Formazione sì, ma con buonsenso

Parlare di formazione in estate non è fuori luogo. È proprio questo il periodo in cui fioccano nuovi eventi di formazione, convegni, corsi e seminari a cui iscriversi (rigorosamente con prezzi early bird!) e che inevitabilmente si concentreranno tutti a settembre e ottobre.

Il periodo dell’anno in cui si torna sui banchi di scuola è uno dei più ricchi di corsi in presenza oppure online perché sfrutta quel meccanismo di ripresa dell’attività accademica radicato nella nostra mente.

E quando un professionista cura la propria formazione, sa bene che estate è anche sinonimo di nuovi eventi formativi a cui iscriversi da frequentare in autunno.

Peccato che si affollano tutti negli stessi giorni.

Ma sorge una domanda: sono davvero necessari?

La formazione continua è utile

Da anni esistono webinar, corsi online, videocorsi, giornate di networking e convegni in qualsiasi ambito. Sembra che chiunque sia in grado di fare formazione e di presentare formule e soluzioni vincenti per tutti.

La formazione continua è importante, purché sia di qualità.
Soprattutto quando si lavora come libero professionista, l’aggiornamento continuo è utile a migliorare con costanza le proprie competenze.

Certo, anche a raggiungere i crediti necessari per restare in un’associazione di categoria. Ma questo non dovrebbe essere il motivo principale. E neppure la lunga lista di corsi da presentare sul proprio profilo LinkedIn o da inserire nel curriculum per dimostrare a tutti “ehi, io mi aggiorno!”.

Non si finisce mai di imparare

La lezione sempre valida è che non si finisce mai di imparare anche quando si lavora. Anzi, soprattutto quando si lavora, perché la pratica è una delle migliori maestre di vita.

Però la sete di apprendimento dovrebbe essere una scintilla da alimentare con autenticità. Il vero motore della formazione è la curiosità di imparare qualcosa di nuovo.

Modificare l’approccio

Il mio discorso è valido sia per i freelance sia per gli imprenditori. I convegni e i corsi aziendali a cui partecipi o che organizzi sono davvero utili?

Temo che la tendenza sia un’altra: curare l’immagine, l’apparenza, la superficie e meno la sostanza e la profondità della formazione offerta.

Ti presento i casi diffusi che sicuramente hai notato anche tu indipendentemente dal settore:

Gli hashtag inevitabili
Mi raccomando, dobbiamo essere social! Quindi ecco l’hashtag apposito dell’evento, condividiamolo in massa per arrivare in tendenza. Facciamoci sentire, si deve parlare di noi!

Il live tweeting incessante
Se twitti qualsiasi frase di ogni intervento senza mai staccare gli occhi dallo schermo dello smartphone, riesci ad assimilare ciò che stai ascoltando? Vuoi fare una diretta per i social così aumenti la tua visibilità oppure sei davvero interessato ai contenuti?

Le foto immancabili
Mai trascurare le foto! Dobbiamo far vedere quanto siamo cool, che ci divertiamo, che facciamo amicizia. Quindi via libera alle foto di gruppo durante il pranzo e la pausa caffè, ai selfie mentre uno speaker parla, immediatamente pubblicate online. Ma che stava dicendo il relatore?

A scanso di equivoci: le relazioni e il networking sono importanti, ma non dovrebbero essere l’unico elemento che gira intorno alla giornata di formazione.

Sei lì per imparare qualcosa.

Non sei lì per prendere appunti sull’immancabile quaderno con il logo dell’evento che poi non rileggerai mai.
Non sei lì per la goodie bag e i graziosi gadget degli sponsor.

Insomma, metti in pratica ciò che hai imparato?

Ti porti a casa i contatti, i sorrisi, gli abbracci, le persone che hai conosciuto. Ma anche i contenuti.

Scommetto che ti senti ispirato e motivato a lavorare meglio. Ma dopo l’iniziale botta di motivazione non fai nulla e tutto si esaurisce un paio di giorni dopo l’evento, quando torni alla routine senza mai iniziare a mettere in pratica ciò che hai imparato. Le strategie, gli strumenti e le risorse utili da applicare rimangono pura teoria.

Allora impariamo una cosa importante: la formazione è stupenda, purché sia ponderata (perché hai scelto quel corso?) e utile davvero.

Riflessioni sul primo Freelancecamp Lecce

Il 28 giugno 2018 a Lecce c’è stata la prima edizione al sud del Freelancecamp.

Il primo Freelancecamp nella mia Puglia ha decisamente soddisfatto le aspettative.
In questa giornata entusiasmante ho conosciuto belle persone e avuto il piacere di conoscere dal vivo chi seguivo online già da tempo.

Puoi vedere i video di tutti gli interventi sul sito del Freelancecamp e le bellissime foto ufficiali di Anna Agrusti e Joana Ferreira.

Tra sorrisi, riflessioni, dibattito, pause yoga e scambi stimolanti, come sempre c’è tanto da imparare da ognuno. Perché se i liberi professionisti si distinguono per le competenze, l’esperienza, le attitudini, i limiti e le qualità, ognuno può migliorare grazie alla condivisione delle esperienze dell’altro.

Come ha detto Gianluca Diegoli nel suo intervento, una delle cose da ricordare sempre è: non sottovalutare il tempo. Dato che il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo, dobbiamo anche fare attenzione ai perditempo, che possono essere clienti, collaboratori o fornitori che minacciano la nostra produttività.

Un valido aiuto arriva dall’organizzazione che, come ha mostrato Chiara Battaglioni, è uno strumento che regala libertà: alleggerire la mente stilando liste anti-ansia aiuta a lavorare meglio e a evitare di correre come pazzi, ad esempio grazie alla lista “ta-daaan” in cui mettere nero su bianco i traguardi raggiunti.

Nel suo intervento, Rossana Turi ha illustrato cosa ha imparato lavorando con suo marito e il suo cane. Mi sono immedesimata nella parte dedicata al compagno a quattro zampe, visto che da quando c’è Sheila sento che la qualità della mia vita è migliorata.

Il cane ha le sue esigenze, tra cui lo spazio, i bisogni, il gioco e il movimento. E quando un cane entra nella tua vita, impari a gestire meglio il tempo perché sai che dovrai dedicarne tanto anche a lui. Tra le passeggiate e le scampagnate insieme a Sheila ho imparato, proprio come Rossana, a passare più tempo all’aria aperta, a riposare meglio, a fare più movimento e a cercare sempre un motivo per sorridere: se sei stressato, stanco, depresso, arrabbiato, il cane è lì e non ti giudica, ti fa rilassare, giocare e sorridere. Ti fa stare bene.

Sono tornata a casa con la convinzione che il Freelancecamp non sia un evento destinato soltanto ai freelance. È importante confrontarsi anche con imprenditori e dipendenti in eventi di questo tipo perché, anche se lavora in autonomia, il freelance non è quello che se la canta e se la suona: è un professionista che esiste perché sa risolvere un problema. Il problema del cliente.

Pertanto il rapporto col cliente va curato, le strategie per migliorare devono essere misurate e il freelance non deve mai smettere di sperimentare.

C’è una cosa a cui porre fine? Sì, il lamento. Infatti Alessandra Farabegoli ce lo ricorda sempre: dobbiamo trovare soluzioni e condividerle, smettere di lamentarci e decidere di cambiare. Insomma, #bastalagne.

Evitiamo di sprecare tempo ed energie a lamentarci. Impariamo a negoziare meglio e ricordiamo che dobbiamo essere noi i primi a migliorare la nostra percezione agli occhi dei non addetti ai lavori.

Proprio perché freelance, siamo responsabili della scelta che abbiamo fatto.

freelancecamp-lecce-freelance

Foto di Joana Ferreira

Lavoro tra musica e silenzio

Quando lavoro prediligo il silenzio.
Credo che sia uno dei motivi per cui non riuscirei a lavorare in un ufficio condiviso con altri colleghi: le chiacchiere, il telefono, le interruzioni mi farebbero impazzire.

Per me il silenzio era necessario già durante gli studi, quando preparavo un esame o scrivevo la tesi. Infatti ricordo la frustrazione dei mesi di scrittura della tesi a causa dei rumori incessanti dei lavori di ristrutturazione del palazzo, a tal punto che i pochi momenti di silenzio di quelle settimane mi sembravano un privilegio.

Da quando lavoro come traduttrice freelance, il silenzio che mi circonda è indispensabile per la concentrazione e la produttività.

Mentre traduco la testa è già affollata dalle parole che leggo e che devo traghettare nella mia lingua, quindi non sopporterei l’ingerenza delle canzoni perché il flusso di parole si accavallerebbe e la concentrazione andrebbe a farsi benedire.

Certo, tutto dipende dai progetti, però talvolta riesco a mantenere la concentrazione anche ascoltando la musica. O meglio: soltanto musica classica o strumentale.

Ascoltando la musica classica, soprattutto Vivaldi e il mio amato Mozart, ho notato che non mi distraggo affatto. Anzi! Le dita si muovono ancora più veloci sulla tastiera perché scelgo appositamente dei brani movimentati e la traduzione diventa ancora più scorrevole e fluisce con naturalezza accompagnata dalla musica. Un esempio: “La Follia” di Vivaldi. Provare per credere! 😉

Ma se sto traducendo i sottotitoli di un video aziendale, non sopporto alcuna interferenza esterna malgrado le cuffie che mi isolano dal resto del mondo, in modo da restare focalizzata sul video e sull’audio da tradurre.

Confesso che ammiro molto chi è in grado di lavorare in un bar o un coworking circondato da tanta gente, voci, rumori, suoni e distrazioni.

E poi c’è chi lavora ascoltando i suoni della natura grazie a Noisli: pioggia, mare, il vento tra gli alberi fanno da sottofondo e ti proiettano in un’atmosfera naturale.

E tu? Qual è la tua esperienza?
Lavori con la musica o hai bisogno del silenzio assoluto? In che modo riesci a concentrarti più facilmente? 🙂

 

Le mie impressioni sul Freelancecamp Roma

Il 16 giugno 2017 si è svolta la prima edizione del Freelancecamp Roma, il barcamp dei freelance che dal 2012 si tiene ogni anno a Marina Romea.

Ho partecipato all’edizione romana e, come mi aspettavo, l’evento è stato assolutamente stimolante e ricco di spirito costruttivo. Questo raduno di freelance non è soltanto un momento di formazione, ma è soprattutto una giornata all’insegna del networking.

Puoi scoprire la storia e le diverse sfumature del lavoro indipendente, visto che si riuniscono diverse figure professionali.
Ma la cosa più bella è il piacere di aver conosciuto di persona diverse colleghe conosciute online, trovando una piacevole sintonia e incontrando volti nuovi o familiari che hanno qualcosa da raccontare.

Fonte: @zarina1973

Fonte: @zarina1973

Nel corso della giornata, si sono susseguiti diciotto interventi: alcuni davvero brillanti e ricchi di spunti, altri un po’ meno. Perché il Freelancecamp è l’occasione perfetta per confrontarsi con altri liberi professionisti: la condivisione delle esperienze ti porta a pensare che siamo un po’ tutti sulla stessa barca e ci fa sentire meno soli.

Così ho apprezzato l’intervento di Francesca Manicardi di Punto F che ha presentato il Freelance Lab e nel suo speech ha toccato vari punti che sono stati affrontati anche da altri speaker. Tra questi, il rapporto con i soldi e il coraggio di parlarne apertamente e con simpatia come ha fatto Alessandra Farabegoli, una degli ideatori del Freelancecamp, che ci ha ricordato che gli equilibri cambiano e l’importanza dei bilanci nella nostra vita professionale.

Donata Columbro ha illustrato un’appassionante metafora tra il freelance e il maratoneta, mentre Simona Sciancalepore ci ha fatto sorridere con i “mai senza” del freelance, tra cui il confronto, l’attività fisica, il prosecco, il pianto e le risate.

Senza dimenticare l’importanza della gestione del tempo, riducendo le distrazioni e le attività sterili, imparando a disconnettersi per migliorare lo stile di vita.

Oppure due importanti moniti di PeopleBranding:

  1. Lavorare gratis significa diminuire la qualità percepita del tuo servizio. Meditate, gente, meditate.
  2. Per quanto il branding e la promozione di se stessi possano aiutarci nel mercato, non sono tutto, anche se oggi inseguiamo la visibilità. Sono le competenze, le conoscenze e le relazioni instaurate a trasmettere al cliente la qualità del lavoro del professionista.

Paolo Cappelli si è soffermato sull’importanza del perché facciamo il nostro lavoro, che ci porta a riflettere sulla nostra unicità. E in questo modo possiamo anche imparare a innovare o a colmare alcune lacune del mercato, differenziandoci dalla concorrenza.
Ho amato particolarmente il suo speech perché analizzava diversi aspetti che sostengo da sempre, come l’importanza dell’empatia nella relazione con il cliente, che ti porta a unire il tuo perché al suo. E soprattutto il ruolo essenziale delle competenze e della comunicazione interculturale quando vuoi vendere un servizio o un prodotto all’estero.

Ecco i video degli speech che ho apprezzato di più. Puoi vedere tutti gli interventi sul sito del Freelancecamp e le foto ufficiali scattate da Giuliana Corrado e Sara Soldano.

Francesca Manicardi – Vademecum per aspiranti freelance

Augusto Pirovano – Come presentare e vendere partendo dai problemi

Donata Columbro – Run like a freelance

Alessandra Farabegoli – I bilanci dei freelance

Paolo Cappelli – Internazionalizzazione del freelance: aprirsi al mercato globale

Cristiano Nordio e Gianluca Fiscato (PeopleBranding) – Dare un prezzo al proprio valore

Matteo Uguzzoni – Seneca, il cash e un quaderno giapponese

Simona Sciancalepore – Come sopravvivere ai mali del freelance

E come dice Alessandra Farabegoli: “Freelancecamp è smettere di lamentarsi e cominciare a cambiare”. 😀

Freelance e vacanze: riesci a staccare?

A differenza di un dipendente che ha le ferie retribuite, un freelance che va in vacanza è consapevole che, se non fattura perché è in pausa, allora non guadagna.

Infatti può essere difficile concedersi una vacanza, soprattutto quando dura più di una settimana. Perché tendi a pensare che i clienti non possono fare a meno di te, ma temi che trovino qualcun altro che ti sostituisca, oppure un potenziale cliente potrebbe contattarti proprio quando non stai lavorando e cerchi di riposare un po’.

Così non riesci a rilassarti in pieno e a godere di momenti rigeneranti in orizzonti diversi: un viaggio, il mare, un luogo mai visto e da scoprire…

Ma staccare è importante per dedicare più tempo a se stessi e ad attività che ti piacciono e per le quali non hai mai tempo. Puoi abbracciare un ritmo di vita più lento, che possa rigenerare e darti la carica necessaria quando tornerai al lavoro.

Qual è la tua esperienza di freelance che va (o non va) in vacanza?

Fai una vacanza breve di qualche giorno oppure ti concedi almeno due settimane?

Digital detox

Le vacanze sono il momento ideale per disconnettersi dal digitale: email, social media, notifiche e quant’altro vengono accantonati per giorni per riposare la mente sempre connessa.

Ma è davvero così?

Quando sei in vacanza ti disconnetti proprio da tutto oppure in realtà controlli le email almeno una volta al giorno?

Per non parlare dei social, che non vengono usati soltanto nell’ambito professionale, anzi. In vacanza pubblichi foto, commenti e post che documentano la tanto sospirata pausa? Oppure preferisci considerare le vacanze come un momento privato, da condividere con chi ti circonda e non con chi è online?

Quindi ti chiedo: durante le vacanze, riesci a staccare da tutto e da tutti o invece ti connetti ogni tanto?

Raccontami la tua esperienza. 😀

Sai spiegare il tuo lavoro a un bambino?

 

Se un bambino ti chiede che lavoro fai, non puoi rispondergli con le stesse parole che useresti con un adulto.

In genere, preparare un elevator pitch è indispensabile per presentarti in modo professionale a un interlocutore con cui avviare eventualmente una collaborazione e che può diventare un tuo cliente.

Ma bisogna anche essere in grado di adattare l’elevator pitch e di renderlo accessibile alla persona che hai di fronte: la fascia d’età, l’istruzione, l’esperienza e il vissuto di ognuno sono talmente diversi che non puoi usare una formula standard per presentarti a chiunque.

Io adatto la mia presentazione a chi ho davanti. A un sessantenne non dico che lavoro come traduttrice freelance, perché la parola freelance potrebbe disorientarlo: dico che lavoro come traduttrice professionista.

Ma se è una bambina che va all’asilo a chiedermi che lavoro faccio, anche la parola traduttrice risulterebbe incomprensibile.

Mi è capitato durante il fine settimana di Pasqua, quando la mia procugina di 5 anni che inizia a essere molto curiosa del mondo mi ha fatto la fatidica domanda.

La procuginetta mi chiede: “Che lavoro fai?”

La mia risposta: “Faccio diventare le parole di un’altra lingua in italiano, come il tuo libro italiano-inglese con le immagini sui colori e gli animali. Mi danno un testo in inglese e lo faccio diventare in italiano, oppure mi danno un testo in francese e faccio la stessa cosa.”

La bimba mi guarda stupefatta: “E come fai?”.

Mi indico la tempia: “Con la testa, perché ho studiato tanto. Quindi leggo quelle parole strane e le riscrivo in italiano.”

Non so se la spiegazione sia stata la migliore che potessi dare alla mia procugina. So che ho reso l’idea perché ha capito per quanto le sia possibile, visto che non ha ancora imparato a leggere e scrivere.

E tu? Se un bambino di 5 anni ti chiedesse che lavoro fai, sapresti spiegarglielo in modo comprensibile per lui? Che cosa gli diresti?

Il freelance non lavora quando vuole

“Beato te che lavori da casa”: quante volte hai sentito (o detto) questa frase?

Prima o poi, ogni professionista freelance si confronta con un’affermazione di questo tipo. Perché quando chi hai davanti capisce che lavorare da casa è lavorare a tutti gli effetti, scatta il passo successivo: l’invidia di non dover affrontare il traffico per andare in ufficio, o prendere i mezzi pubblici e far fronte a ritardi, scioperi e imprevisti di ogni sorta per raggiungere il luogo fisico – e diverso dalla propria abitazione – dove lavorare.

Ma oltre a invidiare il fatto di non dover recarsi in un altro luogo o città per andare a lavorare, questa affermazione ne implica un’altra.

“Beato te che puoi lavorare quando vuoi.”

Sai una cosa? Non è la realtà.

In teoria, il freelance lavora quando vuole perché può decidere di lavorare in determinati orari e giorni. Ciò significa che può organizzare i tempi di lavoro oltre alle modalità, dando prova di autodisciplina.

Però il principio non corrisponde sempre alla pratica. Perché i clienti di un freelance lavorano secondo i classici giorni e orari d’ufficio, quindi si aspettano di poterti contattare in quella fascia oraria. Ed è normale, no?

Quindi il freelance risponde alle telefonate e alle email di lavoro in orari comuni ad altre categorie di lavoratori. Ma può capitare che la sua giornata effettiva non si concluda alle 18:30 o alle 19:00 come per gli altri, ma che si prolunghi di qualche altra ora.

Perché il freelance vive di consegne. La consegna del lavoro scandisce il suo tempo.

E talvolta può essere necessario lavorare anche il sabato e/o la domenica, con sommo orrore dell’amico o parente che lavora come dipendente e considera il weekend inviolabile.

Al contrario, il freelance può decidere di staccare un pomeriggio o una mattina o di prendersi una giornata libera che non coincide con il fine settimana. Eppure non riesce a staccare del tutto, perché magari controlla le email: non si sa mai, magari arriva una richiesta da un nuovo potenziale cliente…

Tutto dipende dal modo di organizzare la propria attività professionale.

Certo, in passato mi è capitato di andare al cinema di mercoledì pomeriggio dopo aver consegnato un lavoro. Ma non è vero che lavoro quando voglio, proprio perché sono reperibile nei giorni e nelle fasce orarie in cui lavorano anche i miei clienti.

Inoltre il traduttore freelance ha anche clienti che vivono in altri Paesi e deve tener conto del fuso orario. Se arriva una richiesta da un cliente oltreoceano quando da noi è sera inoltrata, è buona norma segnalare di aver letto la mail, rimandando la risposta approfondita al giorno successivo.

Perché sì, a volte possono essere necessarie nottate di lavoro e orari poco ortodossi per gestire determinate consegne e urgenze. Ma non deve diventare una norma, altrimenti lo stato mentale e il fisico ne risentono.

Allora proviamo a smentire questo luogo comune: il freelance non lavora quando vuole.
Che ne pensi?

Chi non si fida dei freelance?

Finalmente Sherlock è tornato!

Il 2017 è iniziato con l’attesissimo ritorno dalla serie della BBC. Sherlock è tornato anche in Italia, perché è disponibile su Netflix quasi in contemporanea con l’Inghilterra.

Dopo il magnifico The Abominable Bride (La Sposa Abominevole) dello scorso anno, la quarta stagione è iniziata con l’episodio sconvolgente The Six Thatchers.

Niente paura: questo post non contiene spoiler su ciò che accade nella puntata e di cui si chiacchiera ovunque.

Dopo essermi asciugata le lacrime per gli eventi devastanti dell’episodio, mi soffermo a mente fredda su un elemento che, da brava freelance, ha attirato la mia attenzione dal punto di vista professionale più che da fan.

In una scena tra i fratelli Holmes, Sherlock e Mycroft si confrontano su un acronimo da decifrare che ha a che fare con un team di agenti segreti freelance, dei mercenari che diventano killer a seconda degli ingaggi.

“Freelancers are too woolly, too messy. I don't like loose ends.” Mycroft Holmes

“Freelancers are too woolly, too messy. I don’t like loose ends.”
Mycroft Holmes

Mycroft esprime il proprio scetticismo nei confronti di questa categoria e ne prende le distanze, non tanto in quanto assassini, bensì come freelance, che definisce confusi e disorganizzati.

Questo aspetto mi ha fatto sorridere, perché ho riflettuto sulla diffidenza diffusa nei confronti di questa figura professionale: un libero professionista che si tende a considerare con circospezione, un misto di confusione e apprensione legato alla difficoltà di comprendere la professione esercitata e al suo status di lavoratore indipendente.

Nulla di tutto questo riguarda Sherlock, beninteso, bensì la nostra realtà, in cui il freelance è generalmente considerato un lavoratore atipico.

È facile rendersi conto di una cosa: la fiducia è alla base di tutto. Nulla può andare a buon fine se non c’è fiducia tra il freelance e il cliente che gli commissiona un lavoro.

Di recente una cliente mi ha scritto per gli auguri di fine anno e fra le sue bellissime parole c’era anche questo: “So che posso contare su di te e la tua disponibilità è per me davvero rassicurante”.

Fidarsi del cliente è tanto indispensabile per il freelance quanto il contrario. Sapere di lavorare bene insieme, essere certo della qualità del lavoro svolto dal freelance, non dubitare che il saldo della fattura arriverà: sono soltanto alcuni aspetti che caratterizzano un rapporto di fiducia reciproca.

Naturalmente gli imprevisti succedono, ma una cosa è certa: non bisogna chiudere il canale di comunicazione. Occorre confrontarsi sempre e comunque, perché una proficua collaborazione va a vantaggio di entrambe le parti.

Il blog ha un unico pubblico?

Dico subito la mia: no, un blog non può avere un unico pubblico.

Prima di aprire un blog, è opportuno riflettere sul target. Chi è il lettore ideale dei tuoi contenuti? Dipende dal tuo obiettivo. In genere si decide di aprire un blog per intercettare potenziali clienti, ottenere visibilità online e diventare un piccolo riferimento per una nicchia, consolidando la propria reputazione.

Il blog è uno strumento importante per la tua attività e può rivelarsi molto utile alla tua vita professionale, soprattutto se sei un freelance.

Ma decidere per chi scrivere è una delle parti più difficili, perché il calendario editoriale e i contenuti saranno su misura del target che hai individuato.
Eppure ben presto ti rendi conto che i tuoi lettori costituiscono una realtà eterogenea.

Nel caso di un traduttore freelance che cura un blog, esistono due possibilità di target: i potenziali clienti e i colleghi traduttori. I contenuti più utili agli uni non sono poi così utili agli altri, in quanto si tratta di lettori con esigenze e interessi diversi. Se decidi di scrivere per un determinato target, ti accorgi che alla fine riesci anche a intercettare altri lettori che magari non avevi in mente.

Cosa fare?
La cosa migliore è evitare un calderone di contenuti, un blog in cui scrivi di tutto senza dare il giusto peso a chi legge. Invece potresti variare il calendario editoriale alternando gli articoli che possono risultare più interessanti ai potenziali clienti con quelli che attirano maggiormente i colleghi.

Un altro suggerimento? Aggiungi un tocco personale.
Non si tratta di raccontare i dettagli della tua vita personale, ma di dare un’anima agli articoli aggiungendo la tua esperienza. Racconta qualcosa che ti ispira nel tuo lavoro, aggiungi il tuo punto di vista su un argomento affrontato da altri, coniuga i tuoi interessi con spunti e riflessioni che possono risultare utili ai tuoi lettori.

Non è per niente facile, questo è vero. Però l’impegno è necessario come in tutte le cose.
Tu che ne pensi? Esiste soltanto un target per il blog?

“Scrivi qualcosa che valga la pena di essere letto o fai qualcosa che valga la pena di essere scritto.”
Benjamin Franklin

I miei post sulla vita da freelance

Nel mese di ottobre si celebra la European Freelancers Week, la Settimana Europea dei Freelance. E mentre in molte città di tutta Europa si svolgono dibattiti, incontri, seminari e conferenze su questo mondo professionale, come il Freelance Day a Torino, ho pensato di condividere in questa pagina tutti i post che ho scritto in questi anni di blogging incentrati sulla categoria dei freelance.

Non si tratta dei post che riguardano strettamente la mia vita professionale di traduttrice freelance, bensì degli articoli relativi alla vita da freelance in generale.

Magari li hai letti già tutti in questi mesi, oppure qualcuno ti è sfuggito. Allora eccoli qui.
Se hai bisogno di motivazione, informazione, consigli, ispirazione o intrattenimento, spero che troverai ciò che cerchi. 😉 E se ti va, puoi lasciare un commento, condividere i post e raccontarmi la tua esperienza sulla vita da freelance. Perché la condivisione e il confronto arricchiscono ogni freelance.

Buona lettura!