Formazione sì, ma con buonsenso

Parlare di formazione in estate non è fuori luogo. È proprio questo il periodo in cui fioccano nuovi eventi di formazione, convegni, corsi e seminari a cui iscriversi (rigorosamente con prezzi early bird!) e che inevitabilmente si concentreranno tutti a settembre e ottobre.

Il periodo dell’anno in cui si torna sui banchi di scuola è uno dei più ricchi di corsi in presenza oppure online perché sfrutta quel meccanismo di ripresa dell’attività accademica radicato nella nostra mente.

E quando un professionista cura la propria formazione, sa bene che estate è anche sinonimo di nuovi eventi formativi a cui iscriversi da frequentare in autunno.

Peccato che si affollano tutti negli stessi giorni.

Ma sorge una domanda: sono davvero necessari?

La formazione continua è utile

Da anni esistono webinar, corsi online, videocorsi, giornate di networking e convegni in qualsiasi ambito. Sembra che chiunque sia in grado di fare formazione e di presentare formule e soluzioni vincenti per tutti.

La formazione continua è importante, purché sia di qualità.
Soprattutto quando si lavora come libero professionista, l’aggiornamento continuo è utile a migliorare con costanza le proprie competenze.

Certo, anche a raggiungere i crediti necessari per restare in un’associazione di categoria. Ma questo non dovrebbe essere il motivo principale. E neppure la lunga lista di corsi da presentare sul proprio profilo LinkedIn o da inserire nel curriculum per dimostrare a tutti “ehi, io mi aggiorno!”.

Non si finisce mai di imparare

La lezione sempre valida è che non si finisce mai di imparare anche quando si lavora. Anzi, soprattutto quando si lavora, perché la pratica è una delle migliori maestre di vita.

Però la sete di apprendimento dovrebbe essere una scintilla da alimentare con autenticità. Il vero motore della formazione è la curiosità di imparare qualcosa di nuovo.

Modificare l’approccio

Il mio discorso è valido sia per i freelance sia per gli imprenditori. I convegni e i corsi aziendali a cui partecipi o che organizzi sono davvero utili?

Temo che la tendenza sia un’altra: curare l’immagine, l’apparenza, la superficie e meno la sostanza e la profondità della formazione offerta.

Ti presento i casi diffusi che sicuramente hai notato anche tu indipendentemente dal settore:

Gli hashtag inevitabili
Mi raccomando, dobbiamo essere social! Quindi ecco l’hashtag apposito dell’evento, condividiamolo in massa per arrivare in tendenza. Facciamoci sentire, si deve parlare di noi!

Il live tweeting incessante
Se twitti qualsiasi frase di ogni intervento senza mai staccare gli occhi dallo schermo dello smartphone, riesci ad assimilare ciò che stai ascoltando? Vuoi fare una diretta per i social così aumenti la tua visibilità oppure sei davvero interessato ai contenuti?

Le foto immancabili
Mai trascurare le foto! Dobbiamo far vedere quanto siamo cool, che ci divertiamo, che facciamo amicizia. Quindi via libera alle foto di gruppo durante il pranzo e la pausa caffè, ai selfie mentre uno speaker parla, immediatamente pubblicate online. Ma che stava dicendo il relatore?

A scanso di equivoci: le relazioni e il networking sono importanti, ma non dovrebbero essere l’unico elemento che gira intorno alla giornata di formazione.

Sei lì per imparare qualcosa.

Non sei lì per prendere appunti sull’immancabile quaderno con il logo dell’evento che poi non rileggerai mai.
Non sei lì per la goodie bag e i graziosi gadget degli sponsor.

Insomma, metti in pratica ciò che hai imparato?

Ti porti a casa i contatti, i sorrisi, gli abbracci, le persone che hai conosciuto. Ma anche i contenuti.

Scommetto che ti senti ispirato e motivato a lavorare meglio. Ma dopo l’iniziale botta di motivazione non fai nulla e tutto si esaurisce un paio di giorni dopo l’evento, quando torni alla routine senza mai iniziare a mettere in pratica ciò che hai imparato. Le strategie, gli strumenti e le risorse utili da applicare rimangono pura teoria.

Allora impariamo una cosa importante: la formazione è stupenda, purché sia ponderata (perché hai scelto quel corso?) e utile davvero.

Quando non hai bisogno di un traduttore professionista

Può sembrare un paradosso, invece hai letto proprio bene. Vorrei aiutarti a capire quando non hai bisogno di un traduttore professionista.

Sì, sono una traduttrice professionista. No, il mio post non è un controsenso. È un modo per facilitarti le cose e non farti perdere tempo.

Due casi in cui non ti serve un traduttore professionista

1. Devi partecipare a un convegno, una fiera o una trattativa commerciale e hai bisogno di qualcuno che ti affianchi perché non hai le competenze linguistiche adeguate per interagire con chi non parla la tua lingua. Non ti senti sicuro del tuo inglese e hai paura di non capire e di non farti capire dall’interlocutore straniero.

Ebbene, non ti serve un traduttore. Ti serve un interprete.

Esiste una differenza sostanziale tra il traduttore e l’interpreta professionista che si riassume in un concetto molto semplice: il primo scrive, il secondo parla.

Quelli che senti nelle trasmissioni televisive non sono traduttori, bensì interpreti, anche se molti li chiamano impropriamente traduttori.

Quindi rifletti sul servizio di cui hai bisogno e contatta il fornitore più adeguato. 😉

2. Hai bisogno della traduzione di un catalogo prodotti, di un video, dei contenuti del tuo sito web, di un documento. Però non vuoi spendere troppo.

Il traduttore è un professionista e come tale va retribuito. Dato che si tratta di lavoro, non puoi aspettarti di pagare una cifra irrisoria e considerare ogni preventivo come troppo elevato.

La traduzione non è gratis, né su base volontaria. Perlomeno non il servizio offerto da un professionista. E se fai sul serio con la tua attività, è di un professionista che hai bisogno, non del conoscente che ha fatto una vacanza in Inghilterra e che traduce per hobby.

Probabilmente sei tu a non avere un budget adeguato. Se invece per te con la qualità non si scherza, ti consiglio di rivolgerti a un traduttore professionista perché il ritorno sull’investimento è innegabile: il profitto che ricavi dal servizio di traduzione è maggiore della spesa sostenuta.

Altrimenti gioca pure al ribasso. Però poi non lamentarti se il cliente straniero del tuo ristorante ride quando legge il menù, se nessun turista straniero sceglie la tua struttura ricettiva perché hai tradotto il sito con Google Translate oppure se all’estero nessuno acquista i tuoi prodotti.

Ti riconosci in una di queste due situazioni?

Il traduttore non è l’interprete! Un caso (ahimè) noto

Se c’è una cosa che non sopporto è la continua confusione tra due figure professionali distinte: l’interprete e il traduttore.

Del resto non pensiamo che un cardiologo e un neurologo siano la stessa cosa solo perché entrambi laureati in Medicina. È vero, c’è una base comune, ma si tratta di specialità differenti!
Allo stesso modo l’interprete e il traduttore sono accomunati dalle competenze linguistiche, però svolgono due professioni diverse.

Eppure questa distinzione è difficile da comprendere per i non addetti ai lavori.

Questo è un esempio recente.

Lunedì 6 giugno 2016 si è svolta la conferenza di presentazione del nuovo proprietario dell’Inter, il presidente Zhang Jindong.
Il discorso del presidente cinese è stato trasmesso in diretta streaming ed è ormai diventato celebre per un motivo in particolare. Più che la maggioranza delle quote dell’Inter ora di proprietà della Cina, a destare l’attenzione generale sono stati gli errori dell’interprete di simultanea culminati con la clamorosa gaffe: “Vogliamo riportare il Milan al top”.

All’orrore degli interisti, si aggiunge l’ilarità dei social network, che hanno evidenziato la gaffe e ironizzato sul destino dell’interprete che è stato subito sostituito.

Sono tante le cose che mi hanno infastidito di questa vicenda, non in quanto interista, ma in quanto traduttrice.

  • Innanzitutto la professionalità messa in discussione e il dubbio che nasce inevitabilmente: non sarebbe stato meglio proporre una simultanea in relais (cinese-inglese-italiano)?
  • Prima di una conferenza, l’interprete si prepara a dovere grazie anche ai materiali che il cliente gli fornisce e che vanno a integrare le competenze linguistiche, culturali e terminologiche del professionista.
  • Sorge il dubbio che la committenza abbia voluto risparmiare scegliendo un interprete non molto preparato invece di un professionista esperto, perché di certo non mancano i simultaneisti che lavorano con la combinazione linguistica cinese-italiano.
  • Il modo in cui i media hanno riportato la vicenda: quasi ovunque si parla della “gaffe del traduttore” nei titoli per poi affermare che “l’interprete diventa subito idolo”. E l’ignoranza e la mescolanza delle due figure vengono reiterate nei commenti sui social network.

Dopo un bel po’ di amarezza, chiudiamo con una nota: le scuse e l’ironia dell’interprete in questione.

#scusateilgaffo 🙂

Giornata della Memoria e il traduttore del conflitto

Per la Giornata della Memoria vorrei invitarti a riflettere sul ruolo del traduttore nel conflitto: non solo come mediatore durante le trattative e i negoziati di pace, ma spesso come vittima.

Che si tratti di traduttori, interpreti, linguisti e mediatori, queste figure sono spesso vessate durante le guerre. E purtroppo si tratta di una realtà molto viva anche oggi nelle zone di conflitto.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i traduttori e gli interpreti hanno svolto un ruolo fondamentale e di altissima responsabilità. Pensa che l’interpretazione simultanea è nata proprio in occasione del Processo di Norimberga.

Ma perché durante un conflitto il traduttore o l’interprete è una vittima?

Purtroppo in molti casi trova la morte mentre svolge la sua professione in situazioni e contesti delicati. Tra le vittime nelle zone di conflitto ci sono anche gli interpreti e i traduttori.

Talvolta vengono sospettatati per la loro etnia che li accomuna al “nemico”, come accadeva agli interpreti giapponesi di cui spesso dubitavano gli americani durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’imparzialità dell’interprete o del traduttore viene infatti messa in discussione soltanto perché condivide la stessa cultura e la stessa lingua dell’avversario. Le competenze effettive passano quasi in secondo piano.

L’interprete o il traduttore in questione deve innanzitutto fare i conti con la propria scissione identitaria: condivide il patrimonio linguistico e culturale con un gruppo cui non può essere fedele, perché per lavoro presta i suoi servizi allo schieramento opposto. E poi quest’ultimo magari non lo rispetta, lo teme o non si fida di lui. Eppure ha bisogno di lui, considerandolo un “male necessario” a prescindere dai suoi ideali.

In occasione della Giornata della Memoria, vorrei che riflettessimo su questo. Dobbiamo ricordare che durante le guerre il traduttore, l’interprete e il mediatore linguistico sono spesso oggetto di disprezzo e diffidenza da parte degli organi politici e militari. Sono vittime invisibili della guerra.