Una storia di colleganza felice

Viviamo in tempi in cui si tende a puntare il dito contro il prossimo ignorando l’oscurità della propria ombra. Questo meccanismo fa scattare giudizi più o meno gratuiti che diventano all’ordine del giorno: gli altri fanno questo, tizio ha sbagliato, ecco l’errore clamoroso commesso da caio, la sua svista è imperdonabile…

Non sarebbe meglio ispirare un po’ di positività (e direi che ne abbiamo bisogno)?
Proviamo a riconoscere i meriti degli altri?

È per questo che ho deciso di cogliere l’invito di Laura Dossena, che nel suo post ci chiede di condividere le nostre storie di #colleganzafelice.

Perché la comunità dei traduttori è un po’ strana: concorrenza, argomenti tabù, competizione… ma anche solidarietà, condivisione, sostegno e collaborazione.

Non faccio nomi in segno di rispetto per la collega in questione che si riconoscerà quando leggerà questo post. Ma se le andrebbe di essere citata, ovviamente lo farò! 😉

La collega di cui parlo è una traduttrice con cui condivido le combinazioni linguistiche e diversi settori di specializzazione. A questo punto, la domanda sorge spontanea: ma come, allora non siete in competizione, visto che vi accomunano diversi elementi nel vostro lavoro? L’una non rappresenta la concorrenza dell’altra?

In teoria sì, però ragiono da sempre in questi termini: l’unica persona con cui sono davvero in competizione sono io. Perché cerco di fare sempre meglio, inseguendo la perfezione in un incessante duello con me stessa.

Così, quando lei mi ha contattato per la prima volta proponendomi di collaborare a un grosso progetto di traduzione dal francese all’italiano, sono rimasta stupita e onorata al tempo stesso.

Una collega più grande ed esperta di me vuole che lavoriamo insieme? Posso davvero contribuire in modo significativo? Sono all’altezza di una proposta del genere?

Ho accettato con entusiasmo e devo dire che la collaborazione ha rappresentato davvero una svolta. Noi traduttori siamo abituati a svolgere un lavoro piuttosto solitario e usciamo di rado dal nostro guscio. Ma stiamo anche imparando a riconoscere il valore del networking e della condivisione, spesso virtuale a causa della distanza, ma che in alcuni casi si concretizza in un bel confronto di persona.

Da allora collaboro con questa straordinaria traduttrice a diversi progetti, in uno scambio reciproco che mi insegna tantissimo ogni volta. I lavori di traduzione e revisione “in tandem” diventano uno splendido confronto in cui scopriamo di essere sulla stessa lunghezza d’onda, condividiamo e sciogliamo dubbi, ci scervelliamo e riflettiamo a volte più del dovuto su ogni parola, frase e virgola del testo che abbiamo di fronte.

Troviamo una soluzione insieme e poi ne valutiamo anche altre, perché consideriamo tutte le possibili sfumature.

E tra email e chat su Skype, imparo davvero tanto da lei e ho scoperto una persona dalle competenze eccezionali, spiritosa, affabile, scrupolosa e solare. E spero con tutto il cuore che un giorno ci conosceremo finalmente di persona, carissima *! 😀

Traduttore freelance: quando dire di no a un cliente

 

Lo confesso, dire di no a un cliente non è facile, soprattutto quando si tratta di nuovi clienti che possono arricchire il nostro portfolio (e fatturato).

Di recente mi è capitato di rifiutare progetti di traduzione da due nuovi potenziali clienti. Il motivo? Settimane già completamente piene di traduzioni, revisioni e consegne che non mi avrebbero permesso di dedicarmi come si deve ad altri progetti corposi.

E se il cliente non mi contatta più? E se trova qualcun altro e decide di affidarsi a lui? E se…?

Sono tanti i dubbi che ci assillano in questi momenti. Anche perché poi ci sono quei periodi in cui il lavoro scarseggia e si tende ad accettare qualsiasi cosa pur di fatturare.
Invece dobbiamo imparare a fare pace con questa sorta di senso di colpa, perché ne va della nostra salute mentale e fisica.

Se lavori come traduttore freelance, ecco alcuni casi in cui dovresti dire di no a un cliente:
  • Le combinazioni linguistiche richieste per la traduzione non sono quelle con cui lavori tu.
  • Hai lavorato in passato con questo cliente che non ti ha ancora pagato o ti ha pagato con un ritardo imperdonabile e quindi non ti fidi.
  • Non credi che il progetto sia nelle tue corde, perché riguarda un settore in cui non sei specializzato o richiede competenze che non hai.
  • Il budget proposto per la traduzione è troppo basso. NO alle tariffe da fame!
  • Hai un carico eccessivo di lavoro, troppe consegne e scadenze da inseguire e sai che aggiungere un’altra traduzione senza avere il tempo necessario per svolgerla a dovere significa consegnare un lavoro non all’altezza.
  • Sei in vacanza ma controlli comunque le email. Ma se sei in vacanza, non accettare l’incarico! O meglio, puoi proporre una data di consegna che non coincida con il tuo periodo di (meritato) riposo.

In alcuni casi in cui si rifiuta una traduzione a malincuore, consiglio di suggerire una soluzione alternativa: fornire al cliente il contatto di un altro traduttore freelance adatto a svolgere quel particolare lavoro. Il networking serve anche a questo. 😉

E tu, cosa aggiungeresti? Ti è capitato di rifiutare un lavoro per altri motivi oltre a quelli che ho elencato?

Sai spiegare il tuo lavoro a un bambino?

 

Se un bambino ti chiede che lavoro fai, non puoi rispondergli con le stesse parole che useresti con un adulto.

In genere, preparare un elevator pitch è indispensabile per presentarti in modo professionale a un interlocutore con cui avviare eventualmente una collaborazione e che può diventare un tuo cliente.

Ma bisogna anche essere in grado di adattare l’elevator pitch e di renderlo accessibile alla persona che hai di fronte: la fascia d’età, l’istruzione, l’esperienza e il vissuto di ognuno sono talmente diversi che non puoi usare una formula standard per presentarti a chiunque.

Io adatto la mia presentazione a chi ho davanti. A un sessantenne non dico che lavoro come traduttrice freelance, perché la parola freelance potrebbe disorientarlo: dico che lavoro come traduttrice professionista.

Ma se è una bambina che va all’asilo a chiedermi che lavoro faccio, anche la parola traduttrice risulterebbe incomprensibile.

Mi è capitato durante il fine settimana di Pasqua, quando la mia procugina di 5 anni che inizia a essere molto curiosa del mondo mi ha fatto la fatidica domanda.

La procuginetta mi chiede: “Che lavoro fai?”

La mia risposta: “Faccio diventare le parole di un’altra lingua in italiano, come il tuo libro italiano-inglese con le immagini sui colori e gli animali. Mi danno un testo in inglese e lo faccio diventare in italiano, oppure mi danno un testo in francese e faccio la stessa cosa.”

La bimba mi guarda stupefatta: “E come fai?”.

Mi indico la tempia: “Con la testa, perché ho studiato tanto. Quindi leggo quelle parole strane e le riscrivo in italiano.”

Non so se la spiegazione sia stata la migliore che potessi dare alla mia procugina. So che ho reso l’idea perché ha capito per quanto le sia possibile, visto che non ha ancora imparato a leggere e scrivere.

E tu? Se un bambino di 5 anni ti chiedesse che lavoro fai, sapresti spiegarglielo in modo comprensibile per lui? Che cosa gli diresti?

Il freelance non lavora quando vuole

“Beato te che lavori da casa”: quante volte hai sentito (o detto) questa frase?

Prima o poi, ogni professionista freelance si confronta con un’affermazione di questo tipo. Perché quando chi hai davanti capisce che lavorare da casa è lavorare a tutti gli effetti, scatta il passo successivo: l’invidia di non dover affrontare il traffico per andare in ufficio, o prendere i mezzi pubblici e far fronte a ritardi, scioperi e imprevisti di ogni sorta per raggiungere il luogo fisico – e diverso dalla propria abitazione – dove lavorare.

Ma oltre a invidiare il fatto di non dover recarsi in un altro luogo o città per andare a lavorare, questa affermazione ne implica un’altra.

“Beato te che puoi lavorare quando vuoi.”

Sai una cosa? Non è la realtà.

In teoria, il freelance lavora quando vuole perché può decidere di lavorare in determinati orari e giorni. Ciò significa che può organizzare i tempi di lavoro oltre alle modalità, dando prova di autodisciplina.

Però il principio non corrisponde sempre alla pratica. Perché i clienti di un freelance lavorano secondo i classici giorni e orari d’ufficio, quindi si aspettano di poterti contattare in quella fascia oraria. Ed è normale, no?

Quindi il freelance risponde alle telefonate e alle email di lavoro in orari comuni ad altre categorie di lavoratori. Ma può capitare che la sua giornata effettiva non si concluda alle 18:30 o alle 19:00 come per gli altri, ma che si prolunghi di qualche altra ora.

Perché il freelance vive di consegne. La consegna del lavoro scandisce il suo tempo.

E talvolta può essere necessario lavorare anche il sabato e/o la domenica, con sommo orrore dell’amico o parente che lavora come dipendente e considera il weekend inviolabile.

Al contrario, il freelance può decidere di staccare un pomeriggio o una mattina o di prendersi una giornata libera che non coincide con il fine settimana. Eppure non riesce a staccare del tutto, perché magari controlla le email: non si sa mai, magari arriva una richiesta da un nuovo potenziale cliente…

Tutto dipende dal modo di organizzare la propria attività professionale.

Certo, in passato mi è capitato di andare al cinema di mercoledì pomeriggio dopo aver consegnato un lavoro. Ma non è vero che lavoro quando voglio, proprio perché sono reperibile nei giorni e nelle fasce orarie in cui lavorano anche i miei clienti.

Inoltre il traduttore freelance ha anche clienti che vivono in altri Paesi e deve tener conto del fuso orario. Se arriva una richiesta da un cliente oltreoceano quando da noi è sera inoltrata, è buona norma segnalare di aver letto la mail, rimandando la risposta approfondita al giorno successivo.

Perché sì, a volte possono essere necessarie nottate di lavoro e orari poco ortodossi per gestire determinate consegne e urgenze. Ma non deve diventare una norma, altrimenti lo stato mentale e il fisico ne risentono.

Allora proviamo a smentire questo luogo comune: il freelance non lavora quando vuole.
Che ne pensi?

11 richieste delle agenzie di traduzioni

Il traduttore freelance lavora per agenzie di traduzioni e clienti diretti.

Soprattutto quando si è alle prime armi, è preferibile cercare di collaborare con le agenzie di traduzioni che, nel migliore dei casi, forniscono un feedback sul lavoro svolto e danno la possibilità di migliorarsi costantemente.

Ma bisogna armarsi di pazienza e cercare di contattare un numero esorbitante di agenzie per avviare collaborazioni interessanti e redditizie.

In genere, ci lasciamo scoraggiare quando inviamo un’email di presentazione e il curriculum a un’agenzia e non riceviamo una risposta. Infatti le agenzie di traduzioni ricevono innumerevoli richieste di collaborazione da parte dei traduttori e non rispondono a tutti, bensì soltanto a quelli che soddisfano i requisiti richiesti.

Bisogna fare ricerche mirate. È inutile contattare un’agenzia che si occupa soltanto di traduzioni legali e finanziarie se non traduciamo in quei settori: è solo una perdita di tempo per noi e per l’agenzia in questione che ignora l’email o la cestina immediatamente.

Non solo lingue e specializzazioni

Le combinazioni linguistiche e i settori di specializzazione sono imprescindibili. Presentarsi come tuttologi non è una buona idea, anche perché è impossibile saper tradurre testi di qualsiasi argomento e offrire la stessa qualità. Quindi è meglio specializzarsi in determinati settori (pochi!).

Ma quali sono le richieste specifiche delle agenzie di traduzioni?

Oltre agli elementi basilari, cioè il curriculum e le tariffe applicate dal traduttore, un altro fattore determinante è l’uso dei CAT Tools, gli strumenti di traduzione assistita. Trados è il più richiesto dal mercato, quindi investire nell’acquisto può rivelarsi profittevole.

Qui di seguito troverai una lista di ciò che un’agenzia di traduzioni cerca in un traduttore freelance. Non tutte hanno queste esigenze, ma l’elenco include le varianti possibili e immaginabili. 😉

  • Il curriculum
  • Le tariffe (a parola / a cartella / a ora)
  • Uso di CAT Tools (preferibilmente SDL Trados Studio)
  • Modulo di collaborazione da compilare
  • Referenze
  • Test di traduzione
  • Copia del diploma di laurea
  • Firma di un NDA (accordo di riservatezza e non divulgazione)
  • Esempi di traduzioni svolte in passato
  • Eventuali servizi aggiuntivi (e rispettive tariffe): interpretariato, revisione, post-editing, desktop publishing, sottotitolazione, transcreation
  • Iscrizione al portale dell’agenzia

Possono subentrare anche altri elementi, come l’accettazione da parte del traduttore dei termini di pagamento dell’agenzia…

E a te è mai capitato di ricevere ulteriori richieste da parte di un’agenzia di traduzioni? Che cosa aggiungeresti a questa lista?

8 desideri di un traduttore freelance per Natale

Con l’arrivo del Natale e della fine dell’anno, tendiamo a fare un bilancio dei mesi passati sia sul piano personale sia su quello professionale.

Ti capiterà di leggere un po’ ovunque la lista dei propositi per l’anno nuovo, un modo di mettere per iscritto i propri obiettivi al fine di realizzarli.
Ma poi… chi si affanna a trascrivere i nuovi propositi, torna a rileggere la lista per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati?

Una cosa è certa: un desiderio generico non si tradurrà automaticamente nel risultato sperato. Bisogna visualizzarlo e renderlo misurabile, circoscriverlo, esprimerlo in modo specifico e dettagliato.

Un esempio?
Se vuoi un fatturato più alto per la tua attività, tendi a pensare: “vorrei guadagnare di più”. Invece prova a dire “devo aumentare il fatturato di (*) euro”. Cioè: stabilisci una cifra. E poi datti da fare per realizzare l’obiettivo.

Sono tanti i desideri di un traduttore freelance: aspirazioni, sogni, obiettivi, ambizioni che si sovrappongono nella sua mente.

Ecco una breve (!) lista di desideri che il traduttore freelance vorrebbe realizzare. Magari la magia del Natale farà la sua parte…

  1. Ricevere una risposta alle email inviate ai potenziali clienti.
  2. Non avere problemi e bug al computer, alla connessione e al CAT tool.
  3. Trovare più clienti.
  4. Preparare preventivi che vengono confermati dai potenziali clienti.
  5. Avere un flusso di lavoro stabile.
  6. Ricevere puntualmente il saldo delle fatture da parte dei clienti.
  7. Gestire le consegne e le scadenze fiscali con più tranquillità.
  8. Vedere che gli altri hanno una maggiore consapevolezza del tuo lavoro.

Come vedi, si tratta di desideri piuttosto generici che accomunano un po’ tutti i traduttori.
Ma non credere che Babbo Natale li nasconda nel suo sacco e te li farà trovare sotto l’albero…

Wish for it. Work for it.

Come dice Enrica Crivello, sperare non basta. Bisogna agire.
Perché un grande spoiler ti attende al varco: se rileggi attentamente la lista, ti accorgerai che gran parte di questi desideri dipende da te, dal tuo atteggiamento, da ciò che fai in prima persona.
Nessuno può realizzare i tuoi obiettivi al tuo posto, né Yoda e neppure Babbo Natale.

Un sollecito di pagamento, una email di follow up, una telefonata al cliente, una conversazione con le persone a te vicine per spiegare (anche per l’ennesima volta!) in cosa consiste il tuo lavoro: sono piccoli gesti importanti che devi fare tu.

"Sempre per te non può essere fatto." (Yoda)

“Sempre per te non può essere fatto.” (Yoda)

 

Quali sono i tuoi desideri per Natale? Che cosa desideri trovare sotto l’albero?
E cosa aggiungeresti a questa lista?

I miei post sulla vita da freelance

Nel mese di ottobre si celebra la European Freelancers Week, la Settimana Europea dei Freelance. E mentre in molte città di tutta Europa si svolgono dibattiti, incontri, seminari e conferenze su questo mondo professionale, come il Freelance Day a Torino, ho pensato di condividere in questa pagina tutti i post che ho scritto in questi anni di blogging incentrati sulla categoria dei freelance.

Non si tratta dei post che riguardano strettamente la mia vita professionale di traduttrice freelance, bensì degli articoli relativi alla vita da freelance in generale.

Magari li hai letti già tutti in questi mesi, oppure qualcuno ti è sfuggito. Allora eccoli qui.
Se hai bisogno di motivazione, informazione, consigli, ispirazione o intrattenimento, spero che troverai ciò che cerchi. 😉 E se ti va, puoi lasciare un commento, condividere i post e raccontarmi la tua esperienza sulla vita da freelance. Perché la condivisione e il confronto arricchiscono ogni freelance.

Buona lettura!

Di riservatezza, segreto professionale e invisibilità

Ho letto il post di Carlotta Cabiati e mi sono fermata a riflettere sul concetto di riservatezza.

La riservatezza è una prerogativa imprescindibile della professione del traduttore.
Non intendo dire che il traduttore sia una persona schiva e riservata (anche se spesso è così), bensì che applica il concetto di riservatezza in ogni ambito della sua professione.

I traduttori firmano una quantità impressionante di accordi di riservatezza e non divulgazione. Che si tratti di agenzie di traduzione o clienti diretti, molti di questi chiedono al traduttore freelance di firmare un accordo per tutelare la riservatezza dei contenuti trattati prima di affidare un incarico di traduzione.

Questi NDA obbligano il traduttore a non condividere informazioni confidenziali che possono riguardare segreti industriali, dati sensibili o qualsiasi informazione di carattere commerciale o di altra natura che il cliente intende custodire.

Tali accordi possono generare alcune difficoltà pratiche per il traduttore che, alla luce di clausole piuttosto restrittive, non può ad esempio fornire una referenza specifica o un campione di una traduzione effettuata in passato in un determinato settore a un’agenzia di traduzione nonché potenziale cliente con cui intende avviare una collaborazione.

Ma ci sono anche altri grattacapi di natura analoga con cui il traduttore deve misurarsi quasi ogni giorno.
Un esempio: il traduttore lavora al progetto X per il cliente Y. Quando familiari, amici, parenti, conoscenti, curiosi eccetera gli chiedono “di cosa ti occupi al momento?”, “a cosa stai lavorando?”, la risposta è alquanto generica: il traduttore non si sente autorizzato a riferire il nome del cliente o a illustrare nel dettaglio il progetto. E la cosa importante è che ciò accade anche quando il traduttore non ha firmato un accordo di non divulgazione.

Perché?
Proprio per la riservatezza che fa parte dell’atteggiamento professionale e che non necessita di un accordo scritto per essere tale.

Ad esempio, io mi limito a dire che sto traducendo una brochure dal francese all’italiano per un’agenzia francese. E quel velo di invisibilità che avvolge la figura del traduttore anche in virtù dei segreti che custodisce professionalmente aggiunge un’ulteriore dose di mistero e di incomprensione diffusa della professione agli occhi degli altri.

Eppure a un avvocato non viene chiesto il nome del cliente a cui presta assistenza legale… oppure sì?

Insomma, quando raccontiamo il lavoro che facciamo dobbiamo tener conto di certi limiti. Che ne pensi?

Giornata Mondiale della Traduzione: a te la parola!

Oggi è la Giornata Mondiale della Traduzione. Per celebrare l’occasione, ho preparato un questionario per traduttori con alcune domande dedicate alla nostra professione. Anche se siamo professionisti che rimangono dietro le quinte della comunicazione, penso che sia giusto ricordare – almeno oggi! – che il nostro contributo lascia un segno nel mondo.

Le risposte alle domande del questionario sono decisamente ricche di spunti, come leggerai qui di seguito.
Grazie di cuore alle colleghe che hanno partecipato! Il contributo di ciascuna di voi è un’ispirazione perché, malgrado le difficoltà e alcuni disagi tipici della professione, la traduzione è libertà: consente a tutti di varcare confini altrimenti invalicabili.

Ecco i contributi delle traduttrici che hanno compilato il questionario.

Debora Serrentino

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Filologia, che è stata anche la mia specializzazione all’università.
Perché ami tradurre? Per due motivi: ho sempre sognato di farmi pagare per leggere. Inoltre amo le parole: l’origine, la storia, lo sviluppo, come cambia l’uso nel tempo.
Cosa non ti piace della tua professione? Per ora il non piacere si limita ad alcune specializzazioni (ad es. la finanziaria) per il resto il mio lavoro mi piace davvero.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? La traduzione unisce le persone nello spazio e nel tempo.
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Giuseppina De Vita

Le tue combinazioni linguistiche: Spagnolo > Italiano, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Comunicazione.
Perché ami tradurre? Perché ritengo che la traduzione sia metafora della costruzione di ponti che uniscono le terre, perché solo tramite essi la cultura diventa “universalmente usufruibile”. Partecipare a queste costruzioni tra le infinite Babeli odierne mi gratifica e appassiona, ecco perché amo il mio lavoro!
Cosa non ti piace della tua professione? Le deadline sempre troppo vicine!
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Traduco, dunque mi sento parte integrante della trasmissione culturale. Traduco, dunque mi sento viva. Traduco, dunque mi sento semplicemente me stessa. Traduco, ergo cogito, ergo sum.

Anna Gallo

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Transcultural.
Perché ami tradurre? È sempre una sfida riuscire a trasportare un testo da source a target… e anche se le perdite nella traduzione sono inevitabili, è soddisfacente e gratificante, poi, aver superato gli ostacoli giungendo al testo di arrivo.
Cosa non ti piace della tua professione? Il poco tempo a disposizione, a volte, per rivedere bene il lavoro!
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Avere un testo a disposizione nella propria lingua è un aiuto immenso. Quindi anche se la perdita di qualcosa è inevitabile nella traduzione, i traduttori sono un po’ dei traghettatori, conducono le persone in un nuovo mondo, assaporando un’altra cultura, rendendola più vicina.

Francesca Felici

Le tue combinazioni linguistiche: Portoghese brasiliano > Italiano, Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Saudade.
Perché ami tradurre? Perché ogni traduzione è un mondo da scoprire che amplia i miei orizzonti.
Cosa non ti piace della tua professione? Tradurre testi mal scritti (purtroppo mi capita frequentemente).
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Il lavoro del traduttore è essenziale per la comunicazione, il confronto delle opinioni e lo sviluppo delle idee.
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Marta Scultz

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Spagnolo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Serendipity.
Perché ami tradurre? Vorrei dire che amo tradurre per aiutare gli altri a capire un testo scritto in una lingua diversa, ma in realtà è perché mi piace da morire il lavoro di ricerca per la parola giusta al posto giusto.
Cosa non ti piace della tua professione? Cosa pensano di questa professione chi non è del settore.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Per me tradurre è una forma d’arte, un modo per esprimere chi sono.
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Francesca Manicardi

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese, Tedesco, Francese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Wanderluster.
Perché ami tradurre? Mi piace analizzare i termini stranieri e fare ricerca per il corrispondente italiano più appropriato. Mi piace l’idea di poter aprire a chi non conosce le mie lingue di lavoro un mondo nuovo.
Cosa non ti piace della tua professione? Il fatto che spesso è bistrattata, non ben definita, regolamentata e conosciuta e che tra i colleghi ci sia poco spirito di condivisione e collaborazione.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Le lingue sono l’espressione delle rispettive culture e traducendo si fanno conoscere alle persone che non le sanno nuovi modi di vivere, pensare, percepire la realtà.
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Patrizia Galletti

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Francese > Italiano, Spagnolo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Piropo.
Perché ami tradurre? Perché vivo mille vite, vedo mille mondi.
Cosa non ti piace della tua professione? La solitudine.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Siamo liberi di varcare i confini.

Chiara Bartolozzi

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano, Spagnolo > Italiano, Cinese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Al momento sono fissata con “ELYSIAN”.
Perché ami tradurre? Perché tradurre mi permette di vedere la stessa cosa da due (o più) prospettive diverse. Come l’attore che sale sul palco, interpreti un ruolo. Devi entrare nell’ottica del testo che hai davanti. C’è la sfida di essere in grado di comprenderlo nella sua interezza, per come è stato pensato e redatto e riportarlo in un’altra lingua (solitamente la tua, ma nel caso di traduzioni attive è bello anche mettersi alla prova pensando e producendo in una lingua diversa dalla propria).
Cosa non ti piace della tua professione? La lotta continua per guadagnare credibilità. Le cose stanno migliorando, ma ancora fatichiamo per farci valutare nel modo giusto e per avere una tutela adeguata. Ci sono molti settori dove ancora si fa fatica a far capire l’importanza che ha l’avvalersi di un professionista che si occupi della traduzione (di testi, materiale vario, cataloghi, siti, ecc.) e di tutto il lavoro più o meno direttamente collegato a una lingua straniera.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Che siamo tutti interconnessi. La traduzione ci permette di essere chi siamo ed essere compresi anche all’esterno. Il pensiero di uno – messo per iscritto – diventa il pensiero di molti (esagerando potrei azzardare un “di tutti”) ed è messo a disposizione della comunità.
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Elisa Copetti

Le tue combinazioni linguistiche: Croato, Serbo, Bosniaco > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Utočište.
Perché ami tradurre? Perché mi piace ricreare atmosfere.
Cosa non ti piace della tua professione? Il non guadagno.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Molteplicità, differenza, comunità.
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Giuseppina Franich

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Lettura.
Perché ami tradurre? Perché amo leggere e talvolta si ha l’impressione di ricreare, collaborare alla stesura di un testo.
Cosa non ti piace della tua professione? Bisogna essere competitivi e io non lo sono.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Dare un significato al proprio lavoro che contribuisce alla diffusione e conoscenza dei testi – in breve, alla cultura.

Clara Giampietro

Le tue combinazioni linguistiche: Inglese, Spagnolo, Russo > Italiano
La tua parola preferita (in italiano o in un’altra lingua di lavoro): Mare.
Perché ami tradurre? Traduco perché amo le parole. Traduco perché amo la mia lingua, l’italiano. Traduco perché la traduzione è parte di me, come il colore dei miei occhi. Traduco perché la traduzione mi fa sentire libera. Traduco per capire come funzionano le cose. Traduco per restituire un po’ di quello che ho imparato e che continuo a imparare.
Cosa non ti piace della tua professione? Seppure nell’ambito dei miei settori di specializzazione, preferisco variare il tipo di testi e argomenti da tradurre. Non amo molto quando mi capita di tradurre le stesse cose ripetutamente.
“Traduco, ergo sumus” (Traduco, dunque siamo). Per te cosa significa? Si è sempre tradotto e si tradurrà sempre. Libri, film, telefoni, dispositivi, automobili, macchinari, documenti, app, software, informazioni e molto altro ancora: la traduzione è una costante della nostra vita. È alla base di tutto ciò che siamo, pensiamo e facciamo, perché tradurre è comunicare. Quindi, la comunicazione esiste anche grazie al lavoro dei traduttori.
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Capire il lavoro freelance: una questione di muri

Quando incontro qualcuno che non vedo da un po’ di tempo, l’interlocutore medio non sa come porre domande pertinenti relative alla mia professione. Perché lavorare da casa può sembrare un’anomalia, visto che la “normalità” consiste nel lavorare otto ore al giorno, cinque giorni su sette (ferie, permessi e malattie esclusi) in un altro luogo.

L’idea che io lavoro come traduttrice freelance appare piuttosto complessa per la maggior parte della gente.
E in questi anni mi è capitato di sentire la domanda: “Fai sempre lo stesso lavoro?”.

Dove lavori?

Una difficoltà che ho riscontrato quando spiego la mia professione riguarda proprio il luogo di lavoro.
Non so se sia una caratteristica dell’Italia meridionale, o magari la situazione è simile anche nelle altre regioni: sta di fatto che la concezione del luogo di lavoro è centrale. “X lavora in un’agenzia di assicurazioni”, “Y lavora in un’azienda che si occupa di moda bimbo”. Il focus è sempre sul luogo, mai sulla mansione.

Benissimo, lavori nell’azienda Z. Ma che lavoro fai? Qual è il tuo ruolo, quali sono i tuoi compiti?
Direi che è questo il punto della questione. Invece l’interesse generale riguarda il luogo in cui puoi semplicemente affittare il cervello per otto ore al giorno. Perché parliamoci chiaro: spesso è la realtà. Spesso non importa la produttività, gli obiettivi raggiunti, puoi anche procrastinare e non concludere nulla, tanto alla fine l’importante è che tu stia seduto alla scrivania e “far vedere che stai lavorando”.

Non voglio assolutamente generalizzare, visto che c’è gente che si impegna davvero al tremila per cento sul lavoro. Ma come scrive Emanuela Zaccone, “Siamo un paese in cui farsi vedere mentre si lavora conta più di ciò che si fa lavorando”.

I clienti e il mondo

Lavorando come traduttrice freelance, quasi tutti i miei clienti si trovano a centinaia di chilometri da me. E in molti casi i clienti sono all’estero, per lo più in Europa. È vero che ho qualche cliente in zona, eppure quest’ultimo elemento è quello più comprensibile agli occhi degli altri.

Un po’ di tempo fa, una persona mi ha chiesto se avevo trovato altri clienti nei dintorni. La domanda mi ha alquanto sorpreso, dato che il bacino di potenziali clienti di un traduttore è grande quanto il mondo intero. Però è vero che è più facile capire che hai un cliente a una decina di chilometri di distanza rispetto a un cliente in Francia o in Canada, e così via.

Si tratta di limiti mentali, della difficoltà di comprendere che ehi, un piccolo professionista può avere un cliente all’estero e anche oltreoceano. Non è una prerogativa delle grandi aziende o delle multinazionali.

Freelance: fri-cosa?

Freelance non è una brutta parola. Ma per alcuni lo è. E da un lato posso capirlo, visto che siamo il Paese dove l’inglese è inserito in tutte le salse (Jobs Act, stepchild adoption, solo per citarne due) anche laddove non sarebbe necessario; però “fa figo”.

Così, quando mi chiedono che lavoro faccio, adatto la mia risposta all’interlocutore. Per un cinquantenne o sessantenne sarebbe generalmente ostico interpretare l’espressione “traduttrice freelance”. E quindi dico: “Sono traduttrice e lavoro come libero professionista“.

Non c’è dubbio: si tratta di una questione di mentalità e, soprattutto, di muri da abbattere.

Riusciremo a cambiare prospettiva?

Ti ritrovi nella mia esperienza? Vivi qualcosa di simile quando parli del tuo lavoro?
Confrontiamoci, raccontami la tua esperienza nei commenti. Perché è bello sapere di non essere soli. 😉