4 cose da fare per la tua salute mentale quando lavori da casa

Non c’è salute senza salute mentale è un’ovvietà.

Lavorando da remoto da diversi anni, vorrei concentrarmi sulle azioni pratiche per prenderci cura della nostra salute mentale quando si lavora da casa.

Partiamo da un dato di fatto e da una premessa.

Dato di fatto: Per chi non è abituato a lavorare da casa, la flessibilità oraria e il lavoro a distanza potrebbero far aumentare i livelli di stress, nonché il rischio di solitudine, ansia e depressione.

Premessa: È meglio rivolgersi ai professionisti della salute mentale per occuparsi di situazioni delicate di tipo psicologico.

Nel mio piccolo, ti suggerisco qualche accorgimento basilare che ti aiuterà a trovare un maggiore equilibrio e a favorire la produttività.

1. Inizia la giornata senza controllare mail e messaggi di lavoro appena ti svegli

Non leggere le mail prima di aver fatto colazione.

Occupati delle prime mansioni abituali della giornata, come portare fuori il cane o accompagnare tuo figlio a scuola (se non è chiusa).

Accendi il computer soltanto in un secondo momento. Leggerai le mail e ti metterai all’opera quando inizia ufficialmente la giornata lavorativa.

2. Imposta un limite di disponibilità oraria

Specifica la fascia oraria in cui sei operativo e raggiungibile comunicandolo chiaramente al tuo datore di lavoro, a colleghi, collaboratori e clienti.

Non rispondere alle telefonate o ai messaggi di lavoro dopo una certa ora, in modo da definire in maniera più netta il tempo del lavoro rispetto a quello della vita privata.

3. Fai esercizio fisico e prova la mindfulness

Il movimento è essenziale per prenderti cura della tua salute fisica oltreché mentale. Puoi fare una passeggiata in bicicletta, yoga, stretching in casa.

L’attività aerobica induce l’organismo a rilasciare endorfine, migliora l’umore, riduce il livello di cortisolo nel sangue, l’ormone coinvolto nello stress e nella depressione, e aiuta a scongiurare il burnout.

La mindfulness è una tecnica che ci rende più consapevoli delle nostre emozioni e percezioni radicandoci nel presente.

4. Concediti piccole gratificazioni per premiarti

Un bicchiere di vino, un podcast stimolante, una fetta di torta, il tuo film preferito. La videochiamata con gli amici o i parenti più stretti, qualche pagina di un libro.

Alla fine della giornata, lascia perdere programmi spazzatura e strillanti e concediti momenti di relax possibilmente lontani dal computer.

La fatica e le preoccupazioni di questi mesi interminabili non spariscono con la bacchetta magica. Dobbiamo prenderci cura della nostra salute mentale che influisce anche su quella fisica.

Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare.

Lunga vita al blog

Ho pubblicato il primo post del mio blog esattamente sei anni fa, poco dopo aver aperto la Partita Iva.

Su questo blog ci sono 150 articoli.

In sei anni è cambiata la frequenza di pubblicazione. All’inizio pubblicavo un articolo alla settimana, poi due al mese. Da due anni scrivo un articolo al mese.

Del resto il flusso di lavoro è diventato più intenso col passare del tempo, quindi ho dovuto aumentare l’intervallo tra un post e l’altro del mio blog per questioni organizzative.

Ma questo spazio resta fondamentale per la mia attività.

C’è chi comincia a fare blogging con entusiasmo, poi smarrisce motivazione e costanza e ci si ritrova con blog fermi da mesi o da anni senza neppure un ultimo post che comunica al lettore: “scusa, non ho più tempo di scrivere sul blog”.

Poi magari si infarcisce il profilo Instagram di didascalie chilometriche un giorno sì e l’altro pure.

Perché non dire chiaramente come stanno le cose?
Perché non dire che non c’è più interesse a curare il blog?

La scusa del “non ho tempo”

Spesso si dice di non avere tempo per scrivere sul blog, ma poi ci si perde in decine di Storie al giorno su Instagram.

Il motivo? Si dà la precedenza ai contenuti brevi ed estemporanei: poco investimento intellettivo, minori sforzi riflessivi.

Quando curi un blog e vuoi pubblicare un nuovo articolo, ti metti seduto con l’intenzione di scrivere la bozza del post, eliminando le distrazioni e senza cedere alle notifiche che interrompono il flusso di scrittura e fanno perdere la concentrazione.

Ovviamente ci vuole tempo. Tempo che oggi frammentiamo di continuo con uno stillicidio di interruzioni, soprattutto tecnologiche.

Il cervello si abitua a saltare da un’attività all’altra, a passare di continuo fra vari stimoli, tanto che persino vedere un film al cinema senza neppure lo schermo del cellulare di uno spettatore che si illumina all’improvviso è un lontano ricordo – e c’è chi osa fare altrettanto anche a teatro…

La soglia dell’attenzione è drasticamente ridotta.

Curare un blog richiede una serie di attività: la scrittura dell’articolo, la revisione, la scelta dell’immagine correlata, delle categorie e dei tag, i link interni ed esterni, la pubblicazione, la condivisione dell’articolo sui canali social e la newsletter.

Non è detto che debba fare tutto questo in un giorno: le attività possono essere spalmate in momenti diversi.

Sì, ma ci guadagni?

Non ho un guadagno diretto. Non sono pagata per scrivere sul mio blog e in passato ho rifiutato ambigue proposte di affiliazione.

Però il blog mi consente di fare inbound marketing, ossia di farmi leggere da persone potenzialmente interessate ai miei servizi, consolidando la mia autorevolezza nel settore.

E guarda caso, c’è chi mi sceglie come traduttrice anche per il mio blog, come mi hanno detto chiaro e tondo tre clienti.

Fare promesse e mantenerle è un bel modo per costruire un brand.
Seth Godin

Siamo sempre lì. La parola chiave è strategia, intesa più come metodo che come tattica.

Puoi decidere di avere o non avere un blog a seconda della strategia da adottare. Magari preferisci concentrarti sui video o sui podcast e hai tutto il diritto di farlo.

Si tratta di scelte. Ma che siano consapevoli, senza nascondersi dietro scuse traballanti o atti incoerenti.

“Quale sarà il tuo verso?”

I benefici e i limiti del lavoro da remoto

Una premessa importante: non parlo di smart working, un anglicismo improprio e assolutamente inutile utilizzato da media e istituzioni per darsi un tono. Lo spiega benissimo Licia Corbolante, precisando che occorre parlare di lavoro da remoto o lavoro a distanza.

Spesso di “smart” non c’è un bel niente, dato che chi è costretto a lavorare da casa per via dell’emergenza sanitaria deve condividere postazioni, strumenti e connessione internet con partner, figli, genitori, e in alcuni casi non c’è traccia né di processi migliorati né di tecnologie che rendono il lavoro più funzionale.

Parliamo quindi di lavoro da remoto.

C’era una volta il lavoro da casa

Fino a poco tempo fa, l’espressione lavoro da casa definiva l’attività professionale tipica del freelance, creatura mitologica agli occhi della maggioranza che strabuzzava gli occhi e formulava di solito una o più di queste frasi: “Lavori da casa? Beato te che puoi alzarti quando vuoi / che puoi lavorare quando vuoi / che non hai orari da rispettare / che puoi gestire come vuoi i tempi del lavoro e della vita privata”.

Poi qualcuno osava anche domandare: “Quando cerchi un vero lavoro?”.

Tutto cambia “ai tempi del”

Oggi la consapevolezza nei confronti del lavoro da remoto è aumentata per forza di cose. Secondo le stime, sono 8 milioni gli italiani che lavorano da casa. Chi non era abituato a questa modalità di lavoro e ogni giorno si recava in azienda o in ufficio sta facendo una fatica immensa.

Probabilmente è aumentata la produttività, perché l’orientamento al risultato e la flessibilità sono i presupposti del lavoro da remoto. Ma di pari passo aumentano la frustrazione e l’impossibilità di separare il lavoro dalla vita privata: tra gestione della casa, della famiglia, degli spazi da condividere, delle esigenze dei conviventi, nonché le commissioni necessarie fuori casa, per molti il lavoro da remoto è diventato un incubo.

C’è chi rimpiange il percorso casa-lavoro, chi rischia di impazzire per le continue interruzioni e gli eccessivi stimoli che lo distraggono dal lavoro confinato nelle mura domestiche. E chi si è finalmente ricreduto su tutte le frasi fatte e le percezioni errate di cui sopra perché, in molti casi, lavorare da remoto significa lavorare di più.

Parola d’ordine: autodisciplina

Le capacità di organizzazione sono essenziali per lavorare da remoto in modo produttivo.

Nel caso del rapporto di lavoro a distanza fra dipendente e datore di lavoro, la fiducia reciproca è consolidata dal conseguimento dei risultati.

Il primo non sente costantemente gli occhi addosso del capo e non deve far vedere che sta lavorando: sta a lui portare a termine il progetto e raggiungere gli obiettivi prefissati, dimostrando proattività e coinvolgimento e sviluppando un forte senso di responsabilità.

Il secondo risparmia sui costi di gestione degli spazi fisici e osserva una riduzione del tasso di assenteismo.

E poi c’è il tempo risparmiato rispetto agli spostamenti del tragitto casa-lavoro e la possibilità di evitare l’imbottigliamento nel traffico.

Attenzione alla reperibilità continua

Con l’aumento delle videoconferenze e degli scambi interattivi a distanza fra collaboratori, il tempo dedicato al lavoro potrebbe paradossalmente aumentare.

Tuttavia, è necessario fissare dei limiti perché stare a casa non significa essere reperibili sempre e comunque: rispondere alle email, confrontarsi in chat, lavorare a un progetto senza sosta…

Per non compromettere ulteriormente l’equilibrio, è meglio stabilire orari di lavoro e rispettarli. Se possibile, cerchiamo di riservare almeno la domenica al riposo, benché fra le mura domestiche, sognando di poter uscire in sicurezza e quanto prima a riveder le stelle.

Consigli per gestire una traduzione urgente

Nella realtà iperconnessa, andiamo sempre di fretta e cerchiamo di ottenere tutto in poco tempo. Anzi, subito.

Siamo talmente abituati alla rapidità da dimenticare che alcune cose richiedono i tempi giusti per essere realizzate al meglio.

Così oggi la traduzione urgente è diventata una richiesta frequente da parte del cliente.
Ma “urgente” significa tante cose: hai bisogno della traduzione oggi stesso? Oppure domani o la prossima settimana?

Cosa significa traduzione urgente?

La traduzione urgente è una traduzione da svolgere e consegnare al più presto.

Si tratta di definizioni approssimative, dato che la vita del traduttore professionista è scandita dalle precise date di consegna di un progetto.

Del resto ogni freelance convive con una deadline da rispettare (cioè una scadenza improrogabile), specificata nel preventivo e da onorare senza eccezioni.

Certo, se il computer si rompe o se si verifica un grave imprevisto, rispettare quella data potrebbe essere complicato. Però in tal caso bisogna sempre avvisare il cliente e non lasciarlo nel dubbio.

Molto spesso un traduttore deve rispettare anche un orario di consegna.

Ad esempio, la traduzione di un comunicato stampa da inviare ai media alle 11:00 richiederà una consegna ben prima di quell’ora.

Cosa comporta una traduzione urgente

Una premessa importante: ogni traduzione necessita di tempi non trascurabili per verificare le disponibilità del professionista, analizzare il testo, preparare l’offerta, effettuare il lavoro vero e proprio e consegnarlo al cliente. Anche se si tratta di duecento parole oppure meno.

Avere qualche ora a disposizione (o almeno un giorno, nel migliore dei casi) favorisce la rilettura a freddo, che consente di prendere le distanze dal testo tradotto e rileggerlo con la mente riposata per intervenire in modo più efficace e apportare correzioni: refusi, frasi da ristrutturare, formattazione da modificare per rispettare l’originale, versioni più creative.

Magari il traduttore è impegnato in altri progetti e, per accettare l’incarico urgente, deve metterli momentaneamente da parte e occuparsi della traduzione urgente.
In tal caso potrebbe applicare una maggiorazione rispetto alla solita tariffa. Quindi il cliente non deve dimenticare questa possibilità e verificare se è in grado di sostenere la tariffa più alta. Talvolta è proprio in quei momenti che si accorge che la traduzione non è poi così urgente…

Suggerimenti per gestire una traduzione urgente
  • Innanzitutto verifica le tue reali esigenze. Se non sai quando potrai inviare il materiale al traduttore, è inutile comunicargli l’urgenza. Pianifica il lavoro nei dettagli e specifica i tempi di consegna: in questo modo il traduttore si terrà libero per occuparsi del tuo progetto.
  • Se il volume del testo è notevole, verifica se ci sono passaggi più urgenti di altri. Il traduttore potrà dare la precedenza a quelle parti di cui hai bisogno in tempi brevi e lavorare con più calma sul resto.
  • Tieni conto della capacità del traduttore: in genere traduce fra 2000 e 3000 parole al giorno a seconda del formato del testo e della tecnicità. Alcuni passaggi possono essere tradotti in poco tempo, poi magari c’è un termine ostico che richiede mezz’ora di ricerche oppure una frase da tradurre in modo molto creativo, che viene rielaborata varie volte o in più versioni da proporre al cliente.
  • Attenzione al venerdì. Se commissioni un incarico il venerdì pomeriggio per ricevere la traduzione il lunedì mattina, è molto probabile che il traduttore dovrà lavorare tutto il fine settimana per rispettare la tua richiesta. Probabilmente applicherà una tariffa più alta, dato che dedicherà il weekend al lavoro mentre tu magari farai una bella gita fuori porta.

Insomma, agire prontamente è un requisito che diamo per scontato. Però, come dicono Enrica Crivello e Ivan Rachieli, non siamo cardiochirurghi. 😉

Retrospettiva introspettiva su questo decennio

Con l’arrivo del 2020 e di un nuovo decennio, ho deciso di scrivere a me stessa, alla Raffaella del 2009 appena diplomata che cercava di realizzare il suo sogno di lavorare come traduttrice professionista.

Cara Raffaella

Il decennio 2009-2019 darà la direzione fondamentale alla tua vita.

Lascerai la realtà di provincia e ti trasferirai con la tua gemella nella capitale, dove frequenterai l’università e conseguirai la laurea con lode, per poi tornare nella tua terra d’origine. Insieme a lei anche questa volta, ma poi soffrirai la mancanza della tua gemella che tornerà nuovamente a Roma, da sola, per lavoro e non per studio.

Tu invece aprirai la Partita Iva e lavorerai da casa. All’inizio per gli altri il tuo non sarà un vero lavoro, diranno che lavoricchi senza sapere quanto studierai e ti impegnerai per raggiungere il tuo obiettivo.

Molte persone a te vicine non capiranno, non crederanno nel tuo progetto di lavoro, tenteranno di portarti su altre strade, più comuni e rassicuranti. Si chiederanno perché hai studiato per tradurre nella tua madrelingua, ma prima con esasperazione e poi con pazienza riuscirai a spiegarti.

Ripeterai le stesse cose tante volte e chiarirai cosa significa lavorare come freelance.

Ti affliggerai per le risposte che non arriveranno, per i preventivi non accettati, per i periodi di magra che inizialmente supereranno quelli di grassa.

Affiancherai altre esperienze alla traduzione per guadagnare di più, finché con perseveranza lavorerai a tempo pieno come traduttrice freelance.

Avrai quasi le lacrime agli occhi al primo versamento di imposte e contributi perché l’importo ti sembrerà altissimo, anche se anno dopo anno lo supererai grazie al fatturato in crescita.

Commetterai errori, busserai a tante porte, letteralmente e metaforicamente, conoscerai professionisti con cui ti confronterai fino in fondo, con altri sarà soltanto uno scambio superficiale.

Non mancheranno esperienze uniche, come la settimana a Pechino come interprete per un evento di moda, che ricorderai sempre con letizia e poi con tanta malinconia quando una delle persone con cui hai lavorato in quei giorni lascerà questa Terra troppo presto.

Aprirai il tuo sito internet, curerai i tuoi canali professionali, il blog, farai importanti investimenti, ti intervisteranno, entrerai in AITI.

Ci sarà anche chi ti imiterà, chi ti chiederà consigli, chi ti scriverà pensando che tu sia un’agenzia e non una libera professionista.

Spesso lavorerai anche il sabato e la domenica, talvolta di sera e fino a tardi, ma poi capirai che non può diventare un’abitudine e che dovrà essere un’eccezione.

Alcuni clienti approfitteranno della tua disponibilità, altri apprezzeranno il tuo lavoro più di quanto ti aspetti. Ti daranno fiducia, ti ringrazieranno per la tua professionalità, ti faranno capire che è proprio con te che vogliono lavorare e, se non puoi accettare un incarico perché sei impegnata con altri progetti, saranno disposti ad attendere il momento migliore in cui potrai dedicarti a loro.

Dopo anni dalla laurea, un giorno su un treno incontrerai per caso un professore dell’università che si congratulerà per il tuo percorso professionale dopo gli anni brillanti di studi, ti chiederà di dargli del tu e ti parlerà come suo pari.

Imparerai a non curarti di chi ti vede come anticonformista perché non hai il posto fisso, perché lavorando da casa sei perfettamente a tuo agio, perché preferisci stare dietro le quinte.

Affidandoti soltanto alle tue forze, ti sentirai spronata a dare il meglio di te, a essere responsabile di ogni scelta, errore o successo.

Conterai sempre sull’amore per il tuo lavoro, per la traduzione, una certezza incrollabile che ti prenderà per mano e ti accompagnerà a compiere il prossimo passo verso il futuro.

Software di fatturazione per traduttori: quale scegliere?

Essendo un traduttore freelance, ti scontrerai spesso con il problema della fatturazione. Costretto a scrivere più e più volte le tue fatture al pc e modificarle manualmente, ad un certo punto ti ritroverai a perdere tempo e pazienza. Ma c’è una soluzione: i software di fatturazione! Leggi questo articolo per scoprirne di più.

Perché utilizzare un software di fatturazione?

Un software di fatturazione è di particolare aiuto sia per chi per legge è obbligato ad emettere fatture elettroniche, sia per chi utilizza ancora le fatture tradizionali (i traduttori che rientrano in un regime agevolato o residenti all’estero), per i seguenti motivi:

  1. Ti permette di risparmiare tempo nella stesura di una fattura, perché salva automaticamente i tuoi dati e quelli del cliente e procede anche con la numerazione automatica delle fatture;
  2. Ti garantisce una gamma di modelli con i quali puoi personalizzare le fatture in base alle occasioni;
  3. Vieni notificato quando il tuo cliente apre la tua fattura. In questo modo puoi tenere sotto controllo eventuali pagamenti che arrivano in ritardo ed inviare un eventuale sollecito al cliente;
  4. Garantisce sicurezza e protezione dei tuoi dati e di quelli della tua clientela;
  5. Nel caso di un software di fatturazione in cloud, ti permette di accedere alle fatture sia dal pc che dal cellulare o dal tablet;
  6. Ti permette di avere una panoramica della tua attività settimanale, mensile e annuale;
  7. Ti permette di organizzare le fatture senza dover investire troppo tempo;
  8. Fornisce svariate opzioni di pagamento a seconda delle preferenze tue e del tuo cliente;
  9. Puoi creare delle fatture in diversi formati compatibili con stampanti e smartphone.
In base a quali criteri devi scegliere un software di fatturazione?

Naturalmente ogni libero professionista decide di utilizzare un determinato servizio a seconda delle proprie esigenze personali. Tuttavia, esistono dei criteri sulla base dei quali si può orientare la propria scelta. Proponiamo qui di seguito un breve elenco che può essere di particolare aiuto:

  1. Non scegliere unicamente in base al prezzo perché non sempre il risparmio è un guadagno nel lungo termine;
  2. Scegli il software in base alla facilità d’uso e alle funzionalità offerte;
  3. Possibilità di accedere al servizio e testarlo gratuitamente. I software per la fatturazione non sono sempre gratuiti ma è fondamentale che forniscano almeno una demo gratuita. In questo modo puoi familiarizzare con il prodotto e scoprire se fa al caso tuo;
  4. Assistenza clienti nel caso di problemi con il servizio o se si hanno domande generiche;
  5. Design semplice e intuitivo.
5 software di fatturazione per traduttori e altri liberi professionisti
  1. Invoice Simple: questo software è completamente in cloud. È accessibile non solo da PC ma anche su smartphone tramite una app su Google Play o App Store. Le prime tre fatture sono gratuite. Un altro vantaggio di Invoice Simple è la possibilità di creare fatture in altre lingue, particolarmente utile se ci si rapporta con clienti stranieri.
  2. Invoice X: Si tratta di un software per la fatturazione e per la gestione magazzino. Ne esistono 4 versioni: la versione base permette di gestire fino a un massimo di 100 documenti l’anno, mentre le versioni Professional, Plus ed Enterprise forniscono più funzionalità in base alle esigenze.
  3. Fattureincloud: offre un sistema di fatturazione pensato per le esigenze dei liberi professionisti. Oltre a permetterti di creare fatture e fatture pro-forma, ti consente di verificare il tuo andamento e funziona anch’esso in cloud. Questo software farà parte della tua quotidianità e sicuramente ti semplificherà la vita!
  4. Aruba: è un’opzione valida per chi ha partita IVA perché molto intuitivo e funzionale. Inoltre, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo e per questo motivo è l’ideale per i liberi professionisti ed in particolar modo i traduttori.
  5. Fattura24: nata come app per smartphone, oggi ha ben 4 versioni. Per i traduttori si adattano in modo particolare le versioni standard (gratuita, supporta fino a 15 documenti l’anno, ideale per chi non ha ancora molti clienti) e professional (costa 5 € al mese), mentre le altre due versioni sono per lo più per aziende.

In conclusione, per scegliere un software di fatturazione è necessario valutare una serie di criteri e valutare pro e contro a seconda delle proprie necessità.


L’autrice di questo guest post è:

Flavia Rocco
Nata a Napoli, attualmente vive a Düsseldorf dove completa gli studi e lavora part-time come traduttrice, principalmente dal tedesco all’italiano. Fra i suoi interessi ci sono le lingue straniere, la scrittura, la tecnologia e l’ambiente. Attirano la sua attenzione i piccoli dettagli.

Formazione sì, ma con buonsenso

Parlare di formazione in estate non è fuori luogo. È proprio questo il periodo in cui fioccano nuovi eventi di formazione, convegni, corsi e seminari a cui iscriversi (rigorosamente con prezzi early bird!) e che inevitabilmente si concentreranno tutti a settembre e ottobre.

Il periodo dell’anno in cui si torna sui banchi di scuola è uno dei più ricchi di corsi in presenza oppure online perché sfrutta quel meccanismo di ripresa dell’attività accademica radicato nella nostra mente.

E quando un professionista cura la propria formazione, sa bene che estate è anche sinonimo di nuovi eventi formativi a cui iscriversi da frequentare in autunno.

Peccato che si affollano tutti negli stessi giorni.

Ma sorge una domanda: sono davvero necessari?

La formazione continua è utile

Da anni esistono webinar, corsi online, videocorsi, giornate di networking e convegni in qualsiasi ambito. Sembra che chiunque sia in grado di fare formazione e di presentare formule e soluzioni vincenti per tutti.

La formazione continua è importante, purché sia di qualità.
Soprattutto quando si lavora come libero professionista, l’aggiornamento continuo è utile a migliorare con costanza le proprie competenze.

Certo, anche a raggiungere i crediti necessari per restare in un’associazione di categoria. Ma questo non dovrebbe essere il motivo principale. E neppure la lunga lista di corsi da presentare sul proprio profilo LinkedIn o da inserire nel curriculum per dimostrare a tutti “ehi, io mi aggiorno!”.

Non si finisce mai di imparare

La lezione sempre valida è che non si finisce mai di imparare anche quando si lavora. Anzi, soprattutto quando si lavora, perché la pratica è una delle migliori maestre di vita.

Però la sete di apprendimento dovrebbe essere una scintilla da alimentare con autenticità. Il vero motore della formazione è la curiosità di imparare qualcosa di nuovo.

Modificare l’approccio

Il mio discorso è valido sia per i freelance sia per gli imprenditori. I convegni e i corsi aziendali a cui partecipi o che organizzi sono davvero utili?

Temo che la tendenza sia un’altra: curare l’immagine, l’apparenza, la superficie e meno la sostanza e la profondità della formazione offerta.

Ti presento i casi diffusi che sicuramente hai notato anche tu indipendentemente dal settore:

Gli hashtag inevitabili
Mi raccomando, dobbiamo essere social! Quindi ecco l’hashtag apposito dell’evento, condividiamolo in massa per arrivare in tendenza. Facciamoci sentire, si deve parlare di noi!

Il live tweeting incessante
Se twitti qualsiasi frase di ogni intervento senza mai staccare gli occhi dallo schermo dello smartphone, riesci ad assimilare ciò che stai ascoltando? Vuoi fare una diretta per i social così aumenti la tua visibilità oppure sei davvero interessato ai contenuti?

Le foto immancabili
Mai trascurare le foto! Dobbiamo far vedere quanto siamo cool, che ci divertiamo, che facciamo amicizia. Quindi via libera alle foto di gruppo durante il pranzo e la pausa caffè, ai selfie mentre uno speaker parla, immediatamente pubblicate online. Ma che stava dicendo il relatore?

A scanso di equivoci: le relazioni e il networking sono importanti, ma non dovrebbero essere l’unico elemento che gira intorno alla giornata di formazione.

Sei lì per imparare qualcosa.

Non sei lì per prendere appunti sull’immancabile quaderno con il logo dell’evento che poi non rileggerai mai.
Non sei lì per la goodie bag e i graziosi gadget degli sponsor.

Insomma, metti in pratica ciò che hai imparato?

Ti porti a casa i contatti, i sorrisi, gli abbracci, le persone che hai conosciuto. Ma anche i contenuti.

Scommetto che ti senti ispirato e motivato a lavorare meglio. Ma dopo l’iniziale botta di motivazione non fai nulla e tutto si esaurisce un paio di giorni dopo l’evento, quando torni alla routine senza mai iniziare a mettere in pratica ciò che hai imparato. Le strategie, gli strumenti e le risorse utili da applicare rimangono pura teoria.

Allora impariamo una cosa importante: la formazione è stupenda, purché sia ponderata (perché hai scelto quel corso?) e utile davvero.

Riflessioni sul primo Freelancecamp Lecce

Il 28 giugno 2018 a Lecce c’è stata la prima edizione al sud del Freelancecamp.

Il primo Freelancecamp nella mia Puglia ha decisamente soddisfatto le aspettative.
In questa giornata entusiasmante ho conosciuto belle persone e avuto il piacere di conoscere dal vivo chi seguivo online già da tempo.

Puoi vedere i video di tutti gli interventi sul sito del Freelancecamp e le bellissime foto ufficiali di Anna Agrusti e Joana Ferreira.

Tra sorrisi, riflessioni, dibattito, pause yoga e scambi stimolanti, come sempre c’è tanto da imparare da ognuno. Perché se i liberi professionisti si distinguono per le competenze, l’esperienza, le attitudini, i limiti e le qualità, ognuno può migliorare grazie alla condivisione delle esperienze dell’altro.

Come ha detto Gianluca Diegoli nel suo intervento, una delle cose da ricordare sempre è: non sottovalutare il tempo. Dato che il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo, dobbiamo anche fare attenzione ai perditempo, che possono essere clienti, collaboratori o fornitori che minacciano la nostra produttività.

Un valido aiuto arriva dall’organizzazione che, come ha mostrato Chiara Battaglioni, è uno strumento che regala libertà: alleggerire la mente stilando liste anti-ansia aiuta a lavorare meglio e a evitare di correre come pazzi, ad esempio grazie alla lista “ta-daaan” in cui mettere nero su bianco i traguardi raggiunti.

Nel suo intervento, Rossana Turi ha illustrato cosa ha imparato lavorando con suo marito e il suo cane. Mi sono immedesimata nella parte dedicata al compagno a quattro zampe, visto che da quando c’è Sheila sento che la qualità della mia vita è migliorata.

Il cane ha le sue esigenze, tra cui lo spazio, i bisogni, il gioco e il movimento. E quando un cane entra nella tua vita, impari a gestire meglio il tempo perché sai che dovrai dedicarne tanto anche a lui. Tra le passeggiate e le scampagnate insieme a Sheila ho imparato, proprio come Rossana, a passare più tempo all’aria aperta, a riposare meglio, a fare più movimento e a cercare sempre un motivo per sorridere: se sei stressato, stanco, depresso, arrabbiato, il cane è lì e non ti giudica, ti fa rilassare, giocare e sorridere. Ti fa stare bene.

Sono tornata a casa con la convinzione che il Freelancecamp non sia un evento destinato soltanto ai freelance. È importante confrontarsi anche con imprenditori e dipendenti in eventi di questo tipo perché, anche se lavora in autonomia, il freelance non è quello che se la canta e se la suona: è un professionista che esiste perché sa risolvere un problema. Il problema del cliente.

Pertanto il rapporto col cliente va curato, le strategie per migliorare devono essere misurate e il freelance non deve mai smettere di sperimentare.

C’è una cosa a cui porre fine? Sì, il lamento. Infatti Alessandra Farabegoli ce lo ricorda sempre: dobbiamo trovare soluzioni e condividerle, smettere di lamentarci e decidere di cambiare. Insomma, #bastalagne.

Evitiamo di sprecare tempo ed energie a lamentarci. Impariamo a negoziare meglio e ricordiamo che dobbiamo essere noi i primi a migliorare la nostra percezione agli occhi dei non addetti ai lavori.

Proprio perché freelance, siamo responsabili della scelta che abbiamo fatto.

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Foto di Joana Ferreira

4 anni di Partita Iva

Ho aperto la Partita Iva un pomeriggio di quattro anni fa. Mentre andavo allo studio del commercialista, le strade erano deserte perché tutti stavano guardando una partita dell’Italia ai Mondiali.

Quattro anni dopo, mi guardo alle spalle e vedo la strada che ho percorso: salite, spesso molto ripide, discese, tratti pianeggianti, altri irti di ostacoli. Punti in cui sono inciampata, sono caduta e mi sono rialzata. Vedo le mie impronte a volte esitanti e poi sempre più decise nel seguire la direzione scelta con consapevolezza.

Il mio percorso è probabilmente simile a quello di altri freelance, ma in realtà ognuno si distingue in qualcosa: gli errori, le scelte, gli incontri, le delusioni, i traguardi, la paura, la determinazione, il coraggio.

La parola chiave? Perseveranza.

Le cose sono cambiate molto in quattro anni di libera professione. E sono cambiata io.

In questi anni di lavoro come traduttrice freelance ho imparato tanto.

L’entusiasmo iniziale era sempre accompagnato dalla paura. Di non farcela, di non riuscire a pagare le tasse (soprattutto quando arriva la mazzata del secondo anno di libera professione), di deludere me stessa e gli altri.

Il segreto? Rimboccarsi le maniche, fare, agire. Sempre.

Anche nei periodi di magra, quando non arrivano richieste dai committenti, né le risposte di potenziali clienti, i giorni passano e sembra di non concludere nulla.

Ma ho imparato che c’è sempre qualcosa da fare. Aggiornare il curriculum, contattare potenziali clienti, seguire attività di formazione professionale, curare la comunicazione online con post sul blog e l’aggiornamento dei profili. E poi vedere gente, stringere mani e darsi sempre da fare.

Nei primi mesi di lavoro come freelance ho fatto qualche esperienza di interpretariato per aumentare il fatturato o riempire periodi vuoti. Sono state esperienze stimolanti che mi hanno arricchito come persona e come professionista, ma ho sempre saputo che la mia strada era una soltanto: la traduzione.

E quando i clienti sono aumentati, l’entusiasmo e la passione mi inducevano a dire di sì alla traduzione urgente che richiedeva orari di lavoro improponibili, tarda sera e fine settimana compresi, a progetti che non mi entusiasmavano ma che mi aiutavano ad aumentare il fatturato, a collaborazioni con il committente che non tiene conto del ritmo di lavoro del freelance e pensa che sia disponibile in qualsiasi momento, anche se gli manda una richiesta alle 22:00.

Poi ho finalmente capito che un ritmo di vita di questo tipo non è sostenibile. Né per me né per chi mi è accanto. Così ho iniziato a dire i primi no e, sorpresa! Il mondo non è crollato.

Ho imparato a rifiutare progetti che non sono nelle mie corde, lavori non compatibili con i tempi di consegna delle altre traduzioni, visto che la giornata è di 24 ore ma non significa che bisogna lavorare 24 ore al giorno.

Ho detto di no a condizioni di collaborazione che non mi soddisfacevano e ho acquisito una maggiore sicurezza anche in situazioni spiacevoli che possono capitare.

Se un cliente ritardava il pagamento della fattura, all’inizio mi sentivo in imbarazzo nel sollecitarlo. Ma poi ho capito che non c’è niente di imbarazzante nel chiedere ciò che ti è dovuto. Se ho svolto un ottimo lavoro nelle condizioni stabilite e consegnato la traduzione nei tempi concordati, il cliente è tenuto a pagarmi nei tempi pattuiti, giusto?

Può sembrare una domanda sciocca, ma è importante ricordare che il freelance non lavora né per passione né per hobby. Non lavora per arrotondare, ma per fatturare. E che non sono i like e i follower a indicare che un’attività sta funzionando. È il fatturato. O meglio, il fatturato che cresce.

Grazie al fatturato in crescita, ho imparato a fare i giusti investimenti, come l’acquisto di SDL Trados Studio che è imprescindibile per un traduttore freelance.

E soprattutto ho imparato a dare il giusto valore alla risorsa più preziosa del freelance: il tempo.

Tempo da dedicare alla parte produttiva vera e propria, ossia la traduzione, ma anche alla contabilità, al personal branding, alla formazione, al networking.

E il tempo per sé. Staccare per andare a passeggiare con la cagnolina, per bere un caffè con un’amica, per partire per Roma e trascorrere tempo prezioso con la sorella gemella. Programmare un viaggio, una serata a teatro, leggere, andare al cinema.

Insomma, trovare l’equilibrio. Ci vogliono anni, ma è possibile. Continuando ad avere ambizioni, a fissare obiettivi e a lavorare sodo per raggiungerli. Continuando a crescere.

Perché non ci sarà mai un giorno in cui sentirò di “essere arrivata”. La parola successo è effimera. Perché anche se la mia attività è cresciuta molto, ciò che conta davvero è l’impegno, il sudore, la costanza, l’autodisciplina e il movimento verso la direzione scelta.

La strada continua.

Il traduttore freelance è solitario o solidale?

Il traduttore è il professionista solitario per eccellenza oppure è votato alla condivisione con gli altri?

Provo a dare una risposta con una metafora tratta dal mio adorato Albert Camus il cui pensiero è articolato nell’apparente opposizione tra solitaire e solidaire, due concetti che in realtà si completano sottolineando il ruolo del singolo nella comunità.

Il traduttore è un essere invisibile, spesso considerato come una figura appartata e riservata nella solitudine della sua attività.

Ma è davvero così?
Può sembrare un’immagine romantica, ma analizziamola meglio.

Il traduttore freelance lavora da remoto, in genere da casa.

Come libero professionista, è un lavoratore indipendente che si occupa di progetti commissionati da diversi clienti.

Può essere una professione piuttosto solitaria, soprattutto secondo l’immagine diffusa del lavoratore solo soletto nel suo studio che macina parole al computer. È sempre sotto consegna, ha poche interazioni nel corso della giornata in virtù dell’assenza dei colleghi dei tradizionali lavori d’ufficio.

Il traduttore freelance interagisce essenzialmente con gli eventuali conviventi (genitori/partner/figli) che condividono i suoi spazi, oppure in modo virtuale.

In quanto freelance, può lavorare dove vuole e quando vuole.

Ma è proprio vero che il traduttore freelance è un lavoratore solitario che lavora fuori dai normali orari di lavoro?

Direi di no. Perché i clienti del traduttore seguono gli orari d’ufficio e il traduttore freelance deve essere reperibile in quegli orari per la corrispondenza con i clienti, le email, i preventivi, le consegne e quant’altro.

Certo, può lavorare anche alle 20:00 mentre in azienda la giornata si è conclusa, talvolta fino a tarda notte o a partire dal mattino presto. Da un lato si tratta di abitudini poco salutari se portate avanti a lungo termine, perché è importante staccare. Senza dubbio può capitare per gestire un’urgenza o diversi progetti contemporaneamente, ma deve restare un’eccezione. E d’altro canto come si fa a non seguire orari specifici per organizzare la propria giornata?

Trattandosi di una professione in cui l’organizzazione e l’autodisciplina sono essenziali, non ci si può alzare al mattino senza mettere in pratica un minimo di routine lavorativa.

Non esistono traduttori che lavorano improvvisando. Intendo i professionisti, quelli che fatturano e il cui reddito dipende dalla traduzione, non gli hobbisti o chi traduce occasionalmente per arrotondare.

Chi non ama lavorare da casa e preferisce “fare cose e vedere gente”, sceglie un coworking, cioè uno spazio condiviso dove incontrare altri professionisti.

Il traduttore solitario e solidale

In realtà, la traduzione è un’attività che poggia sulla solitudine del singolo e lo rende un essere solidale, partecipe della comunità, grazie al suo lavoro. Perché il traduttore rende possibile la comunicazione ostacolata dalle barriere linguistiche, diventando un traghettatore di messaggi e facilitando lo scambio tra più individui. Quindi è una professione che contribuisce in modo determinante nella collettività.

E poi c’è il networking, la creazione di una rete di contatti tramite incontri in carne e ossa e chat con gli altri traduttori, gli scambi su Skype, i momenti di formazione e di collaborazione fra traduttori, le videoconferenze con i clienti. E il traduttore che ha clienti nella zona fa loro visita e va a trovarli direttamente in azienda.

Insomma, non pensare al traduttore come a quel poveretto che traduce a lume di candela nel buio di una stanza nel cuore della notte. Non esiste. Il traduttore freelance è una parte attiva della comunità.

Come dico sempre: Traduco, ergo sumus. Traduco, dunque siamo.