Perché non riesci a imparare l’inglese

Mettiamo subito le cose in chiaro: l’apprendimento di una lingua straniera dura tutta la vita. Non esistono corsi miracolosi per imparare l’inglese in 30 giorni o 100 ore, ricette magiche, formule e soluzioni wow che facilitano una sorta di trasfusione del sapere.

Direi che è ora di svegliarsi e di smettere di credere alle favolette.

Certo, ci sono alcuni princìpi che rendono l’insegnamento di una lingua più efficace. Ad esempio, è meglio avere un insegnante madrelingua per familiarizzare con la varietà di accenti: inglese britannico o americano, ma anche irlandese o scozzese, giusto per citarne alcuni. Ascoltare un madrelingua è sempre un ottimo punto di partenza.

Ma veniamo alle domande che ti tormentano. Perché sembri negato per le lingue? Perché non riesci a imparare l’inglese nonostante le lezioni a scuola, le ripetizioni private, i corsi in azienda, le due settimane di vacanza o di lavoro all’estero?

Ognuno di noi ha un particolare vissuto, un bagaglio di esperienze e di predisposizioni che influenzano le competenze linguistiche. Però oserei dire che ci sono tre cause principali alla base della tua lacuna.

1. Pensi alla grammatica

Per carità, la grammatica è fondamentale. Però prova a dimenticare l’italiano, evitando confronti tra la grammatica inglese e quella italiana.
Se ti concentri soltanto su regole, eccezioni, esercizi di completamento, tempi verbali, ordine degli aggettivi eccetera eccetera, riduci le energie per tutto il resto che è altrettanto importante.

Ti faccio un esempio.

Come la mettiamo con i verbi frasali e le espressioni idiomatiche? Sono talmente frequenti in inglese che possono gettare nel panico chi si limita alle classiche regolette che si imparano a scuola. Ma la lingua viva, quella parlata, ascoltata, scritta e letta, è infarcita di espressioni che impari soltanto scontrandoti con ognuna di loro.

L’inglese non si impara traducendo una decina di frasi, studiando le immagini con le preposizioni, completando le frasi con un elenco di parole da cui scegliere. L’inglese non è in un workbook. O meglio, non solo.

2. Eviti di parlare la lingua

Questo è il motivo principale per cui è difficile imparare l’inglese: l’interazione orale è ridotta al minimo a scuola. Invece la parte parlata dovrebbe essere la più importante per una totale immersione nella lingua straniera.

L’atteggiamento ideale ma difficile da mettere in pratica per parlare in inglese è uno soltanto: non avere paura di sbagliare.

In virtù della cultura scolastica, tendi ad avere pura dell’errore. L’errore è punito a scuola, penalizzato nella vita, giudicato dagli altri.

In realtà, l’errore è il più grande maestro: sbagli un verbo, un sostantivo, il significato di una frase? Grazie all’errore impari la forma corretta. Ricordando la circostanza in cui è avvenuto l’errore, che può essere indelebile, memorizzerai anche l’espressione giusta che avresti dovuto utilizzare e che è stata corretta.

Sembra un approccio spietato, ma è così.

Quando hai imparato a camminare, i tuoi passi erano incerti: cadevi, ti sbucciavi le ginocchia, ma poi ti rialzavi. E hai acquisito una sicurezza sempre maggiore.

Allora cogli ogni occasione per parlare in inglese!

3. La classica scusa: non ho tempo

Non hai tempo di frequentare un corso. Tra il lavoro, gli impegni familiari o altri corsi di formazione, non sai come inserire le lezioni di inglese. Una volta alla settimana è troppo poco, tre volte in sette giorni è praticamente impossibile.

Però hai tempo di scrollare il feed di Instagram o Facebook, di giocare al cellulare, di guardare una serie tv su Netflix, giusto?

Ebbene, devi creare il tempo necessario. Riduci i tempi morti con lo smartphone e prova a creare una routine: leggi articoli in inglese, spazia tra gli argomenti, guarda video con o senza sottotitoli, ascolta podcast, guarda film e serie tv in lingua originale.

E quando viaggi all’estero, non vergognarti, non sentirti in imbarazzo, non bloccarti all’orale. Il maggiore ostacolo nell’apprendimento della lingua straniera è il blocco psicologico.

La parola chiave? Costanza.

Il francese, una storia d’amore

Il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Francofonia, che mira a valorizzare la cultura francofona e la lingua francese nel mondo.

Ti segnalo giusto un paio di dati significativi:

  • Il francese è la quinta lingua più parlata del mondo
  • Nel mondo ci sono 274 milioni di francofoni

Ma patrie, c’est la langue française.
Albert Camus

Insieme all’inglese (e ovviamente all’italiano, la mia lingua madre), il francese è la mia lingua di lavoro. Ed è una lingua che amo profondamente alla pari dell’inglese.

Tra marketing, turismo e moda, ogni giorno leggo, analizzo e traduco testi nella mia madrelingua per clienti che, guarda caso, sono per la maggior parte francesi.

Spesso noto un certo pregiudizio nei confronti di questa lingua e cultura da parte di chi mi circonda: il francese non piace a tutti, c’è chi lo ritiene simile all’italiano ma in verità troppo difficile da capire, chi rimane bloccato nella grammatica complessa, chi mastica il francese scolastico e chi preferisce trincerarsi nel cliché “i Francesi sono snob”.

Quante volte si parla male dei parigini che non sono disponibili nei confronti dei forestieri? Ecco l’immagine diffusa: il forestiero chiede informazioni e il francese finge di non capire o si rifiuta di parlare inglese. Detesto questo stereotipo perché è tipico di noi italiani che dovremmo essere gli ultimi a tacciare i francesi di arroganza, visto il pessimo livello generale nelle lingue straniere.

Del resto, un forestiero che chiede informazioni a un romano non si trova generalmente di fronte a barriere linguistiche insormontabili? Quanti saprebbero rispondergli in inglese e non in italiano?

Insomma, questo atteggiamento superficiale mi fa pensare all’ostilità calcistica Italia-Francia. Essendo adulti, potremmo avere una maggiore apertura mentale, non credi? 🙂

Dopo essermi tolta questo sassolino dalla scarpa, vorrei raccontarti la mia storia d’amore con la lingua francese.

Tutto è cominciato a scuola, quando lo studio del francese alle elementari è stato il mio primo approccio con le lingue straniere. Ero la bambina che si applicava con maggiore entusiasmo nei confronti di questa lingua, di cui mi piaceva così tanto il suono, la pronuncia, la magia delle parole che non capivo e che poi assumevano un significato. Una caccia al tesoro, una caccia al senso e una ricerca linguistica che un giorno sarebbero diventate il mio pane quotidiano.

La scuola media è stata l’occasione di scoprire l’inglese, che ho affiancato al francese anche al liceo linguistico e all’università.

Ma mi piaceva andare oltre ciò che imparavo nelle cinque ore di frequenza e così le gite scolastiche, le certificazioni linguistiche e i soggiorni all’estero sono stati l’occasione di toccare con mano la lingua vera, quella che esiste oltre i testi scolastici: gli insegnanti madrelingua, i parigini, i monumenti, i negozi, i musei, i viaggi. Un universo così vivido che mi ha fatto perdere la testa per la musicalità della lingua, l’eloquio rapido e la raffinatezza che mi ispira il francese.

Mi sono innamorata della cultura francese anche con la letteratura. Uno dei primi approcci è stato Notre-Dame de Paris di Victor Hugo e lo splendido musical che ha rapito il mio immaginario da ragazzina quando, oltre alla versione italiana di Riccardo Cocciante, ho perso la testa per la versione originale in francese.

A 18 anni ho avuto una vera e propria folgorazione per Albert Camus, che ancora oggi è il mio scrittore preferito su cui ho basato la tesi di laurea in Mediazione Linguistica.

E negli anni in cui ho scoperto il cinema francese, ho cementato il mio amore per questa lingua e cultura all’università: traduzioni, potenziamento della grammatica, terminologia specialistica, storia della lingua e letteratura francese e una splendida docente francese che mi ha trasmesso un’etica professionale inestimabile.

Oggi mi ritengo privilegiata nel lavorare con il francese e con clienti che sono fieri della loro lingua. Pensa che i francesi traducono tutto, francesizzano praticamente ogni termine straniero. Invece noi abbiamo un tale servilismo nei confronti dell’inglese da introdurre anglicismi e inglese maccheronico quando parliamo e scriviamo.

Insomma, sarebbe meglio scendere dal piedistallo con cui si giudicano i francesi per la loro altezzosità o distacco. Il metro di misura? La socievolezza e l’espansività tipici della nostra cultura, ma il comune denominatore tra le due culture è il rispetto. Che per i nostri cugini è una certa riservatezza e cortesia manifesti in quel “Vous” ampiamente diffuso, a differenza del nostro darci del tu con maggiore frequenza.

Paese che vai… 😉

Sage est le juge qui écoute et tard juge
(Saggio è il giudice che ascolta e tardi giudica)

Le lingue straniere plasmano la tua identità

Sono la persona che sono grazie alle lingue straniere.

Ne parlo spesso con la gemella: quante esperienze non avremmo mai fatto se non sapessimo l’inglese? Quante persone non avremmo mai conosciuto?

E non parlo di lavoro, che ovviamente non farei se non fosse per le lingue. Ma penso alla dimensione più privata e alle passioni che coltiviamo.

Libri, cinema, musica, teatro. I miei interessi sono plasmati dalla conoscenza delle lingue straniere che mi consente di non limitarmi a una fruizione passiva o mediata. Invece posso toccare con mano, respirare e vivere esperienze legate ai miei interessi proprio grazie alle lingue.

Vedere film e serie tv in lingua originale, talvolta con i sottotitoli, può essere una delle esperienza più scontate che è possibile fare grazie alle lingue straniere. Eppure è una cosa molto preziosa, mentre per molti è insolita perché dicono di fare fatica a leggere i sottotitoli guardando contemporaneamente il video. Certo, non sta a me giudicare, però ho sempre ritenuto che basta farci l’abitudine. Un po’ come quando impari a leggere e inizialmente le lettere sono soltanto segni da decifrare, a cui devi dare un suono e che soltanto in un momento successivo ti fanno accedere al significato e, per estensione, alla comprensione del testo. L’abbiamo imparato tutti, no?

Il passo successivo riguarda la lettura. Un libro in lingua originale ha un altro sapore. Benché io sia traduttrice e sostenga che la traduzione letteraria sia uno dei patrimoni assoluti dell’umanità, quando leggo un libro in lingua originale mi emoziono ancora di più. Sono le parole dell’autore, scelte con cura, che sto leggendo. È la sua voce non filtrata da un altro codice linguistico. Le sue pause, le frasi meditate ed elaborate dalla sua mente.

Dotan

Dotan

E poi ci sono le persone. Quelle che conosci durante un soggiorno all’estero e che ti stupiscono per la cortesia e gentilezza dei modi. Gli artisti di fama mondiale che ascolti dal vivo e che raccontano aneddoti sulla loro esperienza musicale tra un brano e l’altro.

O come quando un cantante olandese canta (in inglese) per la prima volta in Italia durante un concerto intimo e poi hai il piacere di chiacchierare con lui sulla sua musica e di scoprire una persona molto riservata e dall’umiltà disarmante malgrado il palco sia la sua dimensione.

E il teatro?

Vedere gli attori recitare a teatro non ha paragoni. Certo, ci emozionano anche nei film o nelle serie tv, ma gli attori sul palcoscenico (e non doppiati in italiano!) sono sempre una scoperta.
Alla fine dello spettacolo, è così bello incontrare di persona i tuoi attori preferiti. E vedere quella luce che si accende nei loro occhi mentre li ringrazi per le emozioni che ti danno.

Per non parlare degli incontri inaspettati.

Una sera di settembre 2014, dopo aver visto uno splendido spettacolo teatrale a Londra con le amiche, abbiamo conosciuto uno straordinario attore inglese con quarant’anni di carriera. Da una stretta di mano e una chiacchierata fuori dal teatro ci siamo ritrovate due anni dopo a vederlo nuovamente in un altro spettacolo. E dal piacere di incontrarci ancora una volta è nata una conversazione di un’ora sulle nostre vite, scoprendo persino la nostra comune passione per Albert Camus.

Insomma, se non fosse per la lingua inglese…!

Francesi, tedeschi, americani, inglesi: è solo grazie alla conoscenza delle lingue che nuove persone di altre nazionalità e culture entrano nella tua vita e ti arricchiscono come persona, lasciando ricordi che custodirai per sempre nel cuore.

Spero che tutto questo possa dare una maggiore motivazione a chi si scontra con le difficoltà, i pregiudizi e la frustrazione dell’apprendimento delle lingue. In realtà ne vale la pena, non credi? 😉

Le voci nella testa

Molti studi sottolineano i benefici del bilinguismo, tra cui la capacità di identificare più facilmente la voce di qualcuno rispetto a chi parla una sola lingua: l’attenzione non è posta soltanto su ciò che si ascolta, ma vengono anche elaborate informazioni su chi parla.

Magari non sei bilingue, quindi non hai un genitore che parla un’altra lingua, né hai una conoscenza assolutamente perfetta di due lingue. Eppure io credo che la conoscenza approfondita di una lingua straniera possa contribuire a qualcosa di simile.

Esercitare ogni giorno l’ascolto della lingua straniera per lavoro e per interesse personale può renderti più sensibile all’ascolto della voce umana.

C’è chi ricorda facilmente un volto dopo averlo visto una volta soltanto e riesce ad apprendere ed elaborare meglio le informazioni grazie alla memoria visiva. Ma la stessa cosa avviene attraverso l’ascolto, che ti consente di memorizzare e archiviare le informazioni. Come quando scopri una parola straniera per te nuova e per ricordarla la pronunci ad alta voce diverse volte, oppure la ascolti a ripetizione. E così riesci a ricordare per sempre il suo significato.

All’inizio dell’anno ho visto l’ultima stagione di Sherlock, che ha introdotto gradualmente un personaggio femminile fondamentale nella serie e di cui abbiamo scoperto l’identità con un misto di stupore e meraviglia.
Quella rapida occhiata nella prima puntata mi aveva lasciato la sensazione “Dove ho già visto quest’attrice?”. Ma non ho approfondito temendo gli spoiler su Sherlock.

"Faith"

“Faith”

Per me la rivelazione è stata durante il secondo episodio, quando viene introdotto il personaggio di “Faith” Smith nello studio di Sherlock. Mentre lei parlava, è scattato qualcosa nel mio cervello: ho immediatamente riconosciuto la voce.

Era la stessa attrice che ho visto nell’Amleto con Benedict Cumberbatch a ottobre 2015. All’epoca ero seduta in fondo alla platea del Barbican Theatre di Londra e, anche se la visuale era ottima, gli attori sul palco erano piuttosto distanti.

Lei interpretava Ofelia e, dopo più di un anno da quando l’avevo vista recitare, ricordavo benissimo la sua voce. Anche se sia sul palco del Barbican che in Sherlock indossava una parrucca e i suoi lineamenti erano alterati dal trucco, come quello della psicologa di John Watson nell’episodio 4X02. Ottima mimesi e ottimo lavoro con la voce per interpretare diversi personaggi (in Sherlock era quattro donne diverse, o meglio una donna e tre identità fasulle).

Ma per me l’ascolto ha prevalso e, nonostante le parrucche e l’eccezionale trasformismo del personaggio, alla fine il colpo di scena per me non c’è stato semplicemente perché l’avevo riconosciuta dalla voce.

Ofelia

Ofelia

Qualcosa di simile accade quando guardo film e serie tv doppiati in italiano. Cercare di riconoscere i vari doppiatori è diventato una sorta di automatismo che in effetti mi distrae per qualche secondo da ciò che accade sullo schermo, perché mi concentro inevitabilmente sulla voce.
Riconosco subito il doppiatore italiano e lo associo agli attori a cui presta di solito la sua voce, come se nella testa avessi degli scompartimenti ad hoc per le voci che ascolto. 😀

Non so se sia una cosa diffusa, però credo che parlare lingue diverse e una certa predisposizione verso le lingue straniere possano aiutarti a identificare e riconoscere qualcuno semplicemente dalla voce.

Tu che ne pensi? Ti è capitato qualcosa di simile?

7 citazioni sulle lingue come omaggio alla lingua madre

 

Il 21 febbraio si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre per promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

Questa celebrazione indetta dall’UNESCO e riconosciuta dall’ONU è l’occasione per riflettere sul ruolo della nostra madrelingua. Perché per quanto la conoscenza delle lingue straniere sia ormai un requisito essenziale, non dobbiamo dimenticare che ogni lingua è un patrimonio da salvaguardare.

È vero, le lingue si arricchiscono l’una con l’altra. E le contaminazioni linguistiche spesso comportano degli eccessi che sono sotto i nostri occhi praticamente ogni giorno.

Mi riferisco all’abuso degli anglismi nella lingua italiana.

Può sembrare una contraddizione (o una strategia oculata per non informare?): in ambito giornalistico e in politica si utilizzano termini in inglese anche quando sarebbe possibile impiegare equivalenti in italiano. Eppure l’Italia è un Paese che ha notevoli difficoltà con l’inglese…

Allora, prima di usare anglicismi e simili, prova a riflettere sulle domande poste da Francesco Sabatini: “Sei veramente padrone del significato di quel termine? Lo sai pronunciare correttamente? Lo sai anche scrivere correttamente? Sei sicuro che il tuo interlocutore lo comprende?”.

Ti lascio alle tue riflessioni in compagnia di queste bellissime citazioni sulle lingue:

  1. I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Ludwig Wittgenstein
  2. Come il cranio e il sangue, la lingua di un popolo non può essere cambiata secondo il volere di qualcuno e nemmeno «cammuffata». Simion Mehedinți
  3. Se non possiedi la struttura della tua lingua, non sei in grado di imparare le altre, per questo le campagne a favore dell’inglese non hanno senso se non si legano a un miglioramento dell’italiano. Cesare Segre
  4. La lingua esiste per servire il pensiero, non per esser conservata in un museo. Ezra Pound
  5. La mia patria è la lingua francese. Albert Camus
  6. Colui che non sa le lingue straniere, non sa nulla della propria. Johann Wolfgang von Goethe
  7. Per ogni lingua che si estingue scompare una immagine dell’uomo. Octavio Paz

Ecco perché non riesci a imparare le lingue straniere

Gli Italiani non sanno l’inglese. Questa generalizzazione rivela la scarsa attitudine verso le lingue straniere che caratterizza il nostro Paese.

Naturalmente ci sono delle eccezioni, ma è risaputo che in Italia si riscontrano serie difficoltà nell’imparare le lingue straniere.
Magari è un fenomeno che ti riguarda in prima persona, oppure conosci qualcuno che ha questo problema.

Il motivo per cui non riesci a imparare una lingua straniera è uno soltanto: la paura. Più precisamente, la paura di sbagliare.

Come puoi imparare una lingua se hai paura di usarla?
Da dove nasce questa paura di sbagliare?

Le statistiche dimostrano che nell’insegnamento delle lingue straniere in Italia si prediligono la grammatica e la scrittura: studio delle regole, esercizi da completare, frasi e brevi composizioni scritte in lingua.

Ma non si può imparare una lingua straniera soltanto con queste basi. Bisogna anche immergersi nei suoni delle parole, negli accenti e assimilare la pronuncia corretta.

La parte essenziale dell’apprendimento di una lingua è uno ed è proprio l’aspetto più trascurato in Italia: parlare la lingua straniera.

Ricordo le scene di panico a scuola che indubbiamente si manifestano in ogni classe italiana. Dopo i momenti dedicati alla comprensione, alla lettura, agli esercizi in lingua, gli insegnanti dedicavano qualche minuto della lezione all’orale e ci sollecitavano a interagire in lingua straniera. Ma improvvisamente tutti diventavano timidi e insicuri, avevano paura di sbagliare e si chiudevano nel silenzio.
Alla fine solo quei pochi che ci provavano (ed eravamo sempre gli stessi) facevano reali progressi.

Se prosegui gli studi linguistici all’università, il miglioramento è naturale. Ma chi intraprende altri percorsi formativi, poi finisce per scontrarsi con la realtà del mondo del lavoro, in cui sapere l’inglese è un requisito necessario per qualsiasi tipo di impiego.

Questa paura di sbagliare ha radici proprio a scuola e nasce dal confronto tra gli alunni. Tutti vogliono evitare l’errore e l’imbarazzo che ne deriva, quindi il giudizio negativo.
Ma è con gli errori che alla fine impari!
Bisogna mettersi in discussione e provarci, parlare in lingua straniera e commettere errori, che siano di grammatica, lessicali o di pronuncia. Poi gli errori saranno corretti e riuscirai a memorizzare più facilmente quella cosa che hai sbagliato, tanto che alla fine non la sbaglierai più.

Senza dubbio bisognerebbe modificare i metodi didattici di insegnamento delle lingue straniere, ma occorre anche lavorare su se stessi, avere una mentalità aperta e costanza nello studio delle lingue.

5 espressioni inventate da Shakespeare che usi spesso

Questa settimana il Regno Unito celebra la Shakespeare Week, un’iniziativa annuale finalizzata ad avvicinare i bambini alle opere immortali di William Shakespeare.

Così ho pensato che sarebbe stato interessante ricordare alcune frasi entrate nell’uso comune anche nella nostra lingua.

L’influenza di Shakespeare ha una portata enorme nel panorama culturale (letteratura, teatro, poesia, cinema…), ma è soprattutto la lingua che ha beneficiato del suo grande contributo, non solo dal punto di vista della grammatica, ma anche del lessico. Pensa che Shakespeare inventò oltre 2000 parole nella lingua inglese, così come innumerevoli espressioni ormai entrate nell’uso corrente di tutte le lingue grazie alle sue opere tradotte.

E non mi riferisco al celeberrimo “Essere o non essere” di Amleto, ma a frasi che utilizzi spesso in italiano, magari senza sapere che sono state usate da Shakespeare per la prima volta.

Una selezione di espressioni inventate da Shakespeare:
  1. Una reputazione senza macchia
    (Riccardo II, Atto I, Scena 1)
  2. Abbiamo visto giorni migliori
    (Come vi piace, Atto II, Scena 7)
  3. L’amore è cieco
    (Il mercante di Venezia, Atto II, Scena 5)
  4. Non ho chiuso occhio
    (Cimbelino, Atto III, Scena 3)
  5. Sebbene l’ultima, non la meno importante
    (Re Lear, Atto I, Scena 1)

Come vedi, si passa dalla reputazione integerrima al dio bendato dell’amore, fino all’abusata espressione “Last but not least“, che Shakespeare riadattò da una precedente versione.

Quale di queste espressioni shakespeariane usi di più? Ne conosci altre?
Fammelo sapere nei commenti.

Comunicazione interculturale: la tua guida pratica!

Qualche settimana fa avevo detto che stavo lavorando a un nuovo progetto previsto per la primavera. E il giorno atteso è finalmente arrivato!

Oggi ti presento La tua Guida Pratica alla Comunicazione Interculturale, un testo chiaro e utile per interagire in modo impeccabile con le altre culture.

La guida è finalizzata a fornirti le conoscenze indispensabili per conquistare clienti esteri, partner stranieri e migliorare il tuo approccio interculturale al di là delle barriere linguistiche.

Infatti questa guida è rivolta non solo ai professionisti delle lingue straniere, ma anche agli imprenditori con poche conoscenze linguistiche.

E sai perché?
Perché ne La tua Guida Pratica alla Comunicazione Interculturale troverai suggerimenti e indicazioni pratiche per utilizzare al meglio il linguaggio del corpo e scoprire cosa comunichi in modo inconsapevole, nonché conoscere il diverso significato culturale di gesti, postura, sguardo e tanto altro, evitando brutte figure e facendo un’ottima impressione sul tuo interlocutore straniero.

Il passo successivo? Conquistarlo nella trattativa commerciale mostrando di conoscere:

  • il modo più opportuno per gestire i tempi di lavoro (perché anche il tempo è un fattore influenzato dalla cultura);
  • gli stili comunicativi (il ruolo del silenzio, le domande chiuse, le interruzioni nella conversazione…).

E poi potrai apprendere le regole fondamentali da rispettare a tavola durante un pranzo o una cena di lavoro con il potenziale cliente estero, perché le buone norme cambiano a seconda delle culture.

La tua Guida Pratica alla Comunicazione Interculturale è un valido strumento se ad esempio partecipi a fiere di settore, come Cosmoprof o l’imminente Expo2015.
Ti invito quindi ad approfittarne, dato che puoi acquistarla a tariffa ridotta fino al 30 aprile!
Oppure puoi utilizzare la guida per ragioni personali, come bagaglio di conoscenze da mettere in pratica quando viaggi all’estero anche per motivi che esulano dal lavoro.

Per saperne di più, scoprire se la guida fa per te e leggere un’anteprima, ti invito a consultare l’apposita pagina qui sul sito!

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze.
Paul Valéry

Come tradurre il silenzio

 

Se non conosci la sua lingua, non comprenderai mai il silenzio dello straniero.

Stanislaw Jerzy Lec

Probabilmente ciò è vero anche per la cultura. Non è detto che bisogna conoscere la lingua dello straniero per comprendere il suo silenzio, ma forse è preferibile avere qualche nozione di comunicazione interculturale per evitare malintesi, soprattutto se state negoziando con un potenziale cliente estero.
Per concludere la trattativa a vostro favore e non fraintendere l’interlocutore, è infatti opportuno curare la comunicazione paraverbale, cioè il modo in cui qualcosa viene detto. Questo aspetto include anche il silenzio.

Ti è mai capitato di sentirti a disagio di fronte al silenzio dell’altro?

Le differenze culturali si rivelano anche nel significato del silenzio, che assume un valore diverso a seconda delle circostanze, del contesto, della cultura di appartenenza di due o più interlocutori.

Rispetto

Le culture asiatiche, in particolare quella giapponese, attribuiscono un ruolo importante al silenzio: si tratta di una forma di rispetto nei confronti dell’interlocutore, la manifestazione di un ascolto attento alle parole dell’altro. Esattamente l’opposto di quanto saremmo portati a pensare.

Un italiano, un americano, un francese, un inglese penserebbero invece il contrario. Ad esempio, uno di loro conclude un intervento, un discorso, o pone una domanda; si aspetta quindi una risposta o una reazione immediata da parte dell’altro. Il giapponese (o l’interlocutore asiatico) rimane in silenzio per qualche istante prima di prendere la parola. Allora l’altro pensa che c’è qualcosa che non va, magari non è stato capito, il messaggio non è giunto in modo efficace: avverte questa pausa come un momento di imbarazzo e magari interviene nuovamente per chiedere spiegazioni.
In questo modo il silenzio dell’altro non è stato rispettato, perché la sua pausa era voluta, era un momento di riflessione atto a dimostrare l’interesse suscitato dall’intervento, tale da meritare qualche istante di silenzio prima di prendere la parola. Ed è qui che la comunicazione fallisce.

In questi casi il silenzio è quindi una parte fondamentale del discorso. Pertanto occorre inserire un maggior numero di pause per rendere la nostra comunicazione efficace.

Imbarazzo

L’italiano, lo spagnolo, le culture mediterranee e, in genere, quelle occidentali, tendono a evitare il silenzio, ritenendolo una fonte di disagio, un aspetto da evitare nella comunicazione. Per questo si tende a riempire il “vuoto” con interventi o commenti banali, si preferisce parlare di nulla pur di eludere l’imbarazzo suscitato dal silenzio.

Quante volte hai parlato del meteo pur di riempire una pausa nella conversazione?
Oppure pensa all’irritazione che spesso provi di fronte a lunghi momenti di silenzio in un film, mentre una battuta o un dialogo anche privi di contenuti interessanti ti sembrano più naturali.

Per tali ragioni, l’italiano o le persone appartenenti alle culture citate qualche rigo più sopra appaiono come molto loquaci, intenti a chiacchierare in continuazione.

Occorre quindi ricordare il valore culturale del silenzio.

Ma il consiglio più utile è questo: rispettare sempre la cultura dell’altro, mostrare curiosità verso le differenze ed essere umili. La nostra cultura è solo una prospettiva possibile tra le tante e non si finisce mai di imparare. Anche dal silenzio.