Perché non riesci a imparare l’inglese

Mettiamo subito le cose in chiaro: l’apprendimento di una lingua straniera dura tutta la vita. Non esistono corsi miracolosi per imparare l’inglese in 30 giorni o 100 ore, ricette magiche, formule e soluzioni wow che facilitano una sorta di trasfusione del sapere.

Direi che è ora di svegliarsi e di smettere di credere alle favolette.

Certo, ci sono alcuni princìpi che rendono l’insegnamento di una lingua più efficace. Ad esempio, è meglio avere un insegnante madrelingua per familiarizzare con la varietà di accenti: inglese britannico o americano, ma anche irlandese o scozzese, giusto per citarne alcuni. Ascoltare un madrelingua è sempre un ottimo punto di partenza.

Ma veniamo alle domande che ti tormentano. Perché sembri negato per le lingue? Perché non riesci a imparare l’inglese nonostante le lezioni a scuola, le ripetizioni private, i corsi in azienda, le due settimane di vacanza o di lavoro all’estero?

Ognuno di noi ha un particolare vissuto, un bagaglio di esperienze e di predisposizioni che influenzano le competenze linguistiche. Però oserei dire che ci sono tre cause principali alla base della tua lacuna.

1. Pensi alla grammatica

Per carità, la grammatica è fondamentale. Però prova a dimenticare l’italiano, evitando confronti tra la grammatica inglese e quella italiana.
Se ti concentri soltanto su regole, eccezioni, esercizi di completamento, tempi verbali, ordine degli aggettivi eccetera eccetera, riduci le energie per tutto il resto che è altrettanto importante.

Ti faccio un esempio.

Come la mettiamo con i verbi frasali e le espressioni idiomatiche? Sono talmente frequenti in inglese che possono gettare nel panico chi si limita alle classiche regolette che si imparano a scuola. Ma la lingua viva, quella parlata, ascoltata, scritta e letta, è infarcita di espressioni che impari soltanto scontrandoti con ognuna di loro.

L’inglese non si impara traducendo una decina di frasi, studiando le immagini con le preposizioni, completando le frasi con un elenco di parole da cui scegliere. L’inglese non è in un workbook. O meglio, non solo.

2. Eviti di parlare la lingua

Questo è il motivo principale per cui è difficile imparare l’inglese: l’interazione orale è ridotta al minimo a scuola. Invece la parte parlata dovrebbe essere la più importante per una totale immersione nella lingua straniera.

L’atteggiamento ideale ma difficile da mettere in pratica per parlare in inglese è uno soltanto: non avere paura di sbagliare.

In virtù della cultura scolastica, tendi ad avere pura dell’errore. L’errore è punito a scuola, penalizzato nella vita, giudicato dagli altri.

In realtà, l’errore è il più grande maestro: sbagli un verbo, un sostantivo, il significato di una frase? Grazie all’errore impari la forma corretta. Ricordando la circostanza in cui è avvenuto l’errore, che può essere indelebile, memorizzerai anche l’espressione giusta che avresti dovuto utilizzare e che è stata corretta.

Sembra un approccio spietato, ma è così.

Quando hai imparato a camminare, i tuoi passi erano incerti: cadevi, ti sbucciavi le ginocchia, ma poi ti rialzavi. E hai acquisito una sicurezza sempre maggiore.

Allora cogli ogni occasione per parlare in inglese!

3. La classica scusa: non ho tempo

Non hai tempo di frequentare un corso. Tra il lavoro, gli impegni familiari o altri corsi di formazione, non sai come inserire le lezioni di inglese. Una volta alla settimana è troppo poco, tre volte in sette giorni è praticamente impossibile.

Però hai tempo di scrollare il feed di Instagram o Facebook, di giocare al cellulare, di guardare una serie tv su Netflix, giusto?

Ebbene, devi creare il tempo necessario. Riduci i tempi morti con lo smartphone e prova a creare una routine: leggi articoli in inglese, spazia tra gli argomenti, guarda video con o senza sottotitoli, ascolta podcast, guarda film e serie tv in lingua originale.

E quando viaggi all’estero, non vergognarti, non sentirti in imbarazzo, non bloccarti all’orale. Il maggiore ostacolo nell’apprendimento della lingua straniera è il blocco psicologico.

La parola chiave? Costanza.

Dietro le quinte

Uno dei motivi per cui ho sempre preferito la traduzione all’interpretariato è la possibilità di rimanere dietro le quinte: non mi piace sentirmi esposta in prima persona come deve fare un interprete, preferisco la visuale che si ammira nel backstage.

Dietro le quinte di un teatro si svolgono attività indispensabili e invisibili: gli attori si preparano ad andare in scena, i macchinisti e i fonici sistemano eventuali apparecchiature, i costumisti contribuiscono ai cambi d’abito tra una scena e l’altra…

Il pubblico non deve vedere ciò che accade nel retroscena, ossia le attività preparatorie: assisterà allo spettacolo, il momento culminante di un lavoro che dura giorni, mesi, settimane.

Il risultato definitivo, ossia l’opera mostrata al pubblico, è frutto di un lavoro del singolo che confluisce nel lavoro di gruppo.

Per un’azienda, accade la stessa cosa.

Prima di lanciare un nuovo prodotto, il lavoro dietro le quinte è fondamentale. Progettare, realizzare un prototipo e poi il prodotto definitivo è una fase essenziale a cui si aggiungono altre tappe necessarie a presentare il prodotto finito: la scrittura delle descrizioni prodotto, le foto e l’impaginazione del catalogo, la cura del packaging, lo spot per la campagna pubblicitaria, il comunicato stampa e la newsletter che presentano la novità, fino al lancio effettivo, magari in occasione di una fiera.

Quante persone lavorano in questo processo? Tante. E il traduttore professionista è una delle tante figure che partecipano alla produzione.

Come? Traducendo i contenuti scritti per renderli accessibili a una platea più vasta.

La traduzione è proprio una di quelle attività preparatorie che avvengono dietro il sipario, che il pubblico non può e non deve vedere. La traduzione deve rimanere invisibile agli occhi del pubblico, ossia il lettore, il cliente, il turista, l’utente che sta leggendo un testo tradotto nella sua lingua: sfoglia una brochure turistica che gli presenta una destinazione all’estero dove trascorrere le vacanze, visita il sito web di un hotel per un soggiorno invernale in montagna, legge il comunicato stampa di una campagna promozionale che presenta una nuova collezione di moda.

Cosa c’è sul palco, al centro della scena, sotto i riflettori, davanti al pubblico multilingue che lo guarda? Il tuo prodotto, il tuo sito web, la tua struttura ricettiva, la tua collezione.

Eccolo lì, il traduttore. Dietro il sipario, in silenzio, mentre osserva l’opera in svolgimento che ha contribuito a realizzare.

Riflessioni sul primo Freelancecamp Lecce

Il 28 giugno 2018 a Lecce c’è stata la prima edizione al sud del Freelancecamp.

Il primo Freelancecamp nella mia Puglia ha decisamente soddisfatto le aspettative.
In questa giornata entusiasmante ho conosciuto belle persone e avuto il piacere di conoscere dal vivo chi seguivo online già da tempo.

Puoi vedere i video di tutti gli interventi sul sito del Freelancecamp e le bellissime foto ufficiali di Anna Agrusti e Joana Ferreira.

Tra sorrisi, riflessioni, dibattito, pause yoga e scambi stimolanti, come sempre c’è tanto da imparare da ognuno. Perché se i liberi professionisti si distinguono per le competenze, l’esperienza, le attitudini, i limiti e le qualità, ognuno può migliorare grazie alla condivisione delle esperienze dell’altro.

Come ha detto Gianluca Diegoli nel suo intervento, una delle cose da ricordare sempre è: non sottovalutare il tempo. Dato che il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo, dobbiamo anche fare attenzione ai perditempo, che possono essere clienti, collaboratori o fornitori che minacciano la nostra produttività.

Un valido aiuto arriva dall’organizzazione che, come ha mostrato Chiara Battaglioni, è uno strumento che regala libertà: alleggerire la mente stilando liste anti-ansia aiuta a lavorare meglio e a evitare di correre come pazzi, ad esempio grazie alla lista “ta-daaan” in cui mettere nero su bianco i traguardi raggiunti.

Nel suo intervento, Rossana Turi ha illustrato cosa ha imparato lavorando con suo marito e il suo cane. Mi sono immedesimata nella parte dedicata al compagno a quattro zampe, visto che da quando c’è Sheila sento che la qualità della mia vita è migliorata.

Il cane ha le sue esigenze, tra cui lo spazio, i bisogni, il gioco e il movimento. E quando un cane entra nella tua vita, impari a gestire meglio il tempo perché sai che dovrai dedicarne tanto anche a lui. Tra le passeggiate e le scampagnate insieme a Sheila ho imparato, proprio come Rossana, a passare più tempo all’aria aperta, a riposare meglio, a fare più movimento e a cercare sempre un motivo per sorridere: se sei stressato, stanco, depresso, arrabbiato, il cane è lì e non ti giudica, ti fa rilassare, giocare e sorridere. Ti fa stare bene.

Sono tornata a casa con la convinzione che il Freelancecamp non sia un evento destinato soltanto ai freelance. È importante confrontarsi anche con imprenditori e dipendenti in eventi di questo tipo perché, anche se lavora in autonomia, il freelance non è quello che se la canta e se la suona: è un professionista che esiste perché sa risolvere un problema. Il problema del cliente.

Pertanto il rapporto col cliente va curato, le strategie per migliorare devono essere misurate e il freelance non deve mai smettere di sperimentare.

C’è una cosa a cui porre fine? Sì, il lamento. Infatti Alessandra Farabegoli ce lo ricorda sempre: dobbiamo trovare soluzioni e condividerle, smettere di lamentarci e decidere di cambiare. Insomma, #bastalagne.

Evitiamo di sprecare tempo ed energie a lamentarci. Impariamo a negoziare meglio e ricordiamo che dobbiamo essere noi i primi a migliorare la nostra percezione agli occhi dei non addetti ai lavori.

Proprio perché freelance, siamo responsabili della scelta che abbiamo fatto.

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Foto di Joana Ferreira

Gli eroi tra cinema, Carnevale e realtà

Il 28 gennaio ci sarà la prima sfilata del Carnevale di Putignano, la principale attrazione turistica del mio paese, che quest’anno giunge alla 624^ edizione.
È il Carnevale più antico d’Europa dove spiccano i carri allegorici realizzati in cartapesta che mettono in evidenza la maestranza artigianale del paese.

Di solito i carri si ispirano alla politica e alla società, ma da qualche anno l’allegoria è accompagnata da una scelta tematica. Infatti ogni anno la Fondazione del Carnevale impone un tema comune per tutti i carri.
Mi è piaciuto molto il tema scelto nel 2016, la Diversità, ma anche quest’anno l’ispirazione è davvero stimolante. Il tema? Gli eroi!

Il mondo del cinema è letteralmente invaso dagli eroi. Tra Avengers, Justice League, X-Men e compagnia bella, la tendenza attuale è l’incontro/scontro tra gli eroi stessi in blockbuster che celebrano la coralità.
Non amo molto questi film, devo ammetterlo. Alcuni mi sono piaciuti diversi anni fa, ma ormai c’è una vera e propria saturazione di eroi e supereroi al cinema che mi ha stufato.

Chi è l’eroe?
In genere è un semidio che compie gesta leggendarie oppure un uomo dotato di virtù straordinarie e coraggio esemplare.
Dalla mitologia al cinema, l’eroe (o il supereroe) è una figura salvifica celebrata, ammirata e invocata dai comuni mortali.

Gli eroi del quotidiano

Ricordi le bellissime parole che Zia May rivolge a Peter Parker in Spider-Man 2 di Sam Raimi?

Io penso che ci sia un eroe in tutti noi… Che ci mantiene onesti, ci dà forza, ci rende nobili… E alla fine ci permette di morire con dignità. Anche se a volte dobbiamo mostrare carattere e rinunciare alla cosa che desideriamo di più. Anche ai nostri sogni.

Confesso che questa è la figura dell’eroe che preferisco. L’eroe a misura d’uomo, con le sue debolezze e i suoi difetti. Ma che è in grado di insegnarti qualcosa.

Senza dubbio c’è bisogno di eroi nel mondo in cui viviamo che va sempre più alla deriva. Eppure non occorre alzare lo sguardo al cielo. Basta guardarti intorno e probabilmente troverai quella figura che ti ispira a dare il meglio di te.

Per me ci sono due riferimenti essenziali: gli insegnanti (soprattutto alcuni dell’università) da cui ho appreso il valore dell’impegno, della disciplina e del merito, ma soprattutto i miei genitori.

Lo spirito di sacrificio, l’abnegazione, l’umiltà, l’amore per il lavoro, la responsabilità, la gratitudine: sono soltanto alcuni dei valori preziosi che mi hanno trasmesso i miei genitori. Sono loro i miei eroi che hanno contribuito a fare di me ciò che sono nel privato e nel lavoro.

Niente fama, niente gloria, bensì il semplice desiderio di fare del proprio meglio nella vita di ogni giorno: un sogno di grandezza nel tuo piccolo.

Dimmi un po’, chi sono i tuoi eroi? 🙂

Le lingue straniere plasmano la tua identità

Sono la persona che sono grazie alle lingue straniere.

Ne parlo spesso con la gemella: quante esperienze non avremmo mai fatto se non sapessimo l’inglese? Quante persone non avremmo mai conosciuto?

E non parlo di lavoro, che ovviamente non farei se non fosse per le lingue. Ma penso alla dimensione più privata e alle passioni che coltiviamo.

Libri, cinema, musica, teatro. I miei interessi sono plasmati dalla conoscenza delle lingue straniere che mi consente di non limitarmi a una fruizione passiva o mediata. Invece posso toccare con mano, respirare e vivere esperienze legate ai miei interessi proprio grazie alle lingue.

Vedere film e serie tv in lingua originale, talvolta con i sottotitoli, può essere una delle esperienza più scontate che è possibile fare grazie alle lingue straniere. Eppure è una cosa molto preziosa, mentre per molti è insolita perché dicono di fare fatica a leggere i sottotitoli guardando contemporaneamente il video. Certo, non sta a me giudicare, però ho sempre ritenuto che basta farci l’abitudine. Un po’ come quando impari a leggere e inizialmente le lettere sono soltanto segni da decifrare, a cui devi dare un suono e che soltanto in un momento successivo ti fanno accedere al significato e, per estensione, alla comprensione del testo. L’abbiamo imparato tutti, no?

Il passo successivo riguarda la lettura. Un libro in lingua originale ha un altro sapore. Benché io sia traduttrice e sostenga che la traduzione letteraria sia uno dei patrimoni assoluti dell’umanità, quando leggo un libro in lingua originale mi emoziono ancora di più. Sono le parole dell’autore, scelte con cura, che sto leggendo. È la sua voce non filtrata da un altro codice linguistico. Le sue pause, le frasi meditate ed elaborate dalla sua mente.

E poi ci sono le persone. Quelle che conosci durante un soggiorno all’estero e che ti stupiscono per la cortesia e gentilezza dei modi. Gli artisti di fama mondiale che ascolti dal vivo e che raccontano aneddoti sulla loro esperienza musicale tra un brano e l’altro.

O come quando un cantante olandese canta (in inglese) per la prima volta in Italia durante un concerto intimo e poi hai il piacere di chiacchierare con lui sulla sua musica e di scoprire una persona molto riservata e dall’umiltà disarmante malgrado il palco sia la sua dimensione.

E il teatro?

Vedere gli attori recitare a teatro non ha paragoni. Certo, ci emozionano anche nei film o nelle serie tv, ma gli attori sul palcoscenico (e non doppiati in italiano!) sono sempre una scoperta.
Alla fine dello spettacolo, è così bello incontrare di persona i tuoi attori preferiti. E vedere quella luce che si accende nei loro occhi mentre li ringrazi per le emozioni che ti danno.

Per non parlare degli incontri inaspettati.

Una sera di settembre 2014, dopo aver visto uno splendido spettacolo teatrale a Londra con le amiche, abbiamo conosciuto uno straordinario attore inglese con quarant’anni di carriera. Da una stretta di mano e una chiacchierata fuori dal teatro ci siamo ritrovate due anni dopo a vederlo nuovamente in un altro spettacolo. E dal piacere di incontrarci ancora una volta è nata una conversazione di un’ora sulle nostre vite, scoprendo persino la nostra comune passione per Albert Camus.

Insomma, se non fosse per la lingua inglese…!

Francesi, tedeschi, americani, inglesi: è solo grazie alla conoscenza delle lingue che nuove persone di altre nazionalità e culture entrano nella tua vita e ti arricchiscono come persona, lasciando ricordi che custodirai per sempre nel cuore.

Spero che tutto questo possa dare una maggiore motivazione a chi si scontra con le difficoltà, i pregiudizi e la frustrazione dell’apprendimento delle lingue. In realtà ne vale la pena, non credi? 😉

Le mie impressioni sul Freelancecamp Roma

Il 16 giugno 2017 si è svolta la prima edizione del Freelancecamp Roma, il barcamp dei freelance che dal 2012 si tiene ogni anno a Marina Romea.

Ho partecipato all’edizione romana e, come mi aspettavo, l’evento è stato assolutamente stimolante e ricco di spirito costruttivo. Questo raduno di freelance non è soltanto un momento di formazione, ma è soprattutto una giornata all’insegna del networking.

Puoi scoprire la storia e le diverse sfumature del lavoro indipendente, visto che si riuniscono diverse figure professionali.
Ma la cosa più bella è il piacere di aver conosciuto di persona diverse colleghe conosciute online, trovando una piacevole sintonia e incontrando volti nuovi o familiari che hanno qualcosa da raccontare.

Fonte: @zarina1973

Fonte: @zarina1973

Nel corso della giornata, si sono susseguiti diciotto interventi: alcuni davvero brillanti e ricchi di spunti, altri un po’ meno. Perché il Freelancecamp è l’occasione perfetta per confrontarsi con altri liberi professionisti: la condivisione delle esperienze ti porta a pensare che siamo un po’ tutti sulla stessa barca e ci fa sentire meno soli.

Così ho apprezzato l’intervento di Francesca Manicardi di Punto F che ha presentato il Freelance Lab e nel suo speech ha toccato vari punti che sono stati affrontati anche da altri speaker. Tra questi, il rapporto con i soldi e il coraggio di parlarne apertamente e con simpatia come ha fatto Alessandra Farabegoli, una degli ideatori del Freelancecamp, che ci ha ricordato che gli equilibri cambiano e l’importanza dei bilanci nella nostra vita professionale.

Donata Columbro ha illustrato un’appassionante metafora tra il freelance e il maratoneta, mentre Simona Sciancalepore ci ha fatto sorridere con i “mai senza” del freelance, tra cui il confronto, l’attività fisica, il prosecco, il pianto e le risate.

Senza dimenticare l’importanza della gestione del tempo, riducendo le distrazioni e le attività sterili, imparando a disconnettersi per migliorare lo stile di vita.

Oppure due importanti moniti di PeopleBranding:

  1. Lavorare gratis significa diminuire la qualità percepita del tuo servizio. Meditate, gente, meditate.
  2. Per quanto il branding e la promozione di se stessi possano aiutarci nel mercato, non sono tutto, anche se oggi inseguiamo la visibilità. Sono le competenze, le conoscenze e le relazioni instaurate a trasmettere al cliente la qualità del lavoro del professionista.

Paolo Cappelli si è soffermato sull’importanza del perché facciamo il nostro lavoro, che ci porta a riflettere sulla nostra unicità. E in questo modo possiamo anche imparare a innovare o a colmare alcune lacune del mercato, differenziandoci dalla concorrenza.
Ho amato particolarmente il suo speech perché analizzava diversi aspetti che sostengo da sempre, come l’importanza dell’empatia nella relazione con il cliente, che ti porta a unire il tuo perché al suo. E soprattutto il ruolo essenziale delle competenze e della comunicazione interculturale quando vuoi vendere un servizio o un prodotto all’estero.

Ecco i video degli speech che ho apprezzato di più. Puoi vedere tutti gli interventi sul sito del Freelancecamp e le foto ufficiali scattate da Giuliana Corrado e Sara Soldano.

Francesca Manicardi – Vademecum per aspiranti freelance

Augusto Pirovano – Come presentare e vendere partendo dai problemi

Donata Columbro – Run like a freelance

Alessandra Farabegoli – I bilanci dei freelance

Paolo Cappelli – Internazionalizzazione del freelance: aprirsi al mercato globale

Cristiano Nordio e Gianluca Fiscato (PeopleBranding) – Dare un prezzo al proprio valore

Matteo Uguzzoni – Seneca, il cash e un quaderno giapponese

Simona Sciancalepore – Come sopravvivere ai mali del freelance

E come dice Alessandra Farabegoli: “Freelancecamp è smettere di lamentarsi e cominciare a cambiare”. 😀

Abbiamo il permesso di fallire?

 

“Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo” diceva Winston Churchill.

Ma è così? Questa affermazione è valida sempre e comunque?

Siccome apparteniamo alla cultura occidentale, siamo inclini a condividerla e a lasciarci ispirare da questo principio. Nella vita è inevitabile misurarsi con il fallimento, ma ci sentiamo rincuorati nel pensare che può trattarsi di una fase, un gradino e un ostacolo da superare per raggiungere il traguardo prefissato.

Eppure una lettura di questo tipo non è universalmente motivante. Perché il fallimento è considerato in modo profondamente diverso in base alle culture.

USA e Occidente

La celebrazione di un successo personale può suscitare sentimenti contrastanti nell’altro: ammirazione, invidia, frustrazione, stima. Un’idea latente può restare senza risposta: perché lui sì e io no?

Allora preferiamo di gran lunga quelle storie di successo di cui conosciamo il retroscena amaro, fatto di tentativi falliti, sconfitte, perseveranza e coraggio, fino alla conquista del risultato. Ci riconosciamo in un cammino costellato di errori ma premiato dalla costanza.

Un esempio? J.K. Rowling.

Il manoscritto di Harry Potter e la Pietra Filosofale fu rifiutato ben 12 volte prima di trovare la casa editrice disposta a pubblicarlo vent’anni fa. E poi sappiamo tutti com’è andata. Harry Potter è diventato un successo letterario globale, nonché cinematografico, e senza dubbio quegli editori che hanno rifiutato il manoscritto della Rowling si sono pentiti amaramente.

Negli Stati Uniti e nelle culture occidentali in genere si celebra il percorso individuale con un’autentica ammirazione verso il rischio e l’intraprendenza. Quindi fallire è solo un intralcio temporaneo sulla strada del successo.

Giappone e Paesi Asiatici

Invece secondo la cultura giapponese, il fallimento professionale può danneggiare gravemente la reputazione e suscita un profondo imbarazzo.

Nelle culture asiatiche e arabe è importante salvare la faccia, quindi il fallimento non è tollerato, bensì penalizza il percorso di un individuo. Pertanto è meglio evitare di condividere storie di piccoli insuccessi personali o professionali per cercare un punto d’incontro tangibile – errare è umano, no? – quando si prova a instaurare una relazione professionale con un partner di queste culture.

Che cosa ne pensi?

Io sono d’accordo con Francis Scott Fitzgerald:

Mai confondere una singola sconfitta con una sconfitta definitiva.

Confessione di una gemella

Per un freelance è fondamentale poter contare su qualcuno. Perché fare rete è importante, così come il networking e i contatti professionali. Ma è altrettanto essenziale avere tutt’altro punto di riferimento: una persona che fa un lavoro completamente diverso, ma che ti capisce. Perché c’è un profondo legame di amicizia, oppure perché c’è un legame familiare.

Talvolta si tratta di entrambe le cose.

Per me è lei, la mia sorella gemella.

Siamo cresciute insieme e abbiamo condiviso sempre tutto. E in un tempo in cui la famosa condivisione a portata di clic è ovunque, non dobbiamo dimenticare il valore impareggiabile della condivisione pura, cioè quella che nasce soprattutto nella realtà e nella vita quotidiana.

Stessa classe, stessi insegnanti, stesse amiche e compagni di scuola fino alla terza media. Poi la scuola superiore ha segnato il primo distacco, considerando gli interessi distinti con cui ci affacciavamo al futuro.

Ma il senso del dovere era sempre il medesimo. Lo studio incessante, i voti eccellenti.

E dopo il diploma?

L’università nel mio caso, l’accademia di moda nel suo. Che significava un punto d’incontro: Roma.

Dopo aver lasciato il nido familiare, ci siamo trasferite a cinquecento chilometri da casa. Dal paese di provincia alla capitale. Un bel salto nel vuoto, che abbiamo affrontato tenendoci per mano. Sì, perché eravamo in due. Eravamo noi.

Quei magnifici anni di studio sono volati, ci siamo laureate a pieni voti nello stesso mese e poi i destini si sono separati.

Poco dopo essere tornate in Puglia, il lavoro ha segnato l’ineluttabile distacco. Io traduttrice freelance e libera professionista, lei assistente di modello e confezione nell’accademia di moda dove si è diplomata. Le diverse aspirazioni professionali hanno inevitabilmente comportato il distacco a lungo rimandato.

Ma i nostri percorsi professionali si sono felicemente intersecati pochi anni fa in occasione di un concorso per giovani stilisti che si è svolto a Pechino, quando ho accompagnato lei e due suoi colleghi in veste di assistente linguistica durante la Settimana della Moda in Cina.

Tuttavia, nella nostra vita quotidiana facciamo sempre i conti con quei cinquecento chilometri di distanza. Per due sorelle gemelle sono tanti. E i momenti in cui ci ritroviamo sono sempre i più belli, quelli in cui ci sentiamo finalmente complete.

Condividiamo gli stessi interessi letterari e musicali, per non parlare del cinema e del teatro. E poi l’una può contare sull’altra quando qualcosa non va. Conforto, comprensione, solidarietà, empatia. E quella fiducia e affetto incrollabile, più forte di qualsiasi altra cosa.

Ma non c’è spazio per l’autocommiserazione. Perché l’una incita l’altra ad agire, ci diamo consigli e cerchiamo soluzioni in un incoraggiamento reciproco.

Il segreto di un legame così potente è tutto questo.

Non voglio vivere nel futuro, ma nel presente, e camminare insieme sul sentiero della vita.

Chi non si fida dei freelance?

Finalmente Sherlock è tornato!

Il 2017 è iniziato con l’attesissimo ritorno dalla serie della BBC. Sherlock è tornato anche in Italia, perché è disponibile su Netflix quasi in contemporanea con l’Inghilterra.

Dopo il magnifico The Abominable Bride (La Sposa Abominevole) dello scorso anno, la quarta stagione è iniziata con l’episodio sconvolgente The Six Thatchers.

Niente paura: questo post non contiene spoiler su ciò che accade nella puntata e di cui si chiacchiera ovunque.

Dopo essermi asciugata le lacrime per gli eventi devastanti dell’episodio, mi soffermo a mente fredda su un elemento che, da brava freelance, ha attirato la mia attenzione dal punto di vista professionale più che da fan.

In una scena tra i fratelli Holmes, Sherlock e Mycroft si confrontano su un acronimo da decifrare che ha a che fare con un team di agenti segreti freelance, dei mercenari che diventano killer a seconda degli ingaggi.

“Freelancers are too woolly, too messy. I don't like loose ends.” Mycroft Holmes

“Freelancers are too woolly, too messy. I don’t like loose ends.”
Mycroft Holmes

Mycroft esprime il proprio scetticismo nei confronti di questa categoria e ne prende le distanze, non tanto in quanto assassini, bensì come freelance, che definisce confusi e disorganizzati.

Questo aspetto mi ha fatto sorridere, perché ho riflettuto sulla diffidenza diffusa nei confronti di questa figura professionale: un libero professionista che si tende a considerare con circospezione, un misto di confusione e apprensione legato alla difficoltà di comprendere la professione esercitata e al suo status di lavoratore indipendente.

Nulla di tutto questo riguarda Sherlock, beninteso, bensì la nostra realtà, in cui il freelance è generalmente considerato un lavoratore atipico.

È facile rendersi conto di una cosa: la fiducia è alla base di tutto. Nulla può andare a buon fine se non c’è fiducia tra il freelance e il cliente che gli commissiona un lavoro.

Di recente una cliente mi ha scritto per gli auguri di fine anno e fra le sue bellissime parole c’era anche questo: “So che posso contare su di te e la tua disponibilità è per me davvero rassicurante”.

Fidarsi del cliente è tanto indispensabile per il freelance quanto il contrario. Sapere di lavorare bene insieme, essere certo della qualità del lavoro svolto dal freelance, non dubitare che il saldo della fattura arriverà: sono soltanto alcuni aspetti che caratterizzano un rapporto di fiducia reciproca.

Naturalmente gli imprevisti succedono, ma una cosa è certa: non bisogna chiudere il canale di comunicazione. Occorre confrontarsi sempre e comunque, perché una proficua collaborazione va a vantaggio di entrambe le parti.

Giornata Mondiale della Traduzione: a te la parola!

Oggi è la Giornata Mondiale della Traduzione. Per celebrare l’occasione, ho preparato un questionario per traduttori con alcune domande dedicate alla nostra professione. Anche se siamo professionisti che rimangono dietro le quinte della comunicazione, penso che sia giusto ricordare – almeno oggi! – che il nostro contributo lascia un segno nel mondo.

Le risposte alle domande del questionario sono decisamente ricche di spunti, come leggerai qui di seguito.
Grazie di cuore alle colleghe che hanno partecipato! Il contributo di ciascuna di voi è un’ispirazione perché, malgrado le difficoltà e alcuni disagi tipici della professione, la traduzione è libertà: consente a tutti di varcare confini altrimenti invalicabili.

Ecco i contributi delle traduttrici che hanno compilato il questionario.

Debora Serrentino

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Filologia, che è stata anche la mia specializzazione all’università.
Perché ami tradurre? Per due motivi: ho sempre sognato di farmi pagare per leggere. Inoltre amo le parole: l’origine, la storia, lo sviluppo, come cambia l’uso nel tempo.
Cosa non ti piace della tua professione? Per ora il non piacere si limita ad alcune specializzazioni (ad es. la finanziaria) per il resto il mio lavoro mi piace davvero.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? La traduzione unisce le persone nello spazio e nel tempo.
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Giuseppina De Vita

Le tue combinazioni linguistiche: Spagnolo > Italiano, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Comunicazione.
Perché ami tradurre? Perché ritengo che la traduzione sia metafora della costruzione di ponti che uniscono le terre, perché solo tramite essi la cultura diventa “universalmente usufruibile”. Partecipare a queste costruzioni tra le infinite Babeli odierne mi gratifica e appassiona, ecco perché amo il mio lavoro!
Cosa non ti piace della tua professione? Le deadline sempre troppo vicine!
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Traduco, dunque mi sento parte integrante della trasmissione culturale. Traduco, dunque mi sento viva. Traduco, dunque mi sento semplicemente me stessa. Traduco, ergo cogito, ergo sum.

Anna Gallo

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Transcultural.
Perché ami tradurre? È sempre una sfida riuscire a trasportare un testo da source a target… e anche se le perdite nella traduzione sono inevitabili, è soddisfacente e gratificante, poi, aver superato gli ostacoli giungendo al testo di arrivo.
Cosa non ti piace della tua professione? Il poco tempo a disposizione, a volte, per rivedere bene il lavoro!
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Avere un testo a disposizione nella propria lingua è un aiuto immenso. Quindi anche se la perdita di qualcosa è inevitabile nella traduzione, i traduttori sono un po’ dei traghettatori, conducono le persone in un nuovo mondo, assaporando un’altra cultura, rendendola più vicina.

Francesca Felici

Le tue combinazioni linguistiche: Portoghese brasiliano > Italiano, Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Saudade.
Perché ami tradurre? Perché ogni traduzione è un mondo da scoprire che amplia i miei orizzonti.
Cosa non ti piace della tua professione? Tradurre testi mal scritti (purtroppo mi capita frequentemente).
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Il lavoro del traduttore è essenziale per la comunicazione, il confronto delle opinioni e lo sviluppo delle idee.
Facebook

Marta Scultz

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Spagnolo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Serendipity.
Perché ami tradurre? Vorrei dire che amo tradurre per aiutare gli altri a capire un testo scritto in una lingua diversa, ma in realtà è perché mi piace da morire il lavoro di ricerca per la parola giusta al posto giusto.
Cosa non ti piace della tua professione? Cosa pensano di questa professione chi non è del settore.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Per me tradurre è una forma d’arte, un modo per esprimere chi sono.
> Facebook

Francesca Manicardi

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese, Tedesco, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Wanderluster.
Perché ami tradurre? Mi piace analizzare i termini stranieri e fare ricerca per il corrispondente italiano più appropriato. Mi piace l’idea di poter aprire a chi non conosce le mie lingue di lavoro un mondo nuovo.
Cosa non ti piace della tua professione? Il fatto che spesso è bistrattata, non ben definita, regolamentata e conosciuta e che tra i colleghi ci sia poco spirito di condivisione e collaborazione.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Le lingue sono l’espressione delle rispettive culture e traducendo si fanno conoscere alle persone che non le sanno nuovi modi di vivere, pensare, percepire la realtà.
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Patrizia Galletti

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Francese > Italiano, Spagnolo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Piropo.
Perché ami tradurre? Perché vivo mille vite, vedo mille mondi.
Cosa non ti piace della tua professione? La solitudine.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Siamo liberi di varcare i confini.

Chiara Bartolozzi

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Spagnolo > Italiano, Cinese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Al momento sono fissata con “ELYSIAN”.
Perché ami tradurre? Perché tradurre mi permette di vedere la stessa cosa da due (o più) prospettive diverse. Come l’attore che sale sul palco, interpreti un ruolo. Devi entrare nell’ottica del testo che hai davanti. C’è la sfida di essere in grado di comprenderlo nella sua interezza, per come è stato pensato e redatto e riportarlo in un’altra lingua (solitamente la tua, ma nel caso di traduzioni attive è bello anche mettersi alla prova pensando e producendo in una lingua diversa dalla propria).
Cosa non ti piace della tua professione? La lotta continua per guadagnare credibilità. Le cose stanno migliorando, ma ancora fatichiamo per farci valutare nel modo giusto e per avere una tutela adeguata. Ci sono molti settori dove ancora si fa fatica a far capire l’importanza che ha l’avvalersi di un professionista che si occupi della traduzione (di testi, materiale vario, cataloghi, siti, ecc.) e di tutto il lavoro più o meno direttamente collegato a una lingua straniera.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Che siamo tutti interconnessi. La traduzione ci permette di essere chi siamo ed essere compresi anche all’esterno. Il pensiero di uno – messo per iscritto – diventa il pensiero di molti (esagerando potrei azzardare un “di tutti”) ed è messo a disposizione della comunità.
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Elisa Copetti

Le tue combinazioni linguistiche: Croato, Serbo, Bosniaco > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Utočište.
Perché ami tradurre? Perché mi piace ricreare atmosfere.
Cosa non ti piace della tua professione? Il non guadagno.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Molteplicità, differenza, comunità.
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Giuseppina Franich

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Lettura.
Perché ami tradurre? Perché amo leggere e talvolta si ha l’impressione di ricreare, collaborare alla stesura di un testo.
Cosa non ti piace della tua professione? Bisogna essere competitivi e io non lo sono.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Dare un significato al proprio lavoro che contribuisce alla diffusione e conoscenza dei testi – in breve, alla cultura.

Clara Giampietro

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese, Spagnolo, Russo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Mare.
Perché ami tradurre? Traduco perché amo le parole. Traduco perché amo la mia lingua, l’italiano. Traduco perché la traduzione è parte di me, come il colore dei miei occhi. Traduco perché la traduzione mi fa sentire libera. Traduco per capire come funzionano le cose. Traduco per restituire un po’ di quello che ho imparato e che continuo a imparare.
Cosa non ti piace della tua professione? Seppure nell’ambito dei miei settori di specializzazione, preferisco variare il tipo di testi e argomenti da tradurre. Non amo molto quando mi capita di tradurre le stesse cose ripetutamente.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Si è sempre tradotto e si tradurrà sempre. Libri, film, telefoni, dispositivi, automobili, macchinari, documenti, app, software, informazioni e molto altro ancora: la traduzione è una costante della nostra vita. È alla base di tutto ciò che siamo, pensiamo e facciamo, perché tradurre è comunicare. Quindi, la comunicazione esiste anche grazie al lavoro dei traduttori.
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