Hai paura? È il momento giusto di saltare!

Il momento di saltare è sempre e solo uno: quando abbiamo una gran paura.
Che si tratti di una scelta della vita privata o di una decisione che riguarda la professione, la paura è il mezzo per catalizzare la motivazione.

Potrebbe sembrare un paradosso, visto che quando abbiamo paura ci ritroviamo in uno stato di immobilità che ci induce a rimanere dove siamo, a non muovere un passo oltre, come se fossimo sull’orlo di un precipizio. E allora come si fa ad andare avanti, se restiamo fermi?

a most violent yearDi recente ho visto 1981: Indagine a New York (A Most Violent Year), il film di J.C. Chandor con due strepitose interpretazioni di Oscar Isaac e Jessica Chastain.

Tra le varie cose che ho apprezzato del film, c’erano diversi spunti e strategie imprenditoriali che possono essere di ispirazione. Perché in un contesto dominato dalla corruzione e disseminato di vie facili da seguire solo a patto di compromettere l’onestà, ho intravisto uno spiraglio: il modo giusto per affrontare le cose è agire con integrità e correttezza. Sta a noi valutare, decidere e agire di conseguenza. Anche perché alla fine di tutto finisci per imbatterti nella tua coscienza.

Così il salto nel vuoto è un rischio, un po’ come quella volta in cui hai imparato a tuffarti da uno scoglio molto alto. Ricordi il modo in cui tremavi all’idea di affrontare quella profondità che ti sembrava un abisso? Avevi paura dell’ignoto e quello era il momento giusto di saltare.

La paura non deve paralizzarti, devi cercare di razionalizzare ciò che stai provando e buttarti. Solo così non rimarrai al punto in cui ti trovi, ma potrai proseguire oltre trovando il giusto equilibrio fra prudenza, coraggio e un po’ di avventatezza.

“When it feels scary to jump, that is exactly when you jump. Otherwise you end up staying in the same place your whole life.”
A Most Violent Year

Cos’è la localizzazione? Te lo spiega Romeo Er Mejo der Colosseo

La localizzazione può essere un concetto complesso per i non addetti ai lavori. Allora cerco di darti una spiegazione chiara e semplice in proposito grazie a un personaggio che sicuramente conosci.

Parlo di Romeo, “Er Mejo der Colosseo”!
Romeo, l’irresistibile gatto randagio de Gli Aristogatti, è uno dei migliori esempi di localizzazione.

Nella versione italiana del classico Disney, il gatto si chiama Romeo, è italiano e la sua verve accattivante deriva soprattutto dal fatto che è romano. Con la sua parlata romanesca, Romeo ha conquistato tutti noi, ci ha fatto ridere da bambini e diverte ancora oggi.

Ma nella versione originale de Gli Aristogatti il fulvo gatto randagio si chiama Thomas O’Malley ed è un gatto irlandese.

Romeo è un esempio perfetto del processo di localizzazione, cioè un vero e proprio adattamento di un prodotto o servizio a una cultura o nazione diversa dall’originale.
Il target di riferimento nel nostro caso è rappresentato dai bambini italiani che guardano i film Disney. Mantenere il nome originale del gatto e la sua nazionalità irlandese non avrebbe fatto emergere la diversa estrazione sociale dei gatti protagonisti: da un lato Duchessa e i suoi micetti, gatti istruiti di una ricca signora, dall’altro il gatto randagio ed emigrato, fiero della sua vita di strada.

Così con l’adattamento e il doppiaggio italiano è stato fatto un ottimo lavoro. Mentre l’accento irlandese di Thomas contrasta con il leggero accento francese della sofisticata Duchessa, nella versione italiana questa differenza è sottolineata dall’italiano perfetto di Duchessa e dal dialetto romanesco di Romeo.

Quindi il bambino italiano riesce facilmente a capire ciò che differenzia i gatti proprio grazie alla localizzazione.

Tutto cambia già a partire dalla canzone che ci introduce Romeo “Er Mejo der Colosseo”, che in inglese diventa “Thomas O’Malley, The Alley Cat”.
Guardala qui sotto. Scoprirai anche l’intero nome del gatto (Abraham de Lacy Giuseppe Casey Thomas O’Malley). ↓

Festival di Cannes: la svolta anglofona dei registi stranieri

Il Festival di Cannes 2015 ha inizio!

La sessantottesima edizione del festival è decisamente globalizzata, come rivela una curiosa tendenza: molti registi stranieri (anche gli italiani) hanno scelto di girare i loro film in lingua inglese. Su 20 film in concorso, solo tre sono diretti da registi madrelingua inglese: due americani e un australiano.

Eppure i padroni di casa sono in netto vantaggio, visto che la Francia schiera cinque film in gara. E poi c’è il trio italiano formato da Nanni Moretti, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Ma due di loro e ben altri registi stranieri presentano pellicole girate in tutto o in parte in inglese.

Perché questa svolta anglofona al Festival di Cannes?

Nel corso degli anni il festival si è distinto per il modo in cui valorizza il cinema straniero, quello che parla lingue diverse. Ma Cannes 2015 presenta già sulla carta una vera e propria predilezione per l’inglese, con film anglofoni diretti da registi di varie nazionalità, come il curioso The Lobster del greco Yorgos Lanthimos, ambientato in un prossimo futuro in cui chi non trova un partner finisce per trasformarsi in un animale.

Queste pellicole anglofone dirette da registi stranieri sono accomunate da un ricco cast internazionale. Ad esempio, Youth – La giovinezza di Paolo Sorrentino ha per protagonisti due grandi attori, Michael Caine e Harvey Keitel. Discorso analogo per Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone e i suoi interpreti principali: Salma Hayek, Vincent Cassel, John C. Reilly e Toby Jones.

Il film di Garrone è basato su “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, una raccolta di fiabe scritte in dialetto napoletano. Come afferma il regista, anche noi italiani abbiamo scoperto il testo in una versione non originale, cioè nella sua traduzione italiana, perché il dialetto napoletano del diciassettesimo secolo non è alla portata di tutti. E girare Il Racconto dei Racconti in inglese permette a un pubblico ben più vasto di conoscere l’opera.

Il pubblico dei film stranieri è purtroppo in declino, quindi optare per l’inglese e mirare a raggiungere un maggior numero di spettatori nel mondo è una scelta legittima. E il Festival di Cannes è la migliore vetrina di lancio che si possa desiderare.

Gli Oscar 2015 celebrano le differenze culturali

Gli Oscar 2015 si sono conclusi e, fra i meritati vincitori, spiccano i momenti che celebrano le differenze culturali che arricchiscono il cinema e la vita.

Sono rimasta piacevolmente colpita dall’apporto multiculturale di questa edizione degli Oscar. Al di là dell’esito e dei meriti dei vincitori (che condivido quasi in toto), la notte più importante del cinema ha rivelato l’importante contributo delle differenze culturali nel panorama cinematografico.

La multiculturalità del cinema agli Oscar 2015 è indubbiamente evidente nelle varie nazionalità dei vincitori, dall’italiana Milena Canonero (Migliori Costumi) al francese Alexandre Desplat (Migliore Colonna Sonora), fino al trionfo del Messico con lo straordinario Birdman che ha conquistato 4 Oscar conferiti a talenti messicani per la Migliore Fotografia (del grande Emmanuel Lubezki), la Migliore Sceneggiatura Originale, la Miglior Regia e il Miglior Film.

Molti non hanno apprezzato la battuta di Sean Penn quando ha aperto la busta per annunciare il vincitore del Miglior Film. Prima di rivelare il titolo, l’attore ha detto: “Chi ha dato la Green Card a questo figlio di p*****a?” riferendosi al regista messicano Alejandro G. Iñárritu. Certo, Penn aveva un’aria seriosa, ma il suo riferimento era ironico e rivolto a un grande amico.

E così la Migliore Regia va a un regista messicano per due anni consecutivi, dopo che Alfonso Cuarón ha vinto l’Oscar per Gravity lo scorso anno. Ma è stato particolarmente bello il modo in cui Iñárritu ha chiuso il suo discorso finale, dedicando l’Oscar ai messicani che meritano di essere trattati con dignità e rispetto come chi ha costruito “questa incredibile nazione di immigrati”.

Il momento più alto della serata è stato però un altro: il discorso di accettazione di John Legend e Common che hanno vinto l’Oscar per la Migliore Canzone Originale (“Glory” del film Selma). Come hanno ricordato, la lotta per la giustizia e la libertà è più attuale che mai, considerando il crescente clima di violente discriminazioni nei confronti dei neri negli Stati Uniti.

Anche nella notte che celebra la settima arte è giusto ricordare la battaglia per i diritti civili contro le discriminazioni nel mondo per motivi di “razza, genere, religione, orientamento sessuale e ceto sociale”. Perché il cinema deve riflettere la realtà.

E come ha concluso John Legend: “We are with you, we see you, we love you and march on”.

Boyhood, una riflessione

L’altra notte ho visto i Golden Globe e sono lieta che Boyhood abbia vinto tre premi importanti e meritati (Miglior Film Drammatico, Miglior Regista e Migliore Attrice Non Protagonista), visto che è uno dei film del 2014 che più ho amato.

Il film suscita interesse già prima di vederlo. Boyhood è la storia di Mason, che vediamo crescere letteralmente nelle quasi tre ore di durata perché il film copre un lasso di tempo di 12 anni ed è stato girato nel corso di 12 anni.
Al di là di queste caratteristiche che lo rendono unico nel suo genere, Boyhood è un bellissimo film, un autentico spaccato di vita.

Ricordo che quando l’ho visto sono rimasta a dir poco colpita da un’affermazione di Mason, ormai adolescente, sulla realtà che ci circonda:

È come quando si resero conto che sarebbe stato troppo costoso creare un mondo di cyborg e di robot perché i costi erano impossibili. E così hanno lasciato che gli umani si trasformassero in robot. È questo che sta succedendo adesso. Ci sono miliardi di noi che se ne vanno in giro a non fare un accidente di niente. Noi non costiamo, anzi, siamo abbastanza bravi ad auto-mantenerci e a riprodurci in continuazione. E all’occorrenza siamo già biologicamente programmati per un piccolo upgrade a cyborg. Sul serio, ho letto questa cosa l’altro giorno su come quando senti l’avviso che ti è arrivata una mail e ti viene una scarica di dopamina lungo tutto il corpo. È come se venissimo premiati chimicamente per esserci fatti fare il lavaggio del cervello. È gravissimo questo. Siamo fregati.
(Boyhood)

Che te ne pare?

Per quanto mi riguarda, ho visto tanta verità in queste parole. Pensa alle decine di notifiche che ti arrivano ogni giorno: non solo sui social network come Facebook e Twitter, ma anche applicazioni come WhatsApp. E mentre passi il tempo a leggere e rispondere, la vita ti scorre davanti senza che te ne accorgi.

Per non parlare delle email, proprio come dice Mason in Boyhood. Quando l’email è il mezzo principale che usi per lavoro e i tempi di risposta sono importantissimi – come nel mio caso – tendi a controllare la casella di posta in continuazione.

Arriva una nuova mail? Magari è una richiesta importante, un nuovo progetto, una proposta da non perdere. E invece si tratta della solita newsletter che poi non apri neppure.

Anche tu hai questa esigenza di controllare compulsivamente le email? Cosa suggerisci per limitare questa pratica?

Due giorni, una notte e la dignità del lavoro

Due giorni, una notte: ho visto l’ultimo film dei fratelli Dardenne ed è stato come ricevere un pugno allo stomaco.

Due giorni, una notte è uno di quei film in cui il confine tra finzione cinematografica e amara realtà non si avverte. Ciò che vedi sullo schermo è la vita di una donna che potrebbe essere quella di ognuno di noi, alle prese con la precarietà lavorativa.

Di cosa parla il film?
Sandra (Marion Cotillard) è un’operaia che ha sofferto di depressione e sta per perdere il lavoro in una piccola azienda di pannelli solari. I suoi colleghi devono infatti scegliere tra un bonus di mille euro e la riassunzione di Sandra. La donna ha soltanto un fine settimana per convincerli a votare per il suo reinserimento in fabbrica, lottando contro l’esclusione.

Non c’è retorica in Due giorni, una notte. C’è la tragedia individuale, la disperazione del lavoratore che deve sostenere una battaglia per la propria dignità. Sandra è un’operaia, ma potrebbe essere una dipendente qualunque o una freelance. Perché spesso non c’è differenza tra la lotta per la sopravvivenza sul lavoro di un impiegato o di un lavoratore autonomo.

Questo film ti induce a riflettere perché non puoi fare a meno di immedesimarti in Sandra, ma anche nei suoi colleghi. Se fossi al loro posto, rinunceresti a mille euro quando hai spese da sostenere, una vita da costruire, una famiglia da mantenere o qualsiasi altra esigenza? Mille euro fanno comodo, ma optare per il bonus ti costringe a distruggere la vita di una persona che sta tentando di ricominciare, una persona che lotta contro la solitudine e lo fa per se stessa e per la famiglia.

La dolente malinconia negli occhi di Sandra si riflette nei volti dei suoi colleghi. Lei non li giudica, perché sa che scegliere il bonus non è sintomo di puro egoismo. E si sente in colpa, ma non vuole ricevere compassione. La sua è la lotta per la dignità del lavoro.

Potresti essere tu quando ti sembra di chiedere l’elemosina per il pagamento di una fattura da parte del tuo cliente, oppure quando temi di andare in esubero se per il sistema diventi una persona superflua. Tu, essere umano, spogliato dei tuoi diritti, non tutelato e trasformato in numero.

Due giorni, una notte ti sbatte in faccia il fallimento di una società. La nostra. Perché i numeri contano più delle persone e la solidarietà diventa quasi un lusso in un mondo costellato da solitudini disperate alle prese con i propri drammi.

Ma la lotta è necessaria. Due giorni, una notte mette in scena l’alienazione di una società alla deriva, eppure la soluzione allo sconforto è mostrare umanità.
Il motivo?
Alle becere logiche monetarie sopravvive una consapevolezza: se scelgo la distruzione del prossimo, sono un mostro, non un uomo. E difendere la dignità umana non è mai una debolezza.

Localizzazione e cinema: il caso dei remake

 

Che cos’è la localizzazione? Cosa c’è in comune tra la localizzazione e il cinema?

Chi non ha una particolare familiarità con l’industria della traduzione non sa in cosa consiste la localizzazione.

Localizzare significa adattare un testo, un prodotto o un sito web alle esigenze di un’altra cultura. Il prodotto localizzato è quindi destinato alla cultura di arrivo attraverso un processo di adattamento delle differenze culturali.

Un film può essere localizzato?
Sì. È il caso dei remake, quegli adattamenti cinematografici che differiscono per la nazionalità tra il film originale e il suo rifacimento. Il film originale può essere ad esempio danese (Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier) e poi adattato a un pubblico americano (Brothers di Jim Sheridan con Natalie Portman, Tobey Maguire e Jake Gyllenhaal).

Il fenomeno della localizzazione riguarda anche il cinema. Molti remake non sono semplicemente rifacimenti di film datati – classici e non – per attualizzare una storia a un pubblico diverso, come nel caso di Sabrina di Billy Wilder (1954) e il suo remake del 1995 diretto da Sydney Pollack; oppure Jane Eyre di Franco Zeffirelli (1996) e la sua versione più recente del 2011.

Spesso i remake consistono nell’adattamento di un film a una cultura specifica. Cambia il target e allora si adatta il prodotto cinematografico al pubblico di una cultura diversa, rendendolo accessibile a un maggior numero di spettatori che differiscono per gusti, usi, preferenze, conoscenza della settima arte rispetto al pubblico di riferimento del film originale.

Tra i casi più noti c’è The Departed di Martin Scorsese. Vincitore di quattro premi Oscar, la pellicola di Scorsese è tra le più acclamate degli ultimi anni. Ma non tutti sanno che questo film del 2006 è in realtà il remake di Infernal Affairs, film asiatico del 2002 con Andy Lau e Tony Leung. Anche se il film di Hong Kong ha riscosso un grandioso successo di critica, il suo potenziale di esportazione era limitato a un pubblico cinefilo.
Così Hollywood ha optato per una tendenza molto diffusa nel cinema americano: il remake di film di diversa nazionalità. E The Departed esercitava il suo appeal sul grande pubblico già a partire dall’illustre regista e dai nomi altisonanti del cast – Leonardo DiCaprio, Matt Damon e Jack Nicholson – fino al successo culminato agli Academy Awards.

per-un-pugno-di-dollariUn altro esempio prestigioso di remake in questo senso è un classico del cinema, Per un pugno di dollari (1964). Il film di Sergio Leone è infatti l’adattamento in salsa spaghetti western di Yojimbo di Akira Kurosawa (1961) che, benché sia stata una pellicola di grande influenza per la settima arte, ha valicato i confini del Giappone e consolidato il suo prestigio grazie al remake diretto da Leone. E sappiamo tutti quanto Per un pugno di dollari sia stato fondamentale nella consacrazione della leggenda di Clint Eastwood.

Non mancano tuttavia esempi di remake americani di dubbia necessità, come The Next Three Days (2010) di Paul Haggis con Russell Crowe ed Elizabeth Banks, tratto dal thriller francese Pour Elle, debutto alla regia di Fred Cavayé con Vincent Lindon e Diane Kruger.
Spesso Hollywood non resiste alla tentazione di adattare film ben riusciti in prodotti che puntano a un ampio target, sacrificando spesso la qualità e adottando una strategia di globalizzazione. Un esempio fra i tanti: Anthony Zimmer con Yvan Attal e Sophie Marceau proposto in un remake che mirava al successo di massa grazie ai nomi di Johnny Depp e Angelina Jolie (il mediocre The Tourist).

La localizzazione al cinema offre risultati eterogenei, che spaziano da remake decisamente non necessari a pellicole di assoluto pregio che contribuiscono ad alimentare la qualità della settima arte.

C’è un altro remake che merita di essere menzionato in questa categoria? Quali altri film aggiungeresti a questi esempi?

Londra e il teatro, una combinazione memorabile

 

Londra, settembre 2014. Pochi giorni nella capitale londinese vissuti intensamente in compagnia di persone straordinarie.

Londra è una delle città più belle del mondo e su questo non si discute. Ma oltre alle tappe immancabili percorse dai turisti, la capitale inglese può essere vissuta in modo personalizzato, riservando gradite sorprese e regalando emozioni indimenticabili.

Per noi è stato così. In compagnia di tre amiche, abbiamo programmato un tour per visitare i luoghi in cui sono ambientate alcune delle nostre comuni passioni, tra cui Sherlock. E fra Baker Street e i luoghi delle riprese della serie della BBC (inclusa la scena cult all’esterno del St Bartholomew’s Hospital), ogni momento è stato semplicemente entusiasmante.

richardIII

Richard III con Martin Freeman

Giunte a Trafalgar Square ricordiamo all’improvviso che, a pochi passi dalla piazza, c’è Richard III a teatro con Martin Freeman. E tentiamo la sorte, per via dei pochissimi posti disponibili, riuscendo a comprare i biglietti per lo spettacolo della sera.

Lo spettacolo è stato fenomenale, con un’impostazione scenografica, sonora e artistica decisamente inedite. Conoscendo Martin Freeman soprattutto nelle vesti di John Watson e Bilbo Baggins, vederlo nei panni di Riccardo III – ambizioso, manipolatore, solo, crudele e impaziente – è stata una rivelazione, un tripudio di talento. Così come il resto dello straordinario cast.

In pochi minuti ci siamo rese conto che il teatro londinese è un’esperienza da vivere. E due sere dopo ci aspettava lo spettacolo tanto atteso, The Crucible (Il Crogiuolo) di Arthur Miller all’Old Vic.

richard-armitage

The Crucible con Richard Armitage

The Crucible è un assoluto capolavoro, l’essenza della potenza del teatro. L’opera di Miller è già un testo strepitoso a prescindere, ma la regia, le suggestioni musicali, la luce, la scenografia e gli attori in scena hanno creato una combinazione tale da indurmi a considerare quelle tre ore e mezza di spettacolo una delle esperienze totalizzanti della vita.

Richard Armitage sul palco rivela un talento portentoso che supera persino l’intensità e il carisma che sprigiona sul grande e sul piccolo schermo. E tutti gli attori del cast, dalla ragazzina più giovane all’attore più anziano, hanno regalato delle performance straordinarie.

the-crucible-old-vicAlla fine dello spettacolo, dopo aver pianto tutte le lacrime, abbiamo chiacchierato con Jack Ellis, il quale ci ha rivelato che esiste una possibilità di vedere The Crucible in Italia.

Infatti il 13 settembre è stato l’ultimo giorno di rappresentazione all’Old Vic e il successo dell’opera a Londra è stato tale che probabilmente realizzeranno un tour mondiale. Al momento stanno esaminando le città da prendere in considerazione per il tour. Roma è una di queste. Affinché ciò avvenga, dobbiamo diffondere la voce e creare una certa attesa.

Te lo assicuro. Vedere The Crucible a Roma sarebbe un’esperienza memorabile.

Confido in questa possibilità e nel frattempo continuo a sognare e a custodire nel cuore le emozioni che mi ha regalato il teatro inglese.

Resta una certezza inconfutabile per i prossimi viaggi a Londra: una tappa in teatro sarà immancabile.

3 cose che puoi imparare da Mozart

Non è come pensi. Non vorrei esortarti a diventare un genio della musica come Mozart, ma suggerirti qualche consiglio per imparare qualcosa di utile per la tua vita.

Wolfgang Amadeus Mozart è un’ispirazione non solo per gli appassionati di musica classica. Nella figura di Mozart puoi trovare aspetti stimolanti come il suo estro creativo, la ricerca di un’occupazione adatta alle sue aspettative e la vocazione artistica inestinguibile.

Era senza dubbio un genio, ma non voglio farti la lezioncina sulle sue composizioni straordinarie, su come compose la sua prima opera all’età di cinque anni. Ti invito solo a prendere spunto da questi consigli per alimentare la tua motivazione.

Trai beneficio dalle pressioni dei tuoi genitori

Dotato di un talento precoce, Mozart ricevette un’intensa educazione musicale da parte del padre Leopold, che era compositore e insegnante di musica. Il bambino era talmente brillante da essere considerato un enfant prodige e fece una tournée musicale in Europa insieme ai genitori e alla sorella maggiore Nannerl, anche lei musicista (ma meno dotata del fratello prodigioso). Sollecitato dal padre, che nutriva grandi aspettative sul suo talento fuori dal comune, Mozart divenne un artista fenomenale: componeva, suonava il piano, il violino, il clavicembalo e l’organo, finché trovò servizio come musicista di corte a Salisburgo.

Siamo tutti bersaglio delle aspettative dei nostri genitori. Allora cerca di trarre vantaggio dalle loro pressioni nei tuoi confronti non solo per essere degno di loro e poter dare soddisfazioni, ma soprattutto per te stesso.
Hai un talento particolare, competenze che i tuoi genitori hanno voluto alimentare per il tuo futuro professionale? Allora mettile in pratica invece di lamentare un sentimento di oppressione. Utilizza le competenze acquisite nel tuo lavoro.

Sviluppa la tua memoria

Durante un soggiorno musicale a Roma nel 1770, ad appena quattordici anni Mozart riuscì a trascrivere interamente un’opera musicale dopo averla ascoltata soltanto due volte nella Cappella Sistina.
Nel capolavoro Amadeus di Milos Forman, la straordinaria capacità mnemonica di Mozart è mostrata nella scena in cui umilia Salieri suonando dopo un solo ascolto la marcetta di benvenuto da lui composta e riadattandola in un motivetto decisamente più brillante ed estroso che ricorda un’aria de Le Nozze di Figaro.

Perché non impari a potenziare la tua memoria?
Non ti sto invitando a sviluppare un orecchio musicale, ma a rafforzare le tue capacità mnemoniche. Sforzati di ricordare, di archiviare mentalmente le informazioni, invece di affidarle sistematicamente al cellulare o alle ricerche su internet. Certo, spesso è meglio appuntare e prendere nota, ma qualche esercizio di memorizzazione non guasta.
Ti ricordi quando a scuola ti facevano imparare le poesie a memoria? Era un piccolo allenamento mentale, ma puoi trovare altri modi per tenere la memoria in costante esercizio.

Dai una svolta alla tua professione

Mozart non sopportava le oppressioni dell’ambiente di corte di Salisburgo, così abbandonò il suo lavoro subordinato e si trasferì a Vienna, dove cercò impiego come libero artista. Nell’ambiente musicale tedesco Mozart fu il primo a lavorare come libero professionista.
A Vienna Mozart divenne il grande compositore che tutti conosciamo, componendo opere immortali, creazioni musicali su commissione, dando concerti come pianista e lavorando come direttore d’orchestra e compositore di corte. Guadagnò l’immortalità nel panorama musicale non solo grazie al suo talento creativo, ma anche attraverso le sue coraggiose scelte professionali.

Tenacia è la parola d’ordine. Non smarrire la tua determinazione sul lavoro, accogli il cambiamento, affina le tue competenze. Che tu sia dipendente o lavoratore autonomo, inoccupato o imprenditore, dimostra il tuo spirito d’iniziativa, cerca, sperimenta, sbaglia, migliora.

Non sono incosciente, sono soltanto pronto a tutto, e perciò posso tutto attendere e sopportare con pazienza, purché non ne soffrano il mio onore e il mio buon nome.
Wolfgang Amadeus Mozart

a-proposito-di-lippolis

A proposito di Lippolis

Un titolo forse familiare perché evoca lo splendido film dei fratelli Coen intitolato A proposito di Davis. In realtà vorrei semplicemente inaugurare questo blog con una riflessione sui progetti per il futuro.

– Tu ci pensi mai al futuro in generale?
– Al futuro? Intendi le macchine volanti, gli alberghi sulla luna?
(A proposito di Davis)

Anche se ho chiuso da un pezzo il capitolo universitario e maturato un po’ di esperienza come traduttrice, l’avvenire professionale è un modello costante fatto di progetti da realizzare, obiettivi da raggiungere, lavoro e formazione continua.

La mia particolare posizione include anche la lotta atta a migliorare la percezione del traduttore, figura professionale che, ahimè, è molto sottovalutata, incompresa, fraintesa. E non solo quando esci dal mondo dorato dell’università.

In quel periodo le domande sul futuro diventano il principale interesse di chi ti circonda: familiari, amici, parenti, semplici conoscenti. Ci si aspetta che tu fornisca risposte rassicuranti, in linea con le generiche aspettative professionali.

Poi ecco il momento della verità: Traduttrice freelance.
Seguono sguardi trasognati, confusi, scettici, dubbiosi. Una delle reazioni verbali più diffuse a questa risposta è un’altra domanda: cioè?
Nel tentativo di placare l’esasperazione, ricordo che anche durante gli studi universitari mi veniva chiesto cosa fosse questa “mediazione linguistica”…

Ma oltre a ignorare l’esistenza del traduttore freelance, nel corso del tempo si sono susseguite risposte disparate e sconfortanti:

– Ah, quindi sai le lingue!
– Che bello, la traduttrice a Firenze!
– Dai, poi anche tu troverai un vero lavoro.

Solo per citarne alcune.

Un vero lavoro: questa espressione è ormai un’etichetta mentale difficile da rimuovere. Sono certa che in futuro meriterà un post tutto suo.

Nel frattempo ti accorgi che l’unico modo per far comprendere chiaramente al “profano” la tua professione è semplificare la terminologia specifica.

Però ritengo che ci sia una sostanziale differenza tra queste quattro espressioni:

  1. Faccio traduzioni.
  2. Traduco.
  3. Faccio la traduttrice.
  4. Sono traduttrice.

Ecco, preferisco l’ultima. Così come un individuo è avvocato, giornalista, imprenditore, consulente, dentista, eccetera eccetera, così io sono traduttrice.

A dire la verità, è la professione più bella del mondo. Ma questa è un’altra storia.