che ho stabilito, senza lasciarmi distrarre da attività trascurabili e che rubavano il mio tempo.

Il principio è più o meno quello seguito da chi ha figli: la cura e la dedizione nei loro confronti non possono essere rimandati. Quindi non si può procrastinare, ma occorre riuscire a organizzare le proprie attività con disciplina e senza dimenticare che l’imprevisto è dietro l’angolo.

Così cerco ogni giorno di valorizzare ogni minuto di lavoro e di pausa, abbracciando l’idea che conciliare le parole equilibrio e crescita è possibile. Eccome se è possibile!

12 domande per sviluppare la tua curiosità interculturale

La curiosità interculturale è l’atteggiamento di apertura nei confronti delle differenze culturali.

Come puoi sapere se sei animato da questo tipo di curiosità oppure se temi che i tuoi valori siano messi in discussione dalla diversità?

Forse pensi di avere questo tipo di apertura mentale e lo dici anche ad alta voce, ma in realtà preferisci restare nel tuo sicuro mondo di certezze per non compromettere la tua visione.

Come dico sempre, la comunicazione interculturale è alla portata di tutti, anche di chi ha scarse conoscenze linguistiche.

Così ho preparato alcune domande per aiutarti a scoprire se hai un pizzico di curiosità interculturale e a sviluppare questo atteggiamento.

Magari alcune di queste domande ti faranno sentire un po’ a disagio. Ma non è un’interrogazione, nessuno ti obbliga a rispondere ad alta voce o per iscritto.
Puoi riflettere in silenzio su ciascuna domanda e rispondere in cuor tuo. Nessuno ti giudicherà, puoi fare questo esercizio in completa autonomia.

Iniziamo!

  • Ascolto attivamente l’altro?
  • Mi piace scoprire qualcosa di nuovo sulle altre culture?
  • Dedico del tempo alla ricerca e alla comprensione delle differenze culturali?
  • Tendo a giudicare ciò che è diverso da me?
  • Che cosa provo quando scopro valori diversi da quelli della mia cultura?
  • Nella cerchia delle mie conoscenze, ci sono persone di altre nazionalità?
  • Riesco a mettermi nei panni dell’altro?
  • Come reagisco se commetto una gaffe a causa delle differenze culturali?
  • Cerco attivamente nuove occasioni di confronto con qualcuno di un’altra cultura?
  • Sono disposto a mettere in discussione la mia visione del mondo?
  • Mostro apertura nei confronti della diversità?
  • Quali opportunità posso sfruttare per interagire con persone di una cultura diversa dalla mia?

Di certo non è stato facile rispondere a ogni quesito, ma spero che adesso le tue idee siano più chiare.

Se ti va di condividere cosa hai scoperto rispondendo a queste domande, aspetto la tua riflessione nei commenti. 🙂

Le lingue straniere plasmano la tua identità

Sono la persona che sono grazie alle lingue straniere.

Ne parlo spesso con la gemella: quante esperienze non avremmo mai fatto se non sapessimo l’inglese? Quante persone non avremmo mai conosciuto?

E non parlo di lavoro, che ovviamente non farei se non fosse per le lingue. Ma penso alla dimensione più privata e alle passioni che coltiviamo.

Libri, cinema, musica, teatro. I miei interessi sono plasmati dalla conoscenza delle lingue straniere che mi consente di non limitarmi a una fruizione passiva o mediata. Invece posso toccare con mano, respirare e vivere esperienze legate ai miei interessi proprio grazie alle lingue.

Vedere film e serie tv in lingua originale, talvolta con i sottotitoli, può essere una delle esperienza più scontate che è possibile fare grazie alle lingue straniere. Eppure è una cosa molto preziosa, mentre per molti è insolita perché dicono di fare fatica a leggere i sottotitoli guardando contemporaneamente il video. Certo, non sta a me giudicare, però ho sempre ritenuto che basta farci l’abitudine. Un po’ come quando impari a leggere e inizialmente le lettere sono soltanto segni da decifrare, a cui devi dare un suono e che soltanto in un momento successivo ti fanno accedere al significato e, per estensione, alla comprensione del testo. L’abbiamo imparato tutti, no?

Il passo successivo riguarda la lettura. Un libro in lingua originale ha un altro sapore. Benché io sia traduttrice e sostenga che la traduzione letteraria sia uno dei patrimoni assoluti dell’umanità, quando leggo un libro in lingua originale mi emoziono ancora di più. Sono le parole dell’autore, scelte con cura, che sto leggendo. È la sua voce non filtrata da un altro codice linguistico. Le sue pause, le frasi meditate ed elaborate dalla sua mente.

E poi ci sono le persone. Quelle che conosci durante un soggiorno all’estero e che ti stupiscono per la cortesia e gentilezza dei modi. Gli artisti di fama mondiale che ascolti dal vivo e che raccontano aneddoti sulla loro esperienza musicale tra un brano e l’altro.

O come quando un cantante olandese canta (in inglese) per la prima volta in Italia durante un concerto intimo e poi hai il piacere di chiacchierare con lui sulla sua musica e di scoprire una persona molto riservata e dall’umiltà disarmante malgrado il palco sia la sua dimensione.

E il teatro?

Vedere gli attori recitare a teatro non ha paragoni. Certo, ci emozionano anche nei film o nelle serie tv, ma gli attori sul palcoscenico (e non doppiati in italiano!) sono sempre una scoperta.
Alla fine dello spettacolo, è così bello incontrare di persona i tuoi attori preferiti. E vedere quella luce che si accende nei loro occhi mentre li ringrazi per le emozioni che ti danno.

Per non parlare degli incontri inaspettati.

Una sera di settembre 2014, dopo aver visto uno splendido spettacolo teatrale a Londra con le amiche, abbiamo conosciuto uno straordinario attore inglese con quarant’anni di carriera. Da una stretta di mano e una chiacchierata fuori dal teatro ci siamo ritrovate due anni dopo a vederlo nuovamente in un altro spettacolo. E dal piacere di incontrarci ancora una volta è nata una conversazione di un’ora sulle nostre vite, scoprendo persino la nostra comune passione per Albert Camus.

Insomma, se non fosse per la lingua inglese…!

Francesi, tedeschi, americani, inglesi: è solo grazie alla conoscenza delle lingue che nuove persone di altre nazionalità e culture entrano nella tua vita e ti arricchiscono come persona, lasciando ricordi che custodirai per sempre nel cuore.

Spero che tutto questo possa dare una maggiore motivazione a chi si scontra con le difficoltà, i pregiudizi e la frustrazione dell’apprendimento delle lingue. In realtà ne vale la pena, non credi? 😉

Qual è il contrario della procrastinazione?

Nella vita da freelance, la procrastinazione può essere uno dei mali che affliggono la professione. Si tende a procrastinare per vari motivi: rimandi qualcosa di noioso o che temi di affrontare, sei stanco e non ce la fai ad affrontare i progetti che ti aspettano…

Ma la situazione non può che peggiorare.

Il motivo? Finisci per fare tutt’altro senza rendertene conto: chat su Facebook, messaggi, video su Youtube, lettura di blog inghiottiscono la giornata di lavoro. Poi ci sono le email, le notifiche che interrompono qualsiasi attività a cui ti stai dedicando… solo per parlare delle interruzioni e distrazioni del mondo digitale.

Così addio produttività e la giornata si conclude senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati.

Procrastinazione: la mia esperienza

Ti confesso che la procrastinazione non mi caratterizza. Anzi… direi che è il contrario. 😀

Il senso dell’autodisciplina mi guida in ogni cosa e nel lavoro faccio una serie di scelte finalizzate a non compromettere la produttività.

Certo, le interruzioni non mancano, ma cerco di limitarle il più possibile. Ogni giorno deve essere basato sull’organizzazione e la valutazione di eventuali imprevisti. E non posso permettermi di perdere tempo perché, essendo traduttrice freelance, la mia vita lavorativa è scandita dalle consegne.

Se non porto a termine gli obiettivi che mi sono prefissata, mi faccio prendere dall’ansia e la notte non riesco a chiudere occhio, con buona pace della lucidità e del riposo.

Questo senso del dovere mi accompagna da quando ero una bambina. Ai tempi della scuola e poi dell’università sapevo che il mio dovere era studiare. Ma ho sempre affrontato lo studio con passione.

Tuttavia, il contrario della procrastinazione può rivelare il suo lato oscuro. Perché può essere difficile dire di no al cliente, rispettare una determinata fascia oraria oltre la quale mi impongo di non leggere più le email e non lavorare oltre una determinata ora.

C’è voluto del tempo e capita di sfiorare il burnout. Perché i periodi di stress possono diventare frequenti e i momenti di pausa troppo pochi. E non smettere mai di lavorare può compromettere la salute, gli affetti, fagocitare intere giornate senza rendertene conto.

Cosa ho imparato?
Ho imparato a trovare un equilibrio, a dire basta prima di arrivare al limite. A non rinunciare ai miei interessi. A rispettare il mio tempo.

Perché la procrastinazione è un male… ma anche il suo contrario può diventare pericoloso.

Che ne pensi? Qual è la tua esperienza al riguardo? 🙂

Lavoro tra musica e silenzio

Quando lavoro prediligo il silenzio.
Credo che sia uno dei motivi per cui non riuscirei a lavorare in un ufficio condiviso con altri colleghi: le chiacchiere, il telefono, le interruzioni mi farebbero impazzire.

Per me il silenzio era necessario già durante gli studi, quando preparavo un esame o scrivevo la tesi. Infatti ricordo la frustrazione dei mesi di scrittura della tesi a causa dei rumori incessanti dei lavori di ristrutturazione del palazzo, a tal punto che i pochi momenti di silenzio di quelle settimane mi sembravano un privilegio.

Da quando lavoro come traduttrice freelance, il silenzio che mi circonda è indispensabile per la concentrazione e la produttività.

Mentre traduco la testa è già affollata dalle parole che leggo e che devo traghettare nella mia lingua, quindi non sopporterei l’ingerenza delle canzoni perché il flusso di parole si accavallerebbe e la concentrazione andrebbe a farsi benedire.

Certo, tutto dipende dai progetti, però talvolta riesco a mantenere la concentrazione anche ascoltando la musica. O meglio: soltanto musica classica o strumentale.

Ascoltando la musica classica, soprattutto Vivaldi e il mio amato Mozart, ho notato che non mi distraggo affatto. Anzi! Le dita si muovono ancora più veloci sulla tastiera perché scelgo appositamente dei brani movimentati e la traduzione diventa ancora più scorrevole e fluisce con naturalezza accompagnata dalla musica. Un esempio: “La Follia” di Vivaldi. Provare per credere! 😉

Ma se sto traducendo i sottotitoli di un video aziendale, non sopporto alcuna interferenza esterna malgrado le cuffie che mi isolano dal resto del mondo, in modo da restare focalizzata sul video e sull’audio da tradurre.

Confesso che ammiro molto chi è in grado di lavorare in un bar o un coworking circondato da tanta gente, voci, rumori, suoni e distrazioni.

E poi c’è chi lavora ascoltando i suoni della natura grazie a Noisli: pioggia, mare, il vento tra gli alberi fanno da sottofondo e ti proiettano in un’atmosfera naturale.

E tu? Qual è la tua esperienza?
Lavori con la musica o hai bisogno del silenzio assoluto? In che modo riesci a concentrarti più facilmente? 🙂

 

Il traduttore vive nel futuro

Nel suo lavoro quotidiano, il traduttore supera il confine del presente per valicare un’altra dimensione temporale. Non si tratta di fantascienza, ma dello scenario affascinante in cui si immerge il traduttore professionista.

Hai mai pensato a questo aspetto intrigante?

Infatti il traduttore osserva da una prospettiva privilegiata contenuti che sbocceranno agli occhi del pubblico in un prossimo futuro. Si muove in due ambienti strettamente connessi fra loro, il dietro le quinte e l’anteprima. E per forza di cose vive nel futuro.

La professione del traduttore implica che questi venga proiettato nel futuro.

Pensa a un traduttore letterario: legge in anteprima il libro che dovrà tradurre e che poi sarà pubblicato nel mercato in cui opera. Una bella soddisfazione, vero?

Un discorso analogo riguarda il traduttore dell’audiovisivo, che traduce i sottotitoli di un film o di una serie tv che saranno disponibili in futuro nella sua lingua. Magari è un grande appassionato proprio di quella serie, oppure adora l’attore protagonista del film di cui traduce i sottotitoli. La possibilità di usufruire di questi contenuti in anteprima (ovviamente nella totale riservatezza!) è una delle gioie del traduttore specializzato in questo settore.

L’anticipazione è uno degli aspetti che preferisco della mia professione.

Quando traduco per il settore turistico, mi occupo di presentazioni di eventi e mostre che si svolgeranno in futuro, oppure di siti web, newsletter e brochure che si rinnovano in vista di una nuova stagione turistica.
Il turismo proietta sempre il traduttore nel prossimo futuro. In estate si traducono prevalentemente i contenuti per la stagione invernale. Così, mentre fuori ci sono più di 30 gradi e tendiamo a pensare al mare, la traduzione mi immerge nelle attività di un comprensorio sciistico oppure nell’atmosfera natalizia di destinazioni turistiche che prosperano nel periodo delle feste di fine anno.

Analogamente, durante i mesi invernali le traduzioni per il turismo riguardano la stagione balneare dell’anno successivo, o magari le nuove offerte di un resort o di un villaggio turistico per i mesi estivi. Così, con una tazza fumante accanto al pc e le mani congelate dal freddo, trascorro ore a tradurre le descrizioni di posti da sogno in riva al mare.

Il risultato? Un bellissimo senso di dépaysement quando distolgo gli occhi dallo schermo e mi ritrovo nel presente.

La moda è un altro settore in cui avviene qualcosa di simile. Il lancio di una campagna pubblicitaria, le collezioni stagionali e le tendenze che caratterizzeranno la quotidianità diversi mesi a venire corrono sempre a una velocità frenetica che trasforma il presente in passato.

Nell’ambito marketing scopri il dietro le quinte di un prodotto, traducendo la descrizione e le caratteristiche tecniche che magari verranno pubblicate su un sito e-commerce. E ti sembra di essere parte integrante del team che ha creato il prodotto finito dando il tuo piccolo ma prezioso contributo affinché questo possa essere commercializzato.

Insomma, magari potrà sembrare banale o scontato, ma per me tutto ciò rende stimolante questa professione ogni giorno.

Che ne pensi? 😀

Dalla traduzione alla corrispondenza: tu o Lei? E vous?

È una questione dibattuta: come rivolgersi al cliente? Come tradurre “you” o “vous” in italiano?

Perché se la nostra lingua ci aiuta a fare una distinzione precisa tra il Lei di cortesia, tu e voi (inteso al plurale, eh! Perché Voi di cortesia è un retaggio letterario, ma anche meridionale e del fascismo), l’inglese e il francese mantengono una certa ambiguità… eppure non è un dilemma irrisolvibile.

Vous per la Francia!

La chiamavano Madame Lippolis. 😀

Proprio così, un cliente francese mi chiama “Signora Lippolis”. Questo appellativo mi metteva un po’ a disagio soprattutto all’inizio, perché “signora” non mi piace neppure in italiano. Ma è una questione di abitudine e il Lei di cortesia, che in francese corrisponde a vous, è la forma più diffusa.

I clienti francesi mi danno del vous. Sempre. Anche se collaboriamo da qualche anno, ci sentiamo diverse volte alla settimana e nelle email che scriviamo ci chiamiamo per nome.
Questa forma di cortesia reciproca è tipica dei francesi. Ci si dà del tu molto raramente in ambito professionale, perché tu è riservato a qualcuno che conosci bene, ad amici, parenti e familiari.

Non si tratta di freddezza o di stabilire una distanza invalicabile: è una grande forma di rispetto nei confronti dell’interlocutore.

Un esempio tratto dalla mail di una cliente:

Bonjour Raffaella,
Plaisir partagé ! Je suis ravie de travailler avec vous !

Con i clienti inglesi e americani c’è una maggiore confidenza: ci chiamiamo per nome, lo stile e i saluti sono più informali. Ciò avviene anche con interlocutori di altre nazionalità, come un Project Manager spagnolo con cui ho una corrispondenza in inglese.

E invece gli italiani?
Prevale il tu, sia nel caso dei clienti che conosco di persona sia nella corrispondenza con clienti a centinaia di chilometri di distanza e che non ho mai incontrato. Ma ci sono delle eccezioni, soprattutto legate all’età, come nel caso della titolare di un’agenzia di traduzioni italiana che mi dà del Lei: ovviamente anch’io uso questa forma di cortesia, vista la differenza d’età.

La traduzione dal francese

Quando traduco dal francese, vous è la forma più utilizzata nel testo di partenza. Ma in italiano può essere tradotto con voi (seconda persona plurale), Lei e tu.

Come si fa a scegliere?
Dipende dal contesto – come per qualsiasi cosa nella traduzione! – e dalle preferenze di ciascun cliente. Per evitare di sbagliare e utilizzare uno stile improprio, sarebbe meglio avere un file in cui specificare le preferenze di ognuno. 😉

E tu? Quale registro usi con i tuoi clienti o collaboratori?