Elogio della follia… del freelance

Caro freelance, che ne diresti di fare i conti con la tua follia?

Non c’è niente di offensivo in queste parole, ma prendo in prestito l’espressione di Erasmo da Rotterdam per applicarla a te.

Perché definire folle un freelance?
Per tanti motivi. La nostra follia è ammirevole, sia chiaro. Lo stesso Steve Jobs ci invitava a essere folli, ad abbracciare quella scintilla di creatività, di apertura mentale, di curiosità verso il mondo, di spirito di iniziativa destinato a concretizzare un’idea. Proprio ciò che dovrebbe stare alla base della vita da freelance, cioè un piano concreto, un progetto professionale, obiettivi chiari e spirito imprenditoriale: e poi via, il mondo del lavoro ci aspetta!

Aziende, istituzioni, enti, agenzie, organizzazioni e privati hanno bisogno delle nostre competenze. Siamo una categoria professionale in aumento in tutto il mondo. Pensa che soltanto negli Stati Uniti i lavoratori freelance sono circa 42 milioni.

E in Italia?

Programmatori, consulenti, traduttori, web designer, web writer… siamo in tanti, siamo il lavoro del futuro visto che il posto fisso sta scomparendo, eppure nel nostro Paese veniamo considerati quasi dei matti per la nostra iniziativa imprenditoriale.

Perché aprire la Partita IVA se la maggior parte di quanto guadagni andrà via in imposte e contributi? Perché cerchi di trasformare la tua passione in un lavoro in un Paese dove “lavoro” è sinonimo di noia e peso inevitabile da portare sulle spalle per vivere (anzi, sopravvivere)?

Non basta essere considerati lavoratori di serie B da familiari/parenti/amici che non capiscono cosa significhi essere freelance e ti vedono smanettare al computer senza capire che lavoro fai.
E che parlano di te a terzi senza definire chiaramente la tua professione, perché l’unica frase che sanno concepire somiglia a “lavora al computer” o “lavora a casa”.

E tu, freelance esausto di dover spiegare sempre le stesse cose, di far capire che il tuo è un lavoro anche se non affitti il cervello in un ufficio per otto ore al giorno, ma lavori da casa, ti senti abbattuto e frustrato.

La nostra è una categoria di lavoratori non riconosciuta dalle istituzioni, non tutelata e oppressa da aumenti contributivi e fiscali, eppure siamo freelance.

Dobbiamo cercare clienti ogni giorno, lavorare il più possibile per guadagnare, promuovere la nostra attività, sollecitare il saldo delle fatture, fare i conti con i pregiudizi sul nostro lavoro freelance. Ma non dobbiamo lasciarci abbattere da chi ci chiede quando troveremo “un vero lavoro”.

Quindi la tua follia è quella passione alla base di ciò che fai, la tua determinazione a raggiungere gli obiettivi, il coraggio di pensare fuori dagli schemi ed essere anticonformista nella vita e sul lavoro. Perché essere freelance è uno stile di vita.

E l’elogio della follia del freelance è proprio questo: un incoraggiamento, malgrado tutto, ad andare avanti.

Perché celebrare la Giornata Mondiale della Traduzione

Le origini della festa

Il 30 settembre si celebra la festa di San Girolamo (o Gerolamo), santo protettore dei traduttori. San Girolamo, morto il 30 settembre 420, fu infatti un ottimo traduttore. A lui si deve la Vulgata, la prima traduzione completa in latino della Bibbia a partire dal testo in greco ed ebraico.

Rifacendosi agli insegnamenti di Cicerone e Orazio, San Girolamo adottò un approccio decisamente moderno nei confronti della traduzione:

Non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso.

Questo è l’approccio che denota la professionalità del traduttore. La traduzione non è la semplice sostituzione di parole, ma consiste nel trasferire il significato, le sfumature linguistiche e culturali del messaggio originale. La traduzione è l’esatto trasferimento del testo da una lingua all’altra, che richiede una sensibilità del tutto umana.

La traduzione e la vita

Traduco, ergo sumusCome Cartesio e il suo “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque sono) e la rielaborazione filosofica di Camus con la massima “Je me révolte, donc nous sommes” (Mi rivolto, dunque siamo), propongo questo motto:

Traduco, ergo sumus.
Traduco, dunque siamo.

Senza il traduttore professionista, il mondo della comunicazione non esisterebbe. E il motivo è molto semplice.

Il lavoro del traduttore contribuisce all’esistenza di ognuno di noi. È un’impresa che, anche se svolta in relativa solitudine, influisce sul mondo intero.
Senza il traduttore professionista non conosceresti il cinema internazionale, non vedresti film, serie televisive, documentari provenienti da tutto il mondo; non leggeresti il 90% di libri, articoli, giornali, riviste; non compreresti prodotti provenienti da aziende estere; non avresti accesso a innumerevoli servizi; non potresti internazionalizzare la tua azienda; non saresti in grado di far funzionare un dispositivo o un macchinario senza le istruzioni d’uso.

La traduzione è implicata in ogni momento della nostra quotidianità. Possiamo accedere con facilità a notizie, interviste, dibattiti culturali, programmi, letture, pubblicità, acquisti, che sarebbero invece inaccessibili senza la mediazione linguistica e culturale.

Quindi esistiamo anche grazie ai traduttori, figure professionali che spesso rimangono dietro le quinte, ma che di fatto rendono possibile la vita di tutti.

Senza un traduttore non avresti mai letto il tuo libro preferito, né visto il tuo film irrinunciabile né potresti utilizzare il prodotto di cui non puoi fare a meno.

Perché celebrare la Giornata Mondiale della Traduzione?
Perché è giusto, almeno un giorno all’anno, ricordare l’importanza della traduzione nella nostra vita, esserne consapevoli e ringraziare quei professionisti che rendono tale la nostra esistenza con il loro lavoro.

Traduco, ergo sumus.

a-proposito-di-lippolis

A proposito di Lippolis

Un titolo forse familiare perché evoca lo splendido film dei fratelli Coen intitolato A proposito di Davis. In realtà vorrei semplicemente inaugurare questo blog con una riflessione sui progetti per il futuro.

– Tu ci pensi mai al futuro in generale?
– Al futuro? Intendi le macchine volanti, gli alberghi sulla luna?
(A proposito di Davis)

Anche se ho chiuso da un pezzo il capitolo universitario e maturato un po’ di esperienza come traduttrice, l’avvenire professionale è un modello costante fatto di progetti da realizzare, obiettivi da raggiungere, lavoro e formazione continua.

La mia particolare posizione include anche la lotta continua atta a migliorare la percezione del traduttore, figura professionale che, ahimè, è molto sottovalutata, incompresa, fraintesa. E non solo quando esci dal mondo dorato dell’università.
In quel periodo le domande sul tuo futuro diventano il principale interesse di chi ti circonda: familiari, amici, parenti, semplici conoscenti. Ci si aspetta che tu fornisca risposte rassicuranti, in linea con le generiche aspettative professionali.

Poi ecco il momento della verità: Traduttrice freelance.
Seguono sguardi trasognati, confusi, scettici, dubbiosi. Una delle reazioni verbali più diffuse a questa risposta è un’altra domanda: cioè?
Nel tentativo di placare l’esasperazione, ricordo che anche durante gli studi universitari mi veniva chiesto cosa fosse questa “mediazione linguistica”…

Ma oltre a ignorare l’esistenza del traduttore freelance, nel corso del tempo si sono susseguite risposte disparate e sconfortanti:

– Ah, quindi sai le lingue!
– Che bello, la traduttrice a Firenze!
– Dai, poi anche tu troverai un vero lavoro.

Solo per citarne alcune.

Un vero lavoro: questa espressione è ormai un’etichetta mentale difficile da rimuovere. Sono certa che in futuro meriterà un post tutto suo.

Nel frattempo ti accorgi che l’unico modo per far comprendere chiaramente al “profano” la tua professione è semplificare la terminologia specifica.
Però ritengo che ci sia una sostanziale differenza tra queste quattro espressioni:

  1. Faccio traduzioni.
  2. Traduco.
  3. Faccio la traduttrice.
  4. Sono traduttrice.

Ecco, preferisco l’ultima. Così come un individuo è avvocato, giornalista, imprenditore, consulente, dentista, quello che volete, insomma, così io sono traduttrice.

A dire la verità, è la professione più bella del mondo. Ma questa è un’altra storia.